Siracusa: una parrocchia “senza fili” che unisce le generazioni
Nel quartiere di Santa Panagia, don Claudio Magro guida una comunità che ha scelto di abitare la periferia con gesti concreti. Dai corsi di alfabetizzazione digitale per gli anziani ai laboratori di meccanica per i giovani, passando per il teatro: un ponte tra passato e futuro che trasforma la chiesa in una casa per 12.000 anime. La parrocchia si fa collante tra le popolazione della parte signorile e quella della zona più popolare.C’è un momento preciso, nel salone della parrocchia della Sacra Famiglia a Siracusa, in cui il silenzio della solitudine si è spezzato per lasciare spazio al suono di una videochiamata. È il volto di un nipote che appare sullo schermo di uno smartphone, tenuto tra le mani tremanti di un nonno che fino a ieri quel telefono lo guardava con sospetto. In quel gesto semplice si intravede il senso di una comunità che ha scelto di non lasciare indietro nessuno. Siamo a Santa Panagia, un quartiere nato negli anni Cinquanta tra i giganti dell’edilizia popolare e le ombre delle zone industriali, un tratto di Sicilia dove la bellezza delle grotte storiche convive con la fatica quotidiana di dodicimila anime.
Qui, la parrocchia si trasforma in un luogo vivo, pulsante, che respira con il quartiere. «La parrocchia è diventata il centro di gravità attorno a cui ritrovarsi», racconta don Claudio Magro.
Per lui, guidare questa comunità significa prima di tutto ascoltare. Lo descrivono come una guida disponibile, uno che lascia spazio al fare, capace di trasformare le intuizioni dei volontari in progetti concreti. Il contesto è quello delle periferie che tutto il mondo conosce: equilibri economici fragili, famiglie che corrono tra mille lavori e ragazzi che, senza un’alternativa, rischierebbero di consumare i pomeriggi davanti a uno schermo o, peggio, negli angoli ciechi della strada.
È in questa direzione che si inserisce l’esperienza dell’ANSPI, l’associazione che anima le attività educative e di oratorio della Sacra Famiglia.
Eugenia Borgione, catechista ed educatrice della parrocchia, racconta: «A noi interessa che i ragazzi sentano questa chiesa come casa loro». E per rendere una chiesa “casa”, servono i giochi d’acqua del Grest estivo, le grida nei tornei di calcetto, il rumore del calciobalilla. In un quartiere dove le ludoteche private sono un lusso per pochi, la parrocchia offre un’alternativa gratuita e sicura. «Ci siamo messi in gioco anche noi educatori», spiega Eugenia ricordando l’estate appena trascorsa, «perché in questi momenti la crescita è reciproca: noi diamo loro un tempo pieno, loro ci restituiscono la gioia di vederli sbocciare».
Ma la vera magia della Sacra Famiglia è il “ponte” che ha saputo gettare tra le generazioni. Tutto è iniziato con la paura del Covid, che aveva sigillato le porte delle case degli anziani, condannandoli a un isolamento silenzioso. La parrocchia ha risposto con l’alfabetizzazione digitale. «Vederli imparare ad accendere un telefono o a mandare un messaggio come se fossero bambini è stato commovente», ricorda ancora Eugenia. Ma il progetto non si è fermato agli smartphone. In uno scambio che si è costruito nel tempo, quegli stessi anziani sono passati dall’essere allievi all’essere maestri. Hanno aperto le loro officine, hanno messo a disposizione le mani sporche di grasso e la sapienza dei vecchi mestieri per insegnare ai giovani che la vita non è solo virtuale. I ragazzi hanno insegnato ai nonni a navigare sul web, e i nonni hanno insegnato ai ragazzi a riparare un motore.
Ranieri Bronzi, anima delle attività sportive, sorride quando parla della passione che lo spinge. È in parrocchia da quando aveva sei anni, è cresciuto tra queste mura e oggi restituisce quello che ha ricevuto. Per lui lo sport è lo strumento per tenere la comunità «compatta e viva», qualcosa che nasce dal legame profondo con don Claudio, in un rapporto che definisce «fraterno». Ed è questa fraternità a permettere alla parrocchia di guardare oltre i propri confini, arrivando persino in Guinea. Recentemente, la comunità ha ospitato sacerdoti africani per un percorso di formazione in meccatronica ed elettromeccanica. Un ponte che parte da Siracusa e arriva a Bafatá, dove quelle competenze possono diventare una grande opportunità.
C’è poi il lavoro silenzioso della Caritas, coordinato da persone come Sebastiano Tabacco. Informatico di professione, Sebastiano dedica i suoi sabati alla distribuzione dei pacchi alimentari. Si definisce “una persona fortunata” che vuole condividere il proprio tempo e il suo sguardo sulla realtà del territorio è lucido: «Abbiamo le case popolari a destra e quelle signorili a sinistra; i contrasti sono evidenti». In questa terra di mezzo, la parrocchia agisce come un collante sociale, cercando di mantenere i locali, creare spazi di incontro e sostenere chi è in difficoltà.
In questo pezzo di Sicilia, la fede si manifesta attraverso un lavoro quotidiano fatto di laboratori teatrali, sport, iniziative di vario genere accomunate dal divenire occasioni di riscatto, nonché nelle processioni che ancora oggi identificano il popolo con il suo territorio. È una forma di prossimità che – alla fine – prende corpo nei singoli gesti quotidiani, dal passo dei giovani che tornano in oratorio al sorriso di un anziano che, grazie a un telefono, non si sente più solo.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)