La scuola del colibrì, che toglie dalla strada i bimbi di Bahia
Dal 1965 la diocesi di Firenze sostiene la missione in queste periferie brasiliane con la presenza di sacerdoti e laici che si sono succeduti nel servizio alla comunità. Oggi a Salvador de Bahia don Marco Paglicci porta avanti, tra le altre cose, il progetto educativo della scuola Beija Flor (colibrì, in portoghese), che coinvolge 200 bambini assicurando loro l'istruzione e sottraendoli dai pericoli della strada.
«Vedendo le case in mattoni e cemento di Massaranduba, un bairro popular alla periferia di Salvador de Bahia, non si può capire la sua storia, che spesso anche i giovani ignorano, perdendo coscienza delle proprie radici». Così don Marco Paglicci, 48 anni, fidei donum di Firenze, dal novembre 2016 parroco di Nossa Senhora da Piedade, parla della sua missione tra la gente di una periferia in cerca della sua identità. E ci racconta la storia di Massaranduba, nella Cidade Baixa, nella penisola di Itapagipana affacciata sulla Baìa de Todos los Santos sull’Oceano, che fa parte del territorio chiamato Alagados, una zona soggetta alle maree dove nelle prime palafitte costruite su una palude di mangrovie, abitavano gli afrodiscendenti degli schiavi deportati in Brasile. Nella città di Salvador all’inizio del Novecento cominciavano a funzionare le prime fabbriche e molte famiglie si trasferivano nelle periferie per avere un futuro migliore. Ma bastava una tempesta per allagare (come ricorda il nome della zona) le fragili baracche di legno, tanto che negli anni Quaranta del secolo scorso la costa fu riempita dai detriti provenienti dalla vicina spiaggia di Ribeira, e di lì a breve iniziò l’urbanizzazione che ha cambiato la vita degli abitanti. Rispetto ai quartieri vicini Jardim Cruzero e Uruguai, Massaranduba è rimasto sfavorito e meno attrezzato, come spiega don Marco: «è una zona più povera che in passato è stata favela, ma che ha perso l’identità della sua storia. Il lavoro che ruota intorno alla parrocchia su un grande territorio che conta 30mila anime, è quello di essere al fianco di chi soffre forti disuguaglianze. Qui ci sono persone che vivevano sulle palafitte e oggi abitano in case di mattoni, ma purtroppo hanno perso memoria del loro passato: oggi siamo in una anonima periferia urbana a cui è stata disconosciuta anche la caratteristica di chi si è riscattato con le proprie forze».
Dal 1965 la diocesi di Firenze sostiene la missione in queste periferie con la presenza di sacerdoti e laici che si sono succeduti nel servizio alla comunità. Nel 2007 è iniziato con don Luca Niccheri il lavoro pastorale in questa nuova parrocchia, che si è concentrato fin dall’inizio nell’educazione, con i bambini della scuola Beija Flor (nome in portoghese del colibrì), sostenuta dal contributo di tanti amici italiani e soprattutto dal Progetto Agata Smeralda, che assicura ogni anno a centinaia di piccoli l’educazione di base, il cibo, e la collaborazione con le famiglie.
Da due anni don Marco è rimasto «da solo, anche per il calo delle vocazioni, in questa parrocchia che vive, secondo le caratteristiche brasiliane, situazioni di forte disuguaglianza. Massaranduba è un luogo meraviglioso per l’umanità, il coraggio, l’allegria di chi vi abita, gli incontri con le persone sono sempre pieni di gioia. I bambini desiderano essere abbracciati e considerati. Purtroppo vivono in un contesto difficile per una serie di problematiche sociali. Nel bairro ci sono risse e uccisioni tra bande rivali per questioni che hanno a che fare con il traffico di droga. La violenza è molto diffusa e il tentativo di queste fazioni spesso è coinvolgere i ragazzi fin da bambini».
Per questo don Marco è molto attivo nel progetto Beija Flor, perché «se i bambini non sanno leggere, non possono nemmeno conoscere la Bibbia. La catechesi, l’evangelizzazione non può che arrivare dopo l’educazione e l’istruzione. Il livello di educazione è più basso, molti ragazzi vivono situazioni di strada, spesso non proseguono gli studi. Col progetto sociale Beija Flor cerchiamo di fare in modo che possano studiare. Oggi abbiamo circa 200 bambini che fanno parte di un cammino che parte dall’asilo e continua dopo con un programma di refuerzo escolar, un doposcuola con corsi di capoeira, teatro, circo, disegno, con spettacoli che rappresentino la loro cultura di questo quartiere (come in molti Stati del Brasile) di afrodiscendenti».
Nel quartiere in cui visse santa Dulce dos Pobres (1914-1992), esempio coraggioso di santità al servizio degli ultimi, i cattolici sono il 55-60% della popolazione, una percentuale erosa dall’aumento delle chiese evangeliche e pentecostali. «Come prete sono solo, mi aiuta un grande gruppo di laici. In questa zona ci sono anche altre fedi, il Brasile ha una grande varietà di culti che a noi stupisce. Poi c’è la storia del Candomblé, una religione afro-brasiliana nata in Brasile nel XIX secolo, ancora presente. Si tratta di una specie di pantheon di divinità ereditate dalla cultura degli schiavi. All’arrivo veniva imposto loro di seguire il cattolicesimo, di non praticare il loro culto. Allora hanno trovato il modo di continuare a pregare Orixà e gli antenati, identificandoli con i santi cattolici. A volte vengono da me persone che mischiano inconsapevolmente riti e preghiere in un forte sincretismo, o che mi parlano del Candomblè pensando che sia nell’ambito della religione cattolica».
Una delle contraddizioni del Brasile diviso tra tradizione e modernità, tra business e disuguaglianze. Tra vecchi e nuovi dei, tra la speranza del Vangelo e l’attesa di futuro.
(di Miela Fagiolo D’Attilia – foto gentilmente concesse da don Marco Paglicci)