Quando la luce della solidarietà fende le tenebre
Don Giovanni Russo oggi è il parroco di S. Maria Assunta in Cielo, a Pompei, dopo una lunga esperienza alla guida della Caritas. Dal lavoro con i detenuti di Secondigliano fino alle esperienze di volontariato anche in Africa, intorno alla parrocchia si è creato un circolo virtuoso di sinergie che fanno rifiorire la speranza e ricuciono gli strappi delle vite più lacerate. Nel nome di Maria.
Volontari che s’incrociano in fretta, detenuti in permesso premio, braccia di migranti al lavoro. C’è sempre un bel da fare in questa periferia di Pompei, nella parrocchia S. Maria Assunta, 1700 abitanti, in contrada Parrelle, tra la città moderna e il Parco Archeologico degli scavi. Qui il carisma di Bartolo Longo è più vivo che mai, grazie al parroco don Giovanni Russo, classe 1974, che dopo tanti anni al timone della Caritas diocesana, ha fatto dell’accoglienza l’identità della sua comunità dal 2019.
“La parrocchia è frequentata anche da persone dei paesi vicini – esordisce don Giovanni – e dunque il tessuto sociale è variegato: agricoltori e operai, figli di detenuti e commercianti. Ma le nostre parole d’ordine sono solidarietà e condivisione, in collaborazione con la Caritas diocesana: non solo vestiario e cibo ma innanzitutto ascolto e orientamento. Con le suore di Pompei, inoltre, realizziamo dei campi di lavoro nei Centri don Orione in Africa. Prossimamente partirà un primo gruppo per il Camerun, un secondo invece partirà ad agosto, per aiutare minori con disabilità fisica o psichica, spesso legate alla povertà estrema, offrendo un supporto per l’istruzione, l’igiene e la cura degli spazi, la manutenzione delle strutture”.
Emanuele Palomba, 23 anni, tecnico contabile, ha partecipato a un campo di lavoro nel 2024 e non vede l’ora di ripartire. “Don Giovanni – racconta il giovane – era stato in missione in Costa D’Avorio con un gruppo parrocchiale e dal 2008 aveva attraversato diverse aree del sud del mondo. Le sue testimonianze mi avevano colpito, tanto da far nascere in me il desiderio di toccare queste realtà con mano. Per 15 giorni ero partito con l’idea sbagliata di cambiare l’Africa, pur avendo vissuto una formazione rigorosa, e invece è stata l’Africa che ha cambiato me. Tinteggiare, fare scarpe ortopediche per bimbi disabili, pulire scuole e ospedali, cucinare, occuparsi di attività didattica e lavanderia: ogni gesto acquista sapore e significato se provi a metterti dalla parte dell’altro. Minori che imparano la sopravvivenza sulla sedia a rotelle, con una forte volontà di fare da soli, spesso ti lasciano senza parole. Oggi non sono più lo stesso: sono cambiati il mio sguardo sul mondo e il mio modo di vivere”.
Luce anche oltre le sbarre
“La nostra fede in Cristo – riprende don Giovanni – deve risvegliare le coscienze non solo nei periodi di festa: il nostro stile di vita cambia se ci poniamo in relazione con le povertà vicine e lontane ogni giorno. Come cappellano del carcere di Secondigliano, dal 2018, in collaborazione con l’Istituto Penitenziario ho pensato di ricucire la vita, con uno slogan legato a quello che era un laboratorio di sartoria in carcere, poi evolutosi nel progetto Albus sacer: paramenti sacri, casule, stole, arredi sacri. È nato un ponte lavorativo con la parrocchia dal 2022 grazie a una nostra volontaria sarta. In carcere avviene la maggior parte della produzione, in parrocchia arriva il prodotto finito per le fasi conclusive: lavaggio, stiratura, impacchettamento. Il tutto con una estrema cura per i dettagli e le finiture. Un protocollo d’intesa stilato in carcere con una nota camiceria di Napoli ha consentito, in qualche caso, l’assunzione di ex detenuti, che si sono perfezionati in carcere e sono stati inseriti anche in tappezzerie e sartorie della zona. Finché non trovano lavoro – prosegue don Giovanni – si rendono utili in parrocchia, dove cerchiamo di far superare lo stigma sociale. Albus sacer è il frutto di un percorso di formazione finalizzato non solo alla specializzazione sartoriale, ma anche a un avvicinamento ai valori della fede”.
Come è successo a Stefano, 61 anni. Lui ha conosciuto il 41 bis (carcere duro) girando carceri in tutta Italia. Da tredici anni è a Secondigliano – da oltre tre anni in regime di semilibertà – e cinque anni fa ha conosciuto don Giovanni. “Tra di noi – racconta – si è instaurato un clima di fiducia, un rapporto personale costruito con i nostri incontri due volte a settimana. Ho cominciato a usufruire dei permessi premio in parrocchia e don Giovanni ha ospitato la mia famiglia, inizialmente. Dalle 9.30 alle 16 ho cominciato a fare volontariato come appassionato di artigianato, dalla falegnameria alla pittura, fino alla realizzazione di pergamene e prodotti che poi venivano messi in vendita nel periodo natalizio. Abbiamo anche realizzato dei presepi, con un altro detenuto. La parrocchia è stata la mia àncora, fino a quando ho trovato lavoro nei dintorni di Napoli, grazie ai miei familiari e all’impegno di don Giovanni, cosicché ora sono in regime di semilibertà dalle 7 alle 21. In parrocchia continuo a dare disponibilità come volontario, dovendo rientrare in carcere fuori dell’orario di lavoro, e anche nella mia azienda curo il giardino come volontario. L’azienda mi ha fornito un alloggio. Posso ritenermi fortunato considerando che queste opportunità non sono riservate a tutti i detenuti: un ergastolano può perdere la speranza, come stava succedendo a me. Ogni giorno bisogna lottare per dare il meglio di se stessi dentro e fuori del carcere. Ho studiato, mi sono diplomato in carcere: lo studio è forza e coraggio, tenere accesa la luce interiore è quella scintilla che apre il cuore alla speranza”.
Oltre la speranza, dagli angusti spazi di una cella di Secondigliano, si dipana il gomitolo di una vita difficile e di una carcerazione molto lunga. Uno straordinario percorso dello spirito, forse unico nel suo genere in Italia, nella solitudine della propria coscienza, un’indagine interiore verso le radici del proprio agire. È quello di Pierdonato Zito, nato a Montescaglioso nel 1959, la cui storia, a suo tempo finita sulle cronache nazionali, è oggi una lezione di vita non solo per il mondo carcerario. Anche lui ha conosciuto don Giovanni Russo dopo aver peregrinato da ergastolano in tutte le carceri d’Italia. “Avevo chiesto un supporto nelle materie scientifiche a Secondigliano – racconta – e come tutor studiorum mi è stato assegnato il prof. Antonio Belardo, che già insegnava nelle carceri. Maturati i tempi per i permessi, il professore mi ha invitato a stare a casa sua con la mia famiglia (moglie e tre figli). La volontà di chiudere definitivamente con il passato e di risalire dall’abisso in cui ero precipitato in gioventù è stata cosi forte da permettermi di conseguire prima la maturità e poi una laurea in sociologia all’Università Federico II di Napoli. Un lavoro che ha prodotto anche quattro pubblicazioni, di cui un dedicata a mio padre”. Colori nel buio, periferie dell’anima al setaccio, una dimensione affettiva, emozionale nel rapporto con gli altri e con l’opprimente mondo esterno al carcere esplosa in tutta la sua fragilità e dignità. “Isolato fra quattro mura prendevo appunti sul mio diario – riprende a dire con voce ferma – e ho studiato un metodo per scandagliare i miei vissuti, portare alla luce le parti buie, i traumi, ma anche gli aspetti luminosi. Lo studio mi ha fornito lenti per vedere bene e decifrare correttamente le relazioni. Una riflessione a tutto tondo sull’esperienza che parte dalla conoscenza delle scienze sociali. Il prof. Belardo si è preso cura di me e della mia famiglia, oltre gli studi. Ho conosciuto don Giovanni Russo in carcere per i colloqui. Lui portava la sua umanità, il suo tempo, la sua sensibilità, il dono della fede. Senza queste relazioni sarei diventato fango nel fango, buio nel buio. Grazie al magistrato di sorveglianza, poi, la mia storia è diventata una testimonianza per le scuole, per tutta la cittadinanza. Don Giovanni mi ha portato, insieme a don Raffaele Grimaldi, Ispettore capo dei cappellani che operano in carcere, l’invito di Papa Francesco e ho avuto perfino l’onore di incontrarlo. Un’emozione senza tempo. Ricordo che il Pontefice mi esortava a prendere biscotti e spremute, mentre io, seduto di fronte a lui, ero ammutolito. Da cinque anni sono in regime di semilibertà, anche se devo rientrare in carcere; ritengo di essere una risorsa sociale e non più un pericolo. Ho trasformato gli ostacoli (la giovane età, l’irresponsabilità, la negligenza) in campi di ricerca e ora ho piena consapevolezza del mio passato. Lavoro al comune di Succivo, nel settore delle politiche sociali. Certo, lo stigma sociale purtroppo resta uno scoglio, perché il marchio pesa. Il prof. Belardo, però, mi ha messo in contatto anche con altri docenti e nel mondo scolastico non ho trovato nessuna chiusura: posso raccontare con sincerità quello di cui mi sono macchiato ma soprattutto la mia revisione di vita in profondità. Ora sto vivendo davvero quel che il mio papà mi diceva sempre: impara a stare nelle spine senza pungerti, stai nel conflitto e impara a gestirlo. La vita è una sfida, non è una lenta agonia ed è proprio recuperando le mie radici familiari che ho imparato a stare al mondo”.
“Avevo fatto domanda di trasferimento – confida, alla fine, il prof. Belardo al telefono – per insegnare in un altro istituto, non più in carcere, ma grazie a Pierdonato ho ritrovato le mie motivazioni e ho cambiato idea, rimanendo al mio posto, perché ho sentito sulla mia pelle il suo dolore e ho imparato a leggere l’animo umano”. Perché la cultura amplifica gli orizzonti, la fede è un faro nelle avversità.
(di Sabina Leonetti – immagini gentilmente concesse da don Giovanni Russo e da Pierdonato Zito)