Contro la furia di Harry, la catena della solidarietà
A Catanzaro Lido la parrocchia di Santa Teresa di Gesù Bambino si è subito rimboccata le maniche per contribuire all'opera dei moltissimi volontari che, dopo la devastazione portata dal ciclone, si sono fatti avanti in favore di chi ha subito i maggiori danni. Sabina Leonetti ha raccolto la testimonianza del parroco, don Ivan Rauti, di alcune vittime e di alcuni dei volontari.
“Quando il mare ha urlato con tutta la sua furia, le distanze tra le persone si sono azzerate. Ho visto mani estranee che si sono cercate, come se fosse necessario trovarsi per riconoscersi in tutto quel caos: il disordine della spiaggia, la devastazione, i detriti, la sabbia, le forze dell’Ordine, la Protezione civile, le pettorine. Ho visto l’essenziale: l’altro come salvezza”.
È il racconto mozzafiato di Carol, una volontaria, studentessa al quinto anno di Farmacia all’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, scesa in strada per dare una mano dopo la devastazione del ciclone Harry sulla costa di Catanzaro. Lei ha saputo proprio dal parroco di Santa Teresa di Gesù Bambino a Catanzaro Lido (vicino allo splendido lungomare di Giovino), della necessità di un supporto agli aiuti coordinati dalla Protezione civile. Don Ivan Rauti, 45 anni, è qui da 12 anni, in un quartiere marinaro di 4mila abitanti che in tutto conta 4 parrocchie. Lui stesso ha diffuso l’appello con tutti i canali a sua disposizione. Il sacerdote è anche delegato episcopale per la pastorale, oltre che incaricato regionale per la pastorale giovanile. “La zona più gravemente colpita – racconta il parroco – è al confine tra la nostra parrocchia e il Sacro Cuore. È un territorio a vocazione commerciale, dove in 100 metri si contano una trentina di attività, soprattutto nel settore della ristorazione: bar, pizzerie, gelaterie e pasticcerie. I locali al piano terra non sono adibiti ad abitazione ma per lo più a queste attività e in tanti hanno subito danni ingenti”.
Vanda è la titolare del bar Corradino, sul lungomare. “L’allerta meteo ci ha travolti – dice – e abbiamo visto il mare ingrossarsi sempre più: ci è sembrato l’inferno in terra. Le onde hanno sfondato le vetrate del mio locale, la porta antipanico, gli ingressi. Gli infissi sono stati piegati, distruggendo i banconi e il salotto, tavoli e sedie, il frigorifero è stato catapultato in un condominio. Ho perso tutto – sospira con la voce soffocata dal dolore e dalla rabbia – in un bar che esiste da 40 anni ed è un bar di famiglia. Solamente tre anni fa lo avevamo ristrutturato con fioriere, arredamento nuovo, macchinari da sala: mantecatori, pastorizzatori, monta-panna, macchine del ghiaccio. Ci è stato impedito di avvicinarci prima del delirio: recuperare qualcosa sarebbe stato impossibile, anche se abito a poche centinaia di metri, su viale Crotone. Eppure qualcuno è riuscito a filmare e rivedere quella furia travolgente è impressionante, come fosse stata la scena di un film; e invece purtroppo era tutto vero… Le mareggiate le abbiamo sempre viste ma mai di queste proporzioni e intensità. Vorrei ringraziare gli uomini della Protezione civile per il loro eccellente lavoro. Non ci sono stati né feriti né vittime perché le persone sono state tutte messe in sicurezza e alle auto è stato impedito il transito nella zona rossa”.
“L’unico prevedibile disagio – riprende don Ivan – è stata l’interruzione di energia elettrica e acqua, ma tutto è stato ripristinato nell’arco di poche ore. Ho voluto aspettare prima di organizzare gli aiuti in parrocchia, per poter ricevere disposizioni precise da Protezione Civile e Vigili del Fuoco e non agire di pancia, come spesso succede in questi casi. Ci sono stati richiesti volontari per ripulire la zona e renderla agibile, rimuovere sabbia, ghiaia, e una mole di detriti trasportati dal mare che ha divelto pure la ringhiera del lungomare e il muretto, scoperchiando cemento e ferro e sommergendo anche le panchine in granito. Ci hanno fornito pettorine, guanti, rastrelli e pale. Ma oltre ai parrocchiani, sono arrivati tanti volontari anche dal vibonese e dal crotonese”.
Federica è una di loro, volontaria nella parrocchia di don Ivan. “Mi occupo ogni giorno di recupero scolastico pomeridiano per i bambini – afferma – e con altri volontari ci siamo organizzati per gli aiuti, usando i social per metterci d’accordo. Perché non dare una mano? Tutti, ma proprio tutti, frequentiamo quegli esercizi commerciali per un caffè, una pizza, un cornetto, un giornale. Abbiamo cercato di liberare le strade: mai vista tanta sabbia accumulata. Vedere i sacrifici di una vita andare in frantumi ci fa molto male e ci stiamo stringendo attorno alle vittime di una tragedia che ci accomuna. Il cambiamento climatico, però, ci obbliga ad andare in un’altra direzione e per questo confidiamo anche nell’aiuto delle istituzioni”.
“Cosa possiamo fare per voi? Questa frase riecheggia da tutte le parti – aggiunge Vanda – e rimarrà scolpita nei nostri cuori. Ricevere tanto affetto e compattezza d’animo restituisce a tutti noi commercianti del porto un minimo di serenità: è una solidarietà che non si ferma, commuove e fa riflettere. Ho visto tanti adolescenti con i guanti, ho visto gli ultras del Catanzaro Calcio svuotarci tutto il locale… Non sono sufficienti le parole per ringraziare”.
Anche don Ivan commenta il mettersi in gioco di tutti. “Una mamma – racconta ancora il sacerdote – ha insistito al telefono perché le sue figlie di 12 anni e alcune amiche potessero contribuire a liberare i luoghi dai detriti. Senza parlare della gara di solidarietà economica che è scattata, spiazzandoci, nel raccogliere fondi prima ancora degli interventi stanziati dallo Stato. L’altruismo è un aspetto della nostra umanità, ci appartiene. Purtroppo viene fuori solo nelle tragedie per ricordarci che abbiamo bisogno gli uni degli altri, e dobbiamo educarci di più per metterci a disposizione nella quotidianità. In Quaresima cerchiamo, con la preghiera e la carità, di maturare questo atteggiamento con il quale mostriamo di credere in Gesù Cristo, che si è fatto solidale con noi”.
“Credo profondamente – conclude la volontaria Carol – nel valore della fratellanza e nell’impegno concreto della comunità. Ho sentito il bisogno di trasformare lo sgomento, la tristezza che mi hanno letteralmente invasa in qualcosa di utile; non si poteva restare a guardare. L’augurio è che questa risacca non si porti via il bello, il buono, il vero, che questa umanità non duri quanto la tempesta. Esserci è fondamentale, ma la vicinanza non deve finire quando cesserà l’emergenza. La solidarietà non basta, servono programmazione e responsabilità condivise. E che il dolore e la fatica si trasformino in una straordinaria forza collettiva di rinascita”.
(di Sabina Leonetti – foto gentilmente concesse da Antonio Moniaci – Fotovideando – e da don Ivan Rauti)