6 Febbraio 2026

Aosta: tra le pentole e il ping pong… il Vangelo arriva

Nel centro storico di Aosta un oratorio cresce da oltre vent’anni insieme ai ragazzi e alle famiglie che lo abitano. Don Fabio Brédy - parroco della Cattedrale e di Santo Stefano e vicario generale della diocesi - racconta un’esperienza fatta di ascolto, tempo condiviso e relazioni vere. Dove la fede passa spesso anche da un pranzo condiviso o da una partita a ping pong.

Nel centro storico di Aosta ci sono porte che dall’esterno sembrano normali ingressi di città. Portoni, citofoni, cortili. Poi li attraversi e scopri spazi inaspettati: sale con tavoli lunghi pieni di giovani vocianti, una cucina che profuma di pranzo condiviso e poco lontano – in un altro spazio – un calcetto, un tavolo da ping pong, una sala teatrale, ragazzi che entrano e escono per studiare, mangiare, svagarsi, disegnare proprio come se fossero a casa loro. E in un un certo senso lo sono. L’oratorio interparrocchiale della Cattedrale e di Santo Stefano è nato così: come un luogo costruito nel tempo, insieme.

Don Fabio Brédy arriva qui nel 2003 con un mandato semplice e impegnativo: far nascere un oratorio nel cuore della città. All’epoca non c’era. C’era un edificio, la “casa delle opere”, e l’idea che i giovani avessero bisogno di uno spazio loro. Il resto è venuto lavorando, letteralmente, fianco a fianco con i ragazzi: pareti dipinte, stanze sistemate, ambienti adattati. «Quando contribuisci a costruire un luogo, poi lo senti tuo», mi spiega.

Da allora l’oratorio è diventato una presenza stabile, capace di attraversare generazioni. Don Fabio, oggi parroco della Cattedrale e di Santo Stefano e anche vicario generale della diocesi di Aosta, continua a considerarlo una parte centrale del suo ministero. «L’oratorio è il luogo delle relazioni», dice. «È quel ponte tra la chiesa e la strada di cui parlava Giovanni Paolo II». Un ponte fatto prima di tutto di tempo condiviso.

Il suo racconto non passa da grandi progetti, ma da dettagli concreti. Una delle prime cose sistemate è stata la cucina. Cucinare insieme crea familiarità, abbatte le distanze, rende possibile la convivialità. E dalla convivialità, piano piano, nascono discorsi più profondi. Così attorno ai ragazzi sono arrivate le famiglie. Gruppi che si incontrano, mangiano insieme, leggono il Vangelo, parlano di vita. Percorsi che iniziano in modo informale e poi, se vogliono, prendono anche una direzione spirituale più esplicita. Senza forzature.

«Se ti parla un amico, ascolti in modo diverso», osserva don Fabio. «Prima di trasmettere qualcosa di importante, devi essere amico di quelle persone». In vent’anni ha visto passare molti giovani. Non idealizza e non giudica. «Sono cambiati, certo. Ma quello che non cambia è il bisogno di essere ascoltati». Racconta di fragilità spesso nascoste dietro atteggiamenti sicuri. Di chi ha bisogno di trovare uno spazio dove poter dire ciò che pensa senza sentirsi giudicato. E racconta che le conversazioni più vere non nascono negli incontri programmati, ma magari durante una partita a ping pong. Si gioca, si scherza, si “perde tempo” – e proprio lì emergono domande che altrove non trovano voce.

La fede, in questo contesto, non è una lezione ma un incontro possibile dentro la vita quotidiana. «Una catechesi occasionale», la chiama. Si semina senza sapere quando qualcosa germoglierà. A frequentare questi spazi da anni c’è Antonella Casavecchia, arrivata ad Aosta dal Piemonte e rimasta. Fa parte del consiglio pastorale e segue la catechesi familiare. Con la sua famiglia ha trovato qui un luogo di riferimento. «Ci incontriamo per approfondire la fede, ma anche per stare insieme. La convivialità è fondamentale: permette di conoscerci davvero. Qui i nostri figli crescono in un ambiente sano, dove c’è spazio anche per la dimensione spirituale».

Parlando di don Fabio, il tono si fa riconoscente. «È il pastore di questo gregge. Con lui abbiamo fatto un lungo cammino. Ci ha aiutato a rileggere la nostra vita alla luce della Parola di Dio. Non è tutto perfetto, ma per noi incontrarlo è stato un dono». E sul perché dedicare tempo alla parrocchia risponde in modo diretto: «Perché abbiamo ricevuto tanto e sentiamo che è giusto restituire qualcosa. Qui nascono amicizie vere. Per chi arriva da fuori è un aiuto enorme».

Tra i giovani c’è Paolo Delpero, 22 anni, studente di psicologia. È cresciuto in oratorio e oggi accompagna i ragazzi delle superiori. Organizza incontri, pranzi, momenti di gioco e riflessione. Suona la chitarra alla messa del sabato sera. Non si sente un educatore “cattedratico”. «Cammino con loro. Sono abbastanza giovane per capire il loro mondo. Tra qualche anno saremo all’università insieme». Della fede parla con semplicità: «Mi ha aiutato in un periodo difficile della vita. Anche per questo continuo a fare l’educatore». Se deve spiegare cos’è un oratorio a chi non l’ha mai vissuto, usa un’immagine semplice: «È come una casa. Si mangia insieme, si gioca, si parla di vita. Se riesci a entrarci davvero, è un posto bello dove stare». E don Fabio? «È una presenza costante. So che c’è. Se serve qualcosa, posso chiedere».

Intanto l’oratorio continua a vivere, tra lavori di ristrutturazione necessari e attività che non si fermano. Le stanze portano i segni degli anni, ma anche quelli delle persone che le hanno attraversate. In un tempo in cui molti spazi educativi si sono ridotti o spostati altrove, qui resta un luogo fisico dove incontrarsi. Non perfetto, non patinato, ma abitato. Forse il dono sta proprio in questo: offrire un tempo e uno spazio dove qualcuno possa sentirsi accolto senza dover dimostrare nulla. Dove la fede passa attraverso una cena condivisa, una chiacchierata, una partita a ping pong. Nel centro storico di Aosta, dietro un portone come tanti, c’è un posto che continua a tenere aperta una porta più grande. Quella delle relazioni. E, per chi lo desidera, anche quella della fede.

(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)

6 Febbraio 2026
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