28 Febbraio 2024

Da Pescara all’Albania: una intera comunità in missione

Al di là delle opere e delle strutture realizzate, la decennale esperienza missionaria in Albania della diocesi di Pescara – Penne, con tre diversi sacerdoti e tre laici, ha offerto preziose occasioni di crescita anche al resto della comunità, tanto in Italia che nel Paese delle Aquile. Anche solo brevi periodi d'estate possono servire ad allargare gli orizzonti del cuore. Il racconto di don Massimo Di Lullo.

Un Paese ancora in bilico tra le illusioni del mondo occidentale e una realtà socioeconomica troppo lontana dai modelli di riferimento: è l’Albania di oggi, dove il passaggio immediato dalla dittatura alla democrazia ha creato una grave crisi economica, sociale e politica negli anni ’90, segnando in maniera significativa la realtà odierna. Nel 2010 l’Arcivescovo di Pescara-Penne Tommaso Valentinetti ha pensato di istituire una missione ad gentes, attraverso il gemellaggio con la diocesi di Sapë, nel nord dell’Albania, per crescere nella missionarietà e nella relazione con una chiesa sorella.

“Ci siamo lasciati provocare dai bisogni dell’altro, agendo come fratelli: ecco perché – racconta don Massimo di Lullo, oggi parroco a Torre de’ Passeri (PE) e direttore del centro missionario diocesano – il nome Vllaznia (fratellanza nel dialetto albanese di quella zona) dato al gemellaggio. La scelta dell’Albania è frutto di un’amicizia nata e coltivata negli anni nelle esperienze estive fatte in terra albanese da giovani di vari movimenti e gruppi della nostra diocesi. Abbiamo deciso di impegnarci in questo gemellaggio per 10 anni (2012-2021), per instaurare un legame stabile, non un ‘intervento spot’, che servisse solo a creare aspettative e illusioni. La vicinanza geografica del Paese delle Aquile ha facilitato la costanza e la dedizione dell’impegno”.

“Il Vescovo – continua don Massimo – non ha voluto inviare solo un sacerdote, ma una comunità composta da sacerdote e laici. A partire dal 2012 insieme con don Giovanni Cianciosi, sono partiti tre laici: Mariapalma Di Battista, Goffredo e Tiziana Leonardis (marito e moglie) che sono rimasti in Albania fino al 2021. In questi anni si sono succeduti in missione, dopo don Giovanni Cianciosi, don Ezio Di Pietropaolo e poi il sottoscritto, parroco a Mabë e Dragushë dal 2018 al 2020 e rientrato a Pescara nel settembre 2020. Inizialmente abbiamo trovato un paese in crescita, anche se lenta, e soprattutto a velocità molto diverse tra l’area metropolitana di Tirana e i villaggi dell’interno e della montagna. Poi occorre distinguere tra il nord dell’Albania, a prevalenza cattolica e dove era la nostra missione, e il sud, a maggioranza musulmana. Magari, però, cattolici per tradizione, così che capita che a 30 anni ti chiedano il Battesimo o la Cresima, prima di sposarsi”.

“Nell’arco della missione – racconta ancora don Di Lullo – ci sono state diverse ordinazioni sacerdotali, segno che abbiamo vissuto davvero la comunità. Abbiamo ricevuto da loro una forte spinta al cambiamento, nonostante la profonda differenza culturale sperimentata, causata in particolare da 500 anni di dominazione musulmana e da 50 di martirio a causa di un regime totalitario, comunista e ateo”.

La missione decennale dell’arcidiocesi di Pescara ha prodotto una serie importante di opere e interventi.

La casa parrocchiale di Mabë, utilissima per le attività e per l’ospitalità di chi, da Pescara, ha voluto o vorrà fare un’esperienza missionaria; un centro pastorale a Dragushë; il sostegno alla Caritas Diocesana di Sapë, che si occupa di 130 famiglie in condizioni di povertà estrema. E poi, naturalmente, l’animazione e la catechesi garantite sempre da un sacerdote e dai tre laici fidei donum, in particolare i coniugi Goffredo e Tiziana. Mariapalma, invece, ha prestato servizio come educatrice nella Casa-famiglia “Rozalba” a Gjader, una casa di accoglienza per ragazze dai 10 ai 18 anni con problemi familiari.
Un ruolo strategico lo hanno avuto i campi estivi per i giovani della diocesi di Pescara, nel mese di luglio: una settimana di condivisione della vita missionaria, di conoscenza della realtà albanese e di scambio con i ragazzi della parrocchia. Ma anche l’organizzazione di viaggi missionari per sacerdoti e, solitamente dopo Pasqua, 4 giorni di conoscenza della missione diocesana e di incontro con testimoni della storia albanese.

“Come missionari in una parrocchia comprendente i due piccoli villaggi di Mabë e Dragushë – aggiunge Goffredo, il marito di Tiziana, in Albania dal 2012 al 2021 – abbiamo curato tutti gli ambiti. Ricordo le difficoltà degli inizi, quando eravamo visti con diffidenza soprattutto perché non essendo né preti, né religiosi, rompevamo gli schemi. Tanti volontari erano giunti in terra di Albania per realizzare progetti di sviluppo, ma noi non rientravamo in quella categoria e così rischiavamo di essere associati ad un brutto stereotipo sugli italiani: quello dei mafiosi. In questo clima,

il primo ambito del nostro annuncio è stato quello della ferialità, della piena condivisione, adeguandoci alle condizioni di vita del villaggio.

Ne cogliemmo tutta l’importanza quando una sera il villaggio era rimasto senza luce e l’indomani una signora bussò alla nostra porta. Ci disse che sua figlia di cinque anni aveva notato, dalla finestra, la luce fioca della nostra candela: «Guarda mamma, Goffredo e Tiziana hanno acceso le candele». Quella donna era venuta a ringraziarci per essere stati al buio come loro e non aver acceso, pur avendolo, il nostro gruppo elettrogeno”.

“La nostra è stata un’esperienza di famiglia missionaria – gli fa eco Tiziana, sua moglie – e l’opportunità che ci ha offerto la diocesi, come laici, è stata unica”.

“Ci siamo resi conto che la Chiesa e i laici – riprende Goffredo – venivano percepiti dai più come un ente benefico, scisso dalla fede in Dio ed anche dal luogo di culto, se non come edificio da ricostruire. Avevamo riflettuto molto su come inculturare il messaggio evangelico e una delle soluzioni fu quella di non legare la missione alle opere e di imparare bene l’albanese: solo apprendendo la lingua avremmo potuto vivere la missione. Nella visita alle famiglie mi ero aggregato al gruppo con il sacerdote e, inerpicandoci per sentieri lunghi e tortuosi, riuscivamo a visitare fino a otto famiglie al giorno. Pian piano, poi, iniziammo ad incontrare i giovani dei due villaggi in improvvisati oratori, sia per gli spazi a disposizione sia per la totale spontaneità dei nostri incontri. Forte della mia esperienza precedente in Italia, iniziai a proporre una serie di attività per attirare i ragazzi, riscuotendo un gran successo. Con i giovani ero un bravo animatore ma prima ancora – e questa era la cosa più importante – un testimone credibile.”

“Il gemellaggio tra le nostre diocesi continua – conclude don Massimo – con lo scambio e l’ospitalità per gruppi, la familiarità e l’amicizia. Ai laici e ai missionari che partono dico di essere sempre pronti all’ascolto e di non avere paura di mettersi al servizio. Il resto… viene da sé”.

(di Sabina Leonetti – foto gentilmente concesse da don Massimo Di Lullo)

28 Febbraio 2024
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