12 Marzo 2026

Una casa per ricominciare davvero. Insieme

A Zinasco, tra Milano e Pavia, don Massimo Mapelli ha dato vita all’associazione “Una casa anche per te”. Qui giovani italiani e stranieri trovano accoglienza, relazioni sane e la possibilità di costruire il proprio futuro, trovando nel 98% dei casi persino lavoro. Dal 2004 a oggi il sacerdote ha condiviso la propria casa con oltre 1700 persone provenienti da 92 nazionalità diverse.

In cucina una decina di ragazzi taglia verdure, mescola pentole e prepara il pranzo per alcune classi che stanno per arrivare a mangiare. Siamo nella casa dell’associazione “Una casa anche per te”, a Zinasco (PV), nella pianura tra Milano e Pavia, dove don Massimo Mapelli accoglie ragazzi arrivati in Italia da soli e li accompagna nel costruire una nuova vita.

«L’associazione è nata dalla vita», racconta don Massimo. «Nei primi anni di sacerdozio in parrocchia mi sono trovato accanto ragazzi fragili, alcuni dei quali ho anche preso in affido. Insieme a famiglie e giovani abbiamo sentito il bisogno di costruire qualcosa che potesse accompagnare questi ragazzi nel loro cammino». Era il 2000. Da allora il progetto è cresciuto e oggi comprende diverse comunità di accoglienza per giovani e per ragazzi stranieri arrivati in Italia senza la famiglia. Hanno spesso undici, dodici, tredici anni e portano con sé viaggi lunghi e complessi, attraversati da frontiere, boschi, deserti e talvolta anche violenze.

«Quando arrivano qui», spiega don Massimo, «la prima cosa importante è ricostruire la fiducia negli adulti. Nei loro viaggi hanno incontrato soprattutto persone che li hanno sfruttati. Vivere insieme giorno dopo giorno permette loro, pian piano, di ritrovare relazioni sicure».

Mentre parliamo, attraversiamo la casa. È luminosa e accogliente, con un grande salone pieno di libri, tavoli lunghi e tante finestre affacciate sul verde. La casa si trova in un contesto rurale che offre spazio, natura e tranquillità. Attorno alla comunità è nata anche una cooperativa agricola che coltiva i terreni circostanti. «Restituire il bello ai ragazzi conta molto», racconta don Massimo. «Crescere in un luogo bello aiuta a sviluppare rispetto, cura e desiderio di costruire qualcosa di buono per sé e per gli altri». Oggi nelle comunità vivono decine di ragazzi. Il percorso li accompagna fino alla maggiore età e verso l’autonomia.

Una parte decisiva del cammino riguarda l’inserimento professionale. «Questi ragazzi hanno tempi molto rapidi», spiega don Massimo. «Devono imparare l’italiano, acquisire competenze, sviluppare responsabilità e capacità di stare in un contesto lavorativo». Nel tempo l’associazione ha costruito una rete di imprese disponibili ad accoglierli in tirocinio e spesso ad assumerli: nel 98% dei casi il percorso si conclude con un lavoro stabile. Accanto alle comunità per i ragazzi, l’associazione porta avanti anche altre attività sociali nella periferia sud di Milano: case per uomini soli, accoglienza per mamme con bambini, servizi per persone che vivono in strada. Una parte di queste attività si svolge in beni confiscati alla criminalità organizzata, soprattutto alla ’ndrangheta, molto presente in alcuni comuni della cintura milanese.

«Quando lo Stato sottrae questi beni alla mafia», racconta don Massimo, «diventano presidi di giustizia sociale e di ripartenza per chi vive situazioni di fragilità. Spetta a noi restituire davvero questi beni alla comunità. Sono una vittoria della giustizia che diventa possibilità di ripartenza». Dal 2004 a oggi il sacerdote ha condiviso la propria casa con oltre 1700 persone provenienti da 92 nazionalità diverse. Un’esperienza che ha trasformato profondamente anche il suo modo di vivere la fede. «Il frutto maturo della vita cristiana è la carità», dice. «Vivendo accanto ai più fragili si scopre che proprio la carità fa crescere anche la fede. L’incontro con queste persone avvicina al Vangelo in modo diretto e profondo».

Tra i ragazzi che hanno attraversato questa casa c’è anche Emad Sdib, arrivato dall’Egitto quando aveva quindici anni. «Sono partito per aiutare la mia famiglia», racconta. «Nel mio Paese studiare costava troppo e non avevamo i soldi. In Italia ho avuto la possibilità di ricominciare». Dopo un primo periodo a Milano, Emad è arrivato nella comunità di Zinasco. Qui ha studiato, ha iniziato a lavorare e con il tempo è diventato una presenza stabile nella vita della casa. «Questa è la mia seconda famiglia», dice. «Don Massimo per me è come un padre». È lui a farmi vedere con orgoglio gli spazi attorno alla comunità: i campi coltivati, il camino acceso nella casa, il pollaio con le galline, gli asini che pascolano poco più in là. Una piccola fattoria che fa parte della vita quotidiana dei ragazzi. «Qui si vive come in una grande famiglia», riprende Emad. «Si impara a conoscersi e a rispettarsi. Io sono musulmano ma entro in chiesa serenamente. In questa casa ho incontrato tante culture diverse e questo mi ha fatto crescere».

Anche Licia Brunello, vicepresidente dell’associazione e responsabile delle attività educative, è arrivata quasi per caso. All’epoca insegnava e accolse in affido una bambina rom rimasta senza madre. Serviva una casa. Don Massimo aveva una cascina. «Da lì è iniziato tutto», ricorda. «Con quella bambina sono arrivati altri ragazzi e piano piano abbiamo costruito un’équipe educativa». Oggi la comunità conserva lo spirito delle origini: una grande famiglia in cui educatori e ragazzi condividono la vita quotidiana. «La nostra caratteristica è l’eterogeneità», spiega Brunello. «Qui convivono storie, età e provenienze diverse. Questa varietà richiede attenzione educativa e allo stesso tempo rappresenta una grande ricchezza». Nel tempo la comunità ha accolto anche bambini molto piccoli, mamme giovanissime e ragazzi provenienti da contesti difficili. La convivenza diventa così un laboratorio di vita. «La diversità genera sostegno reciproco», racconta Brunello. «I ragazzi crescono insieme e imparano molto gli uni dagli altri».

Un lavoro che richiede risorse, educatori, progettualità. L’associazione riceve contributi pubblici per l’accoglienza dei ragazzi, affiancati dal sostegno di donatori e famiglie che partecipano anche al finanziamento dei tirocini. A questo si aggiunge il supporto della Caritas ambrosiana, grazie ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica. «Questo aiuto permette di garantire qualità ai percorsi educativi», spiega don Massimo. «Significa più opportunità per i ragazzi e maggiore accompagnamento nel loro cammino». E alla fine, dice il sacerdote, il dono più grande arriva proprio dall’incontro con loro. «Vivere accanto a chi è fragile allarga il cuore, cambia lo sguardo, fa scoprire una prospettiva nuova. È una grazia che trasforma la vita».

(Testo, video e immagini di Daniel Tarozzi)

12 Marzo 2026
raccontaci

Hai una storia da raccontarci?

Condividi la tua esperienza, ti potremo contattare per saperne di più.

Iscriviti alla nostra newsletter