22 Gennaio 2026

Acireale: dal legno della croce, musica che risana il cuore

Nell'Istituto penale per i minori di Acireale l'impegno della comunità cristiana e della società civile sta portando una serie di attività che coinvolgono anche il territorio e restituiscono speranza tanto ai giovani reclusi che a chi si occupa di loro. Tra le iniziative più suggestive, un laboratorio di falegnameria e liuteria: dal legno dei barconi con cui arrivano i migranti, nascono strumenti musicali e arredi sacri.

Gioia e stupore nel raccontarsi. Gioia all’origine della parola Giubileo. Gioia dimenticata che sorprende i ragazzi del carcere minorile di Acireale alla notizia dell’avvio di Jobel: studio, lavoro e inclusione sociale. È il progetto nazionale di Caritas Italiana con il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della giustizia, che tra i 17 territori italiani dove sono presenti Istituti Penali per i Minori (IPM) ha visto selezionata anche la diocesi di Acireale, per il suo costante impegno a favore della fragilità.
Don Francesco Mazzoli, classe 1985, cappellano dell’IPM di Acireale, si fa interprete di questo impegno. “Ogni Istituto – ci spiega – ha adattato il progetto nazionale apportando modifiche in base alle proprie esigenze. Quello che conta è fornire ai ragazzi un’occasione per riscoprire personalità e talenti, abilità e inclinazioni, in funzione di una presa d’impegno e di responsabilità, con la mediazione linguistico culturale, i laboratori di formazione professionale, accompagnamento allo studio e orientamento al mondo del lavoro. I ragazzi si aprono all’imprenditorialità, acquisiscono diritti e doveri, imparano a rispettare i tempi, conoscono le offerte del mercato. Questo progetto affianca tutte le attività che si svolgono regolarmente in istituto: l’istruzione, i corsi professionali, i laboratori. Con il Liceo pedagogico di Acireale è nato uno scambio di esperienze, come pure attività di volontariato alla mensa dei poveri San Camillo”.

“L’attenzione della Chiesa italiana al mondo della reclusione nasce innanzitutto dalla consapevolezza di un aumento dei reati e di un incremento di minori stranieri con patologie psichiatriche. La premessa è d’obbligo – precisa Girolamo Monaco, direttore dell’IPM di Acireale –. Abbiamo accolto un progetto destinato all’integrazione di soggetti reclusi per
costruire reti di solidarietà con la comunità locale e nuove opportunità, favorendo un reale riscatto sociale per i giovani coinvolti. Ecco perché le azioni sono mirate e si traducono in una rieducazione multietnica e in esperienze professionalizzanti (corsi di cucina) e borse lavoro fuori del carcere, con una cooperativa sociale la cui sede dista solo 7 km dall’Istituto. Con la clownterapia e l’animazione ludica i ragazzi imparano a esprimersi e attivano l’affettività. Il carcere come luogo anche di gioia, dunque, non solo di costrizione. I detenuti di Acireale hanno dai 15 ai 23 anni, e sono in venti più della capienza prevista, come purtroppo accade in tutte le carceri italiane. Vengono dal circondario, in larga parte, oppure sono stranieri dell’Est Europa e dell’Africa del nord, scontando reati contro la persona o legati allo spaccio, fino alle rapine. Tutti hanno diritto alla mediazione linguistica, con gli educatori che cercano di ricostruire la storia del loro viaggio verso l’Italia e dei precedenti vissuti familiari. Le narrazioni sono quasi sempre drammatiche: il bisogno di sopravvivenza, di migliorare le condizioni economiche, i rischi legati all’attraversamento del mare. La giustizia riparativa ha senso proprio perché consente di recuperare la parte sana dei soggetti coinvolti: la clownterapia fa leva su sentimenti ed emozioni tipiche della loro età ma molto spesso sepolte”.

“Formiamo i ragazzi – aggiunge Rosario Consoli, animatore di comunità nel Progetto Policoro della Caritas diocesana – a pratiche di clownterapia, con la Croce Rossa Italiana che rilascia un attestato. Tra i requisiti del progetto Jobel c’è la sostenibilità nel tempo. La Caritas diocesana già finanzia borse lavoro per minori e il Progetto Policoro opera nel carcere su orientamento e formazione, ad esempio insegnando ai ragazzi a scrivere un curriculum vitae. In carcere abbiamo realizzato anche un concerto, per avvicinare il mondo scolastico e prenderci cura di questi fratelli che non possiamo perdere, perché sono parte della nostra comunità e quindi dobbiamo gettare reti solidali verso di loro, o rafforzare quelle esistenti”.

Marco Lovato è il presidente della cooperativa sociale Ro’ La Formichina, nata 25 anni fa in seno alla Comunità Papa Giovanni XXIII per favorire il reinserimento sociale degli esclusi.
Ro’  – racconta Marco – sta per Rosario, un ragazzo di 14 anni scomparso inaspettatamente a causa di una malformazione, a cui è dedicata la nostra cooperativa. Come la formichina che può portare un peso fino a cinque volte superiore al proprio corpo, noi aiutiamo ogni giorno persone con disabilità o problemi di devianza nel loro cammino di rinascita, che richiede la capacità di portare il peso di una società che non riesce a comprendere il loro valore. Forti dell’esperienza delle case famiglia, abbiamo costruito un solido legame con il carcere minorile di Acireale. Con noi lavorano profughi, portatori di handicap, ragazzi con problemi di giustizia. Nel camminare insieme cerchiamo una risposta al bisogno di Assoluto. È quel gratuito che genera la civiltà dell’amore, ci ricorda don Oreste Benzi: poi quello che fai per gli altri serve anche a te. Con il laboratorio di falegnameria e liuteria trasmettiamo anche messaggi di pace e fratellanza. Ad esempio, utilizziamo il legno dei barconi con cui arrivano i migranti per costruire strumenti musicali per le chiese e arredi sacri: la croce di Gesù è speranza! Le borse lavoro consentono ai ragazzi di ricevere una piccola remunerazione, anche se facciamo fatica a reperire risorse in cooperativa. A S. Venerina per raggiungerci i ragazzi dal carcere devono prendere il bus; il nostro è un territorio dove la mancanza di opportunità alimenta la criminalità e la delinquenza giovanile ma noi proviamo a restituire un sogno spezzato, che invece va coltivato”.

“Al Santissimo Salvatore – conclude  dove sono parroco dal 2023, posso affermare che il territorio è tranquillo, nel cuore della città, vicino al centro storico. I minori reclusi possono accedere in parrocchia con me per un reinserimento nel gruppo dei pari. Ogni giorno la dimensione umana e quella spirituale guidano il nostro impegno e grazie a queste attività la comunità riaccende il cuore. Recuperano la dignità, perché si sentono accolti, sostenuti e valorizzati. Il mio sogno? Portare i ragazzi clown – conclude il cappellano – nel reparto pediatrico del nosocomio di Acireale, dove la sofferenza spesso è atroce. Perché il sorriso è una medicina comune che allevia il dolore”—-.

(di Sabina Leonetti – foto gentilmente concesse da don Arturo Grasso, don Francesco Mazzoli e da Raffaele Cutrone)

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