Vita del Santo
Felice Porro, o Porri, nacque a Cantalice, borgo rupestre in provincia di Rieti, con ogni probabilità nel 1515, da una famiglia contadina di umili condizioni. In giovane età si trasferì a Cittaducale, dove prestò servizio presso la nobile famiglia Picchi come pastore e lavoratore agricolo. In questo periodo sarebbe scampato a un grave incidente, quando fu sfiorato da un aratro trainato da buoi imbizzarriti, uscendone tuttavia illeso.
Intorno ai trent’anni entrò tra i primi membri dell’Ordine dei Frati Cappuccini. Dopo il noviziato a Fiuggi, nel 1545 emise la professione religiosa nel convento di San Giovanni Campano. Successivamente soggiornò nei conventi di Tivoli e Viterbo-Palanzana, prima di essere inviato a Roma per l’attività di questua a sostegno del convento di San Bonaventura, oggi noto come Santa Croce dei Lucchesi al Quirinale.
Per circa quarant’anni visse come frate questuante, in assoluta povertà, incarnando l’ideale francescano in un contesto urbano complesso come quello della Roma del Cinquecento.
La tradizione gli attribuisce diversi episodi miracolosi, tra cui la cosiddetta “rigenerazione” di un allevamento di bachi da seta colpiti da una malattia. Secondo il racconto, Felice avrebbe utilizzato foglie bagnate e acqua che, invece di danneggiare gli insetti, ne avrebbe favorito la guarigione e la moltiplicazione.
Morì il 18 maggio 1587, all’età di circa 72 anni, dopo un’esperienza mistica durante la quale avrebbe avuto una visione della Madonna circondata da angeli. Al momento della morte, il suo corpo sarebbe stato avvolto da un intenso e soave profumo. La sua canonizzazione fu proclamata da papa Clemente XI nel 1724.
Agiografia
Dotato di un forte temperamento mistico, trascorreva le notti dormendo appena due o tre ore, dedicando il resto del tempo alla preghiera. Per le strade di Roma si prendeva cura di ammalati e poveri, distinguendosi per una profonda carità. La sua devozione alla Madonna era tale da valergli il soprannome di “Frate Deo gratias”, legato al suo abituale saluto di ringraziamento.
Fu in rapporto di amicizia con san Filippo Neri e san Carlo Borromeo e veniva spesso consultato come guida spirituale da cardinali, prelati e membri dell’aristocrazia romana. La tradizione gli attribuisce una particolare devozione mariana, con apparizioni della Vergine che lo avrebbero accompagnato anche nel momento della morte. È ricordato inoltre per aver composto semplici canti popolari dedicati alla Madonna, diffusi tra la gente comune. Uno di questi recitava: «Se tu non sai la via d’andare in Paradiso, vattene a Maria con pietoso viso, ch’è clemente e pia: t’insegnerà la via d’andare in Paradiso».
Felice da Cantalice, primo santo dell’Ordine cappuccino, è venerato come compatrono della diocesi di Rieti ed esempio di umiltà e semplicità evangelica. La sua devozione non è circoscritta al solo paese natale né al quartiere romano di Centocelle, ma si è diffusa in diverse regioni d’Italia e in varie parti del mondo, in particolare nel Nord Europa e in Sud America, grazie all’opera missionaria dei frati cappuccini che ne hanno diffuso la figura come modello spirituale.
Tra le sue espressioni più note si ricordano alcune massime di carattere ascetico, come: «Tutti i libri della biblioteca poco o nulla gioveranno se non servono a farci ben comprendere Gesù crocifisso» e «Le sofferenze sono rose e fiori per il Paradiso».
Intervista impossibile di Monsignor Vito Piccinonna al Santo
Dopo essere scampato a un incidente mortale, hai scelto la vita religiosa: come possiamo vedere nelle prove e nelle difficoltà della vita un invito a fidarci della Provvidenza e a trasformare gli ostacoli in opportunità?
«Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio». Conoscerete questa frase di Gesù che si trova nel Vangelo secondo Luca. Quand’ero ancora giovane, fu proprio un aratro trainato da buoi imbizzarriti a passarmi sopra: prodigiosamente mi stracciò solo i vestiti e lasciò intatto il mio corpo. Ebbi una grande paura e cominciai ad interrogarmi più a fondo sul senso della vita. Mi apparve come il dono più grande di Dio. Cominciai a pensare di restituirlo con una vita di consacrazione e chiesi di entrare in convento. Forse, senza quella prova, avrei continuato a svolgere il mio lavoro nei campi.
Per quarant’anni hai percorso le strade come questuante, aiutando i poveri con gioia e semplicità: come possiamo rendere i piccoli gesti quotidiani di servizio un’autentica missione capace di portare gioia e senso nella nostra vita?
È vero, per quarant’anni, quasi tutti i giorni ho percorso le strade di Roma a piedi nudi e con un sacco sulle spalle per raccogliere le cose necessarie ad aiutare i frati nell’assistenza ai malati e ai poveri. Sette anni prima della mia morte ci fu una grande carestia e le richieste aumentarono a dismisura. Ho sperimentato la grandezza della Provvidenza: a volte non mi rendevo conto nemmeno io di come nella bisaccia trovassi sempre un pezzo di pane da condividere. «Si è più beati nel dare che nel ricevere», si legge negli Atti degli apostoli. L’ho sperimentato nel donare ai poveri, ma anche nel ricevere l’elemosina da un ricco. Ero libero e povero perché ricevevo per dare: non si «dà per ricevere», come molti pensano. La nostra identità di uomini e di cristiani si caratterizza per un sovrappiù di amore. Il bene si fa gratuitamente, comunque e sempre. Il bene compiuto torna sempre,anche se chi lo riceve non sa ringraziare. Anzi proprio quando gli altri non ci ricambiano, sul piano spirituale guadagniamo di più, perché somigliamo di più a Cristo. Il vero guadagno è la santità.
La tua vita contemplativa e la devozione alla Vergine furono instancabili: in un mondo pieno di impegni e distrazioni, come possiamo coltivare costanza e profondità nella preghiera e nella relazione con Dio?
Durante il noviziato il nostro padre maestro ci raccontava sempre di come san Francesco circondasse di amore indicibile Maria, la Madre di Gesù. Nutriva per lei un amore profondo e tenero. La venerava perché, col suo “sì”, aveva reso il “Signore della Maestà nostro fratello”, unendo l’umano al divino. La considerava avvocata dell’Ordine Francescano, Madre di Gesù e sposa dello Spirito. Maria è sempre stata per me un punto di riferimento spirituale, anche prima che diventassi frate cappuccino. Tante volte nelle lunghe ore trascorse a sorvegliare il gregge ripetevo le preghiere imparate da bambino e soprattutto il santo rosario. Allora non sapevo neppure cosa fosse la contemplazione, ma mi sembrava di percepire accanto a me la dolce presenza dell’amore materno di colei che Gesù ci ha lasciato come madre prima di morire sulla croce.
Con il tuo “Deo gratias” rispondevi sempre con gratitudine e lode: come possiamo sviluppare uno spirito di ringraziamento autentico, capace di illuminare anche i momenti di privazione e difficoltà?
La lode è la vera preghiera. Dio sa i nostri bisogni. Ai miei tempi nel Messale fu inserita la formula di chiusura Ite missa est, Deo gratias! La frase mi accompagnava e alla fine mi fece soprannominare “frate Deo Gratias”. È fondamentale ringraziare anche nelle difficoltà: la gratitudine illumina la privazione, cambiando prospettiva verso ciò che abbiamo, non ciò che manca. Non si negano le prove, ma si trova luce nelle piccole cose per crescere. Così rispondiamo alla vocazione senza rimpianti, ricordando che chi guarda indietro non è adatto al Regno. Buon cammino di santità: in Paradiso si sta davvero bene!
Segni Iconografici distintivi
È ritratto come un anziano frate cappuccino, con lunga barba bianca e il saio marrone con il cappuccio. Talvolta appare nella veste di questuante, segno della sua vita povera e itinerante, e spesso è raffigurato mentre tiene tra le braccia il Bambino Gesù, simbolo della sua profonda devozione e intimità spirituale con Cristo.
Tradizione gastronomica legata al culto
A Cantalice, suo paese natale, ogni anno si svolge un evento comunitario che rievoca il cosiddetto “miracolo delle fave”, legato alla memoria di San Felice da Cantalice e alla sua attenzione verso i poveri.
La ricorrenza diventa un momento di condivisione e partecipazione popolare, in cui la comunità si riunisce per ricordare la figura del santo cappuccino e il suo stile di vita semplice e solidale. In questa occasione, i fedeli sono soliti consumare e distribuire fave, alimento povero ma simbolicamente ricco, che richiama l’ideale di sobrietà e carità vissuto da San Felice da Cantalice.
L’evento unisce dimensione religiosa e tradizione popolare, trasformandosi in un segno concreto di memoria collettiva e di continuità del culto nel territorio.
Curiosità
Il noto cantautore romano Claudio Baglioni ha più volte manifestato pubblicamente la propria devozione per San Felice da Cantalice, figura particolarmente legata alla spiritualità popolare del suo quartiere d’origine. L’artista, infatti, è nato e cresciuto a Centocelle, area di Roma dove il culto del santo cappuccino è storicamente radicato e ancora oggi molto sentito dalla comunità locale.
Secondo quanto ricordato dallo stesso Baglioni, i suoi primi passi nel mondo della musica risalgono al “Festival di voci nuove” organizzato proprio in onore di San Felice da Cantalice, evento che negli anni ha rappresentato un importante momento di aggregazione culturale e religiosa per il quartiere. Questa esperienza iniziale viene spesso considerata simbolicamente l’avvio del suo percorso artistico.
Il legame tra il cantautore e il santo si inserisce così in una dimensione non solo devozionale, ma anche identitaria e culturale, che unisce tradizione religiosa e memoria popolare del territorio romano.
Preghiere a San Felice da Cantalice
O Dio, Padre buono,
che in San Felice da Cantalice hai donato alla Chiesa e alla Famiglia Francescana
un luminoso esempio di semplicità evangelica e di vita interamente consacrata alla tua lode,
aiutaci a vivere oggi con lo stesso spirito,
in un tempo spesso distratto e affaticato,
imparando a riconoscere ciò che è essenziale
e a mettere al centro della nostra vita Cristo.
Rendici capaci di cercarti con sincerità,
di servirti nella gioia quotidiana
e di testimoniare il Vangelo con gesti concreti di amore e di fraternità.
Egli è Dio e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
(di Autore Anonimo)
O glorioso e amabile San Felice da Cantalice,
che nella tua umile vita di fratello cappuccino cercatore
sei stato tanto caro a Gesù e alla Madonna,
volgi a noi il tuo sguardo benevolo
e accompagnaci nel cammino della vita quotidiana.
Ottienici dal Signore la grazia di cui abbiamo bisogno,
soprattutto ciò che è utile al bene della nostra anima
e al nostro cammino di fede.
Santo della semplicità e della gioia evangelica,
guarda alle nostre fragilità, alle nostre fatiche e alle nostre inquietudini,
e sostienici con la tua intercessione.
Presenta al Signore le nostre intenzioni,
affinché possiamo vivere con fiducia, speranza e pace,
sostenuti dalla sua misericordia.
Amen.
(di Autore Anonimo)
Fonti
- I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire, Luigi Luzi, Shalom Editrice.
- Il grande libro dei santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, San Paolo Editore.
- I santi secondo il calendario, prefazione di Gianfranco Ravasi, edizioni Corriere della Sera.
- Martiri e santi del calendario romano, Enrico Pepe, Edizioni Città Nuova.
- I Santi nella Storia. Tremila testimoni del Vangelo, San Paolo Editore.
- Bibliotheca Sanctorum, Istituto Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense.
- San Felice da Cantalice. I suoi tempi, il culto e la diocesi di Cittaducale dalle origini alla canonizzazione del santo. A cura di Giovanni Maceroni e Anna Maria Tassi, Editrice Il Velino.
- L’asino dei frati. Fra Felice da Cantalice, di Remo Branca, Editore Ancora Milano.