Vita del Santo
Vincenzo, diacono di Saragozza, è ricordato come uno dei grandi martiri della Chiesa. Cresciuto in una famiglia che gli trasmise rettitudine, cultura e solide doti morali, divenne arcidiacono grazie alla fiducia del Vescovo Valerio, che lo scelse anche come predicatore, compensando così i propri problemi di balbuzie. La fama di Vincenzo come oratore era tale che San Paolino da Nola lo definì uno dei più grandi predicatori della Chiesa, mentre Sant’Agostino ne lodava il coraggio nel parlare e la forza nel soffrire. Durante la persecuzione scatenata dall’imperatore Diocleziano, Vincenzo e il Vescovo Valerio furono arrestati dal governatore di Valencia, Daciano. Le capacità oratorie del diacono irritarono ulteriormente il governatore, che lo sottopose a torture estreme. Nonostante il dolore, Vincenzo non si piegò: rinchiuso in una cella cosparsa di cocci, continuò a lodare Dio con canti e preghiere. Alla fine, il governatore decise di non dargli la soddisfazione di morire come martire e lo dispose in un letto, dove Vincenzo spirò. La leggenda racconta che il suo corpo, destinato ai cani, fu salvato da un corvo e posto in un contenitore di pelle di bue, gettato poi in un fiume. Miracolosamente, i resti galleggiarono fino a essere recuperati dai cristiani, che da allora lo venerano come santo. San Vincenzo di Saragozza rimane un simbolo di fede incrollabile, coraggio e dedizione al servizio della Chiesa, un esempio di martirio che continua a ispirare i fedeli in tutto il mondo.
Agiografia
Vincenzo di Saragozza è considerato uno dei santi più importanti della Spagna, forse il martire spagnolo più famoso, con il suo nome presente nei martirologi più antichi. La sua figura è al centro di numerosi culti e festività locali: in molte città iberiche si organizzano processioni, messe e manifestazioni di carattere sia spirituale sia ricreativo, a testimonianza della profonda devozione popolare. San Vincenzo, diacono e martire, è invocato per la protezione contro difficoltà e avversità, diventando un simbolo dell’identità religiosa locale, pur con variazioni da regione a regione. La sua venerazione è inoltre alimentata da leggende che narrano numerosi miracoli, sia in vita sia dopo la morte. A lui vengono attribuite guarigioni prodigiose da malattie o disabilità, oltre alla protezione contro calamità naturali: molti racconti descrivono comunità salvate da tempeste o eventi atmosferici straordinari grazie alle preghiere rivolte al santo. San Vincenzo è anche associato a conversioni spirituali. Diversi testimoni raccontano di aver ritrovato la fede o di essersi riconciliati con la religione grazie alla sua intercessione. Una tradizione popolare narra che persino il carceriere che lo aveva sorvegliato durante la prigionia si convertì alla fede cristiana dopo aver assistito alla sua straordinaria forza spirituale. Curiosamente, San Vincenzo è patrono dei vignaioli, grazie a una leggenda francese secondo cui, durante una visita terrena, si perse tornando dal Paradiso dopo aver assaggiato del vino. Per punizione fu trasformato in una statua di pietra, fino a quando non ricevette il perdono divino. Oggi, la devozione per San Vincenzo di Saragozza continua a unire tradizione, fede e folklore, rendendolo una delle figure più emblematiche del panorama religioso spagnolo.
Intervista impossibile di Monsignor Vito Angiuli al Santo
Oggi il diaconato ha ripreso un ruolo centrale nella vita della Chiesa. Cosa significava per te essere diacono nel tuo tempo, e quali elementi di quel servizio ritieni ancora preziosi per chi oggi si dedica a questa vocazione?
Com’è noto, il Vescovo Valerio mi ordinò diacono a 22 anni, proprio per la mia capacità di saper parlare e saper predicare. Per questo, ritengo che il tema del diacono come “servo della Parola” sia – nel mio tempo, come nel vostro – molto importante. Il “servizio della parola” è da intendersi non soltanto in riferimento a quella scritta e a quella virtuale, ovvero a quella che caratterizza il modo di dialogare con i mezzi di comunicazione del vostro tempo, ma soprattutto alla parola orale. Questa ha una forza persuasiva molto efficace e porta dentro di sé anche una dimensione veritativa. È possibile allora parlare e predicare il Vangelo attraverso l’oralità, in particolare modo attraverso l’omelia e la catechesi. Il secondo è il servizio della carità, che ha sempre una grande importanza per far comprendere il senso del Vangelo. Naturalmente, anche nella vostra epoca, ci sono molte forme di servizio alla carità. Bisogna lenire i bisogni di carattere materiale, ma occorre sviluppare anche una sorta di carità per aiutare la dimensione psicologica. Si sa che oggi molte persone fanno uso di psicofarmaci, e questo richiama la necessità di saper parlare all’anima delle persone. C’è poi una carità di carattere pedagogico, che serve per accompagnare i giovani verso il saper aprirsi alla vita. Esiste, inoltre, la carità di carattere spirituale, perché molto spesso, oggi, le persone vivono in una mancanza di senso; dunque, bisogna sostenerle attraverso la dimensione spirituale. Infine, direi che un altro aspetto del servizio diaconale è quello di essere “ministro della consolazione”. Bisogna ascoltare le persone, rimanere accanto a loro, vivere una relazione empatica. Insomma, come il buon samaritano bisogna aiutare gli altri nei momenti di sofferenza e di crisi attraverso una parola che sia capace di consolare e ravvivare il desiderio di vivere.
Ti hanno descritto come un uomo di grande cultura e coraggio. Da dove traeva forza il tuo cuore, e quali tre consigli daresti agli studenti universitari per vivere con integrità, passione e fede, mettendo la cultura al servizio dei valori cristiani?
Intanto, la mia forza e il mio coraggio mi venivano soprattutto dal contatto con Gesù. In un bellissimo discorso, Sant’Agostino di me ha detto: «Vincenzo vinceva, ma in realtà il vincitore era Colui al quale egli apparteneva». In questo caso, Sant’Agostino ha descritto benissimo la mia persona, perché la vittoria che io ho riportato contro tutte le forme di persecuzione, è di certo attribuibile non alla mia persona, ma alla presenza di Cristo. Questa dovrebbe essere anche la forza che deve aiutare gli studenti universitari a mantenere viva la loro passione e il loro desiderio di servire attraverso la cultura. Intanto, mi sento di dare tre consigli. Innanzitutto, quello di usare sapientemente le nuove tecnologie informatiche, perché non si cada in una forma di dipendenza, ma si resti liberi e capaci di proporre contenuti di verità, anche oltre gli schermi. Certo, queste nuove modalità sono utili e positive, a patto però di saperle usare bene. Come secondo consiglio, bisogna mantenere viva la curiosità, che proprio le tecnologie informatiche possono in un certo senso smorzare, fornendo risposte veloci e pronte, ma che talvolta si fermano alla superficialità senza approfondire la capacità di penetrare i concetti. Il terzo consiglio che darei è che si impara non solo dai libri, ma soprattutto dalle relazioni con gli altri. Si trasmette la cultura imparando dalla vita, non soltanto dalle carte o dai testi. Allora, occorre essere attenti a mantenere i legami, perché solo attraverso la relazione con il prossimo si impara a conoscere gli aspetti di cui altri sono portatori.
Hai affrontato il governatore Daciano, uomo potente e violento, subendo tremende prove per la tua fedeltà a Cristo. Come hai trovato la forza di resistere, e quale insegnamento può offrire oggi ai cristiani che faticano a essere testimoni della fede in contesti dove sono minoranza?
Effettivamente, le prove a cui sono stato sottoposto sono state molto dure. Però, sempre Sant’Agostino in un altro suo discorso interpreta bene quello che è stata la mia persona. Così egli ha scritto: «il martire Vincenzo vince a parole, vince nei tormenti, vince nella confessione, vince nella tribolazione, vince quando è arso dal fuoco, vince nella tortura, vince da morto». Queste parole del santo Vescovo d’Ippona esprimono in una maniera efficace quello che è stata la mia vita e anche il mio modo di affrontare la persecuzione. La forza per affrontare tutto questo naturalmente mi veniva dalla fede, che oggi non è più scontata. Però c’è un aspetto significativo. Stanno riemergendo in questo contesto culturale – in cui sembrava che la fede fosse quasi esclusa della vita – molte realtà estremamente positive, soprattutto quando una persona riscopre la gioia della fede. È questo l’aspetto che vorrei sottolineare: la gioia della fede aiuta ad affrontare tutte le difficoltà e diventa veramente una testimonianza efficace per presentare anche agli altri la bellezza del Vangelo. Riscoprire la fede è dunque un momento gioioso che dona nuova energia, linfa vitale per affrontare le difficoltà che si presentano davanti nella vita quotidiana.
Cosa diresti oggi a un cristiano che si scoraggia nel servizio, quando le difficoltà sembrano insormontabili, il riconoscimento è scarso e la fatica quotidiana pesa? Quali parole di incoraggiamento potresti offrire per mantenere viva la motivazione?
Darei soprattutto tre suggerimenti: il primo è “armarsi della forza della pazienza”. Oggi si parla soprattutto della virtù della resilienza, come capacità di resistere anche in momenti di difficoltà. Poi, c’è la perseveranza, ovvero il coraggio di continuare ad affrontare le difficoltà, nonostante tutto. D’altra parte, il Vangelo stesso dice «con la vostra perseveranza salverete le vostre anime». Per questo, a una persona un po’ scoraggiata per le avversità della vita, direi di avere la forza di continuare a lottare, perché bisogna sempre arrivare fino in fondo, e solo chi arriva fino in fondo acquista veramente il senso delle cose. L’ultimo concetto è incentrato sull’attesa. Direi “l’attesa dell’inedito”, perché se ci si scoraggia e si desiste non si scoprono le cose belle che abbiamo davanti. Allora, bisogna continuare a cercare nonostante le difficoltà, ad aprire la porta per sperimentare cose che apparentemente o in un primo tempo pensavamo di non poter trovare. Ecco, “l’attesa dell’inedito” ci apre a qualcosa che all’inizio ci sembrava di non percepire o non vedere, ma che di certo rappresenta un antidoto contro lo scoraggiamento.
Segni Iconografici distintivi
È ritratto con la dalmatica, oppure con in mano la palma o accanto agli strumenti del martirio: il cavalletto, la macina legata al collo, la graticola o l’uncino. Talvolta è raffigurato con il corvo, che simboleggia la provvidenza divina, o vicino a una barca, ricordando i viaggi e le difficoltà che affrontò per diffondere la fede. Non di rado, accanto a lui compare un grappolo d’uva, simbolo di gioia e abbondanza spirituale. Questi attributi, insieme, raccontano la vita del santo, testimone del coraggio e della fede incrollabile di fronte alla sofferenza, e continuano a ricordare ai fedeli il suo esempio di dedizione e santità.
Tradizione gastronomica legata al culto
Il santo è particolarmente venerato dai vignaioli, e in suo onore molte tradizioni gastronomiche ruotano intorno al vino e all’uva. Durante le feste a lui dedicate, è comune organizzare degustazioni di vini locali, benedizioni dei vigneti e momenti di convivialità che celebrano la ricchezza della terra e il lavoro dei contadini. Accanto a queste usanze legate al vino, esistono anche dolci tipici preparati in onore del santo. Tra i più famosi ci sono i “Vincenzini”, biscotti a base di pasta frolla che a Messina vengono chiamati comunemente “Nzuddi”. Questi dolci, diffusi in tutta la Sicilia, rappresentano non solo un omaggio al santo, ma anche un legame tra devozione religiosa e tradizione culinaria locale. Così, ogni anno, le celebrazioni in onore di San Vincenzo uniscono fede, cultura e gusto, confermando la sua influenza nella vita spirituale e quotidiana delle comunità che lo venerano.
Curiosità
Una delle leggende più singolari legate al santo racconta che, durante una visita terrena, San Vincenzo si sarebbe trattenuto troppo a lungo sulla terra dopo aver assaggiato del vino e, come punizione divina, fu trasformato in una statua di pietra. Quando la sua prova ebbe fine, il santo riprese finalmente la via del Paradiso, ma la sua effigie fisica rimase sulla terra. Alcuni monaci, desiderosi di custodire quella testimonianza straordinaria, raccolsero la statua e la portarono nella loro cantina. Lì la conservarono con grande cura, come simbolo della devozione dei fedeli e della presenza del santo anche tra gli uomini. Questa leggenda, oltre a sottolineare il legame tra San Vincenzo e il mondo dei vignaioli, racconta anche la vicinanza del santo ai suoi devoti e la protezione che continua a offrire, anche attraverso piccoli prodigi e segni miracolosi.
Preghiere a San Vincenzo
O San Vincenzo, diacono e martire,
tu che hai affrontato il martirio con coraggio e fede,
intercedi per me in questo momento di bisogno.
Donami la forza di perseverare nelle prove,
la saggezza per affrontare le difficoltà
e la protezione divina per me e per chi è più debole.
Fa’ che la tua intercessione mi avvicini a Dio
e mi conceda la grazia di vivere secondo i principi del Vangelo.
Amen.
(di Autore Anonimo)
O San Vincenzo, diacono coraggioso e martire fedele,
tu che non hai mai avuto paura di difendere la verità,
aiutaci ad essere forti nella fede e nel bene.
Donaci il coraggio di affrontare le difficoltà,
la pazienza quando le cose sembrano impossibili
e la saggezza per fare sempre scelte giuste.
Proteggi i nostri amici, le nostre famiglie
e tutti i ragazzi che stanno vivendo momenti di paura o solitudine.
Insegnaci a essere gentili, a perdonare
e a camminare ogni giorno vicino a Dio,
seguendo l’esempio del tuo coraggio e della tua fede.
Amen.
(di Autore Anonimo)
Fonti
- I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire, Luigi Luzi, Shalom Editrice.
- Il grande libro dei santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, San Paolo Editore.
- I santi secondo il calendario, prefazione di Gianfranco Ravasi, edizioni Corriere della Sera.
- Martiri e santi del calendario romano, Enrico Pepe, Edizioni Città Nuova.
- I Santi nella Storia. Tremila testimoni del Vangelo, San Paolo Editore.
- Bibliotheca Sanctorum, Istituto Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense.