Porte aperte per chi ha fame, di cibo e d’amore
“Un primo, il secondo, una bottiglia d’acqua e quando c’è, anche il dolce”. Nella parrocchia dei padri carmelitani, nel cuore di Napoli, da 40 anni ogni giorno viene donato un pasto a chi ha bisogno. Ma senza i volontari, spiega il parroco padre Luciano, sarebbe impossibile offrire tutte le attività che il santuario del Carmine mette in campo ogni giorno.
“I napoletani si rivolgono a Lei col titolo di Mamma d’o Carmene e io, come parroco, sento il bisogno di seguirla negli insegnamenti evangelici: farmi vicino alle persone”. Padre Luciano Maria Di Cerbo, carmelitano dell’Antica Osservanza, è sacerdote dal 2003 e parroco dal 2019 del Carmine Maggiore, monumento magnifico e simbolo di fede conosciuto non solo a Napoli. “In questi anni ho vissuto il mio impegno come incontro quotidiano con la fragilità umana”, racconta mentre accompagna dei fedeli in chiesa. Bisogni di spiritualità e necessità materiali si incrociano a Napoli, in questo tempio dedicato a Maria. La basilica del Carmine è in una zona della città ricca di storia, ma anche di disagio sociale e degrado urbano. È tra il porto e la strada che conduce al centro, nel cuore della religiosità dei napoletani che arrivano qui per tante necessità, innanzitutto per essere ascoltati. “Vedo volti segnati da storie di disoccupazione, precarietà, dipendenze e solitudine”, spiega il sacerdote, pensando a tante vicende conosciute come parroco.
Napoletano, originario del quartiere Poggioreale, padre Luciano da ragazzo è affascinato dal cammino vocazionale del fratello Alfredo, oggi commissario generale dei carmelitani di Santa Maria La Bruna. Giovane e indeciso, inizia a lavorare dopo il servizio militare, a Firenze conosce i religiosi carmelitani. “È durante un pellegrinaggio a Lourdes che decido di diventare sacerdote” ricorda, ed entra nell’ordine del Carmelo.
L’impegno verso i clochard e i senza dimora fa del santuario un porto sicuro per chi naviga in acque agitate. “Famiglie intere vivono con l’angoscia del domani e spesso la parrocchia diventa l’unico luogo dove sentirsi ancora persone e non problemi”, rivela padre Di Cerbo.
Ogni giorno i volontari sono impegnati in un servizio di ascolto per chi non sa dove andare. Il Centro di accoglienza “Padre Elia Alleva” sfama e accoglie gli ultimi 365 giorni all’anno. Al lato del santuario che si affaccia verso il mare, una lunga fila di donne, uomini e ragazzi provenienti da Africa, Europa dell’Est ma anche dalla stessa Napoli, attende che si aprano le porte per prendere il sacchetto con il cibo. “Un primo, il secondo, una bottiglia d’acqua e quando c’è, anche il dolce”. Padre Francesco Sorrentino spiega quello che ogni giorno viene donato ininterrottamente da 40 anni, mentre cerca di ordinare una fila impaziente di uomini e donne affamati.
Prima della pandemia gli ospiti entravano nei saloni, dopo il covid, anche per un numero di presenze sempre maggiore (dai 400 ai 600 pasti), i sacchetti per la prima colazione e il pranzo sono serviti all’esterno. “Come facciamo? È tutta opera della solidarietà”, affermano i volontari. Il furgone sull’esterno porta il pane fresco, mentre le cassette di acqua sono sistemate nell’interno dei locali. Panettieri, supermercati ma anche anziani e famiglie assicurano con la loro generosità che nessuno rimanga a stomaco vuoto. Parrocchie, scout e gruppi giovanili si alternano nel servire il cibo. Il reinserimento sociale per i detenuti a fine pena e la messa alla prova di donne e uomini che hanno sbagliato, sono un segno importante per dire che ognuno può ricominciare. Senza i volontari sarebbe impossibile offrire le attività che il santuario mette in campo ogni giorno.
“Durante la pandemia, in un momento di riflessione personale, capisco che, con una casa e un pasto sicuro ogni giorno, sono un privilegiato e inizio ad aiutare i senza tetto. Nel 2020 un amico mi disse che al Carmine cercavano un mediatore culturale. Da allora dedico parte delle mie giornate a questi fratelli che non parlano l’italiano”. Sasa’ Dello Iacono, 46 anni, napoletano di Piazza Mercato, parla le lingue del Nord Africa grazie a un percorso accademico svolto a Tunisi. Traduttore e volontario, è attento ai bisogni di chi arriva in Italia e ha bisogno di farsi comprendere. “Conosco le varie lingue parlate in tutta l’area del Maghreb: algerino, marocchino, tunisino e libico. Da quando ho scelto di impegnarmi al santuario mi sento trasformato, rigenerato”.
L’esperienza al Carmine vede la presenza del Terz’ordine Carmelitano e del coro, un servizio che coinvolge numerosi fedeli. Mentre le persone fissano con uno sguardo carico di speranza gli occhi dell’icona che rappresenta Maria, padre Luciano ripensa alla sua missione in questo luogo simbolo della spiritualità mariana. “Il mio ruolo, in mezzo a tutto questo, non è quello di risolvere ogni problema, compito evidentemente impossibile, ma di custodire la speranza. A volte basta semplicemente esserci: ascoltare senza fretta, ricordare a qualcuno che la sua vita ha ancora valore. L’evangelizzazione più autentica non passa solo dalle parole del Vangelo proclamate dall’altare, ma dai gesti semplici come una mano sempre tesa alle necessità delle persone e credere che anche nei contesti più difficili possa germogliare la speranza”.
(di Nicola Nicoletti – foto gentilmente concesse da padre Luciano Maria Di Cerbo)