16 Maggio
Vescovo, che a Gubbio in Umbria si adoperò per il rinnovamento della vita comunitaria del clero.
Ubaldo
XI Secolo
16 Maggio 1160
5 Marzo 1192
16 Maggio
Vescovo, che a Gubbio in Umbria si adoperò per il rinnovamento della vita comunitaria del clero.
Ubaldo
XI Secolo
16 Maggio 1160
5 Marzo 1192
Muratori e costruttori. Inoltre, è invocato contro il demonio.
Ubaldo Baldassini, appartenente a una nobile famiglia di origine germanica, rimase orfano in giovane età e fu affidato a uno zio che ne condizionò l’educazione, ostacolandone però la vocazione alla vita eremitica. Nonostante ciò, il giovane ricevette una formazione religiosa che lo portò a entrare tra i canonici di San Severo.
In seguito, il Vescovo Giovanni da Lodi gli affidò il compito di ristabilire la disciplina ecclesiastica, in un periodo segnato da diffusi disordini e da una certa decadenza dei costumi del clero. Ordinato sacerdote nel 1114, Ubaldo fu eletto priore della Canonica di San Mariano e, in segno di umiltà, rifiutò più volte la nomina a vescovo di Perugia, arrivando a chiedere al pontefice di essere esonerato dall’incarico.
Nonostante la sua resistenza, nel 1129 Papa Onorio II lo impose alla guida della diocesi di Gubbio, che Ubaldo resse per trentuno anni fino alla morte. Il suo lungo episcopato fu segnato da difficoltà e conflitti, che il vescovo affrontò con mitezza e determinazione, riuscendo spesso a ricomporre le tensioni politiche cittadine e a proteggere i più deboli.
Particolarmente apprezzata fu la sua opera di mediazione tra le fazioni locali e il suo impegno nel difendere la città da minacce esterne, contribuendo a preservarne la stabilità.
Negli ultimi anni di vita fu colpito da una grave malattia cutanea, che studi recenti ipotizzano possa essere stata un pemfigoide bolloso. Ubaldo morì il 16 maggio 1160, lunedì di Pentecoste, pronunciando le parole: “Siate in pace”.
Le sue spoglie, rimaste incorrotte secondo la tradizione, furono inizialmente sepolte nella cattedrale di Gubbio e successivamente traslate in una chiesa sul monte Ingino, dove ancora oggi sono oggetto di venerazione.
Ubaldo Baldassini ebbe due principali biografi contemporanei: il canonico regolare Giordano, suo confratello, e Teobaldo, monaco di Fonte Avellana e suo successore alla guida della diocesi di Gubbio. Entrambi raccolsero testimonianze e tradizioni che contribuirono a consolidare la fama di santità del vescovo, attribuendogli numerosi miracoli avvenuti per sua intercessione nei giorni precedenti la sepoltura.
Nei loro scritti, Giordano e Teobaldo riferiscono che Ubaldo “restituì la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e guarì gli storpi”, sottolineando così la diffusione della sua fama taumaturgica già in vita e immediatamente dopo la morte.
Secondo le fonti agiografiche, Ubaldo condusse un’esistenza improntata a grande austerità e mortificazione, caratterizzata da instancabile dedizione alla vita pastorale. Sopportò inoltre con spirito di umiltà le tensioni familiari, in particolare le delusioni di alcuni parenti lontani, contrariati dal mancato vantaggio derivante dalla sua posizione ecclesiastica.
La tradizione lo ricorda anche come un punto di riferimento per la comunità di Gubbio, che seppe guidare e rasserenare attraverso la preghiera, favorendo l’unità dei cittadini e rafforzandone la fede in momenti di difficoltà.
Numerosi sono i miracoli a lui attribuiti: tra questi, un episodio significativo racconta che il vescovo avrebbe rifiutato a un cieco la grazia della guarigione della vista, spiegando che tale beneficio avrebbe potuto risultare dannoso per la sua salvezza spirituale, e che la cecità sarebbe stata compensata in Paradiso.
Le cronache riferiscono inoltre che prodigi continuarono ad attribuirsi a Ubaldo anche sul letto di morte. Dopo la sua sepoltura, la tomba divenne rapidamente meta di pellegrinaggi e fonte di presunte grazie, attirando fedeli non solo da Gubbio ma anche dai territori circostanti, contribuendo così alla diffusione del suo culto.
Hai scelto il sacerdozio rinunciando a ricchezze e onori: come possiamo liberarci di ciò che ci appesantisce per seguire una vocazione autentica e coerente con i valori cristiani, senza compromessi?
La vera libertà, si afferma, non consiste semplicemente nel distaccarsi dai beni materiali, ma nel non esserne interiormente legati. «Non si lascia davvero ciò che appesantisce finché lo si trattiene nel cuore», è il principio di fondo. La scelta della povertà, in questa prospettiva, diventa un atto radicale di libertà: rinunciare ai propri beni per appartenere pienamente a Dio.
Tuttavia, viene sottolineato come la povertà più profonda non sia quella materiale, ma quella interiore. È una condizione che si costruisce giorno per giorno, attraverso il discernimento e la capacità di dare priorità a ciò che conta davvero, mantenendo lo sguardo orientato verso Dio e verso il prossimo. In questo cammino, ciò che ostacola la crescita spirituale è tutto ciò che genera divisione interiore, tiepidezza o incoerenza.
La vocazione, si evidenzia, non si sviluppa nei compromessi, ma nella fedeltà concreta alle scelte quotidiane, anche le più semplici. È proprio nella continuità delle piccole decisioni che si consolida un orientamento stabile della vita, capace di esprimere coerenza tra ciò che si crede e ciò che si vive.
Hai riportato pace tra famiglie in conflitto: in un mondo dominato dall’ego e dai conflitti di parte, come possiamo costruire unità e dialogo mantenendo integrità e rispetto reciproco?
La pace non nasce dall’affermazione di una parte sull’altra, ma dal riconoscimento reciproco della comune condizione di fratelli. In questa prospettiva, la scelta è quella di abbassarsi, di farsi “piccoli” tra gli altri, fino a interporre se stessi per fermare la violenza e permettere alle persone di ritrovare la propria identità più autentica.
Non si deve temere di rinunciare a qualcosa quando è in gioco la comunione. Al contrario, viene indicata la necessità di cercare l’altro con verità e carità insieme: la verità senza carità rischia di ferire, mentre la carità senza verità può diventare inganno.
Solo mantenendo unite queste due dimensioni, si afferma, è possibile costruire relazioni autentiche e diventare realmente operatori di riconciliazione e di unità, nelle parole come nei gesti quotidiani.
Hai salvato Gubbio dall’assalto del Barbarossa grazie al coraggio e alla pazienza del dialogo: come possiamo trovare il coraggio e l’umiltà per confrontarci con chi ci intimorisce o ci sfida?
Di fronte a chi minacciava la città, la risposta non è stata affidata alla forza delle armi, ma alla fede e alla speranza in Dio. Il vero coraggio, si afferma, non consiste nell’imporre la propria volontà, ma nel rimanere saldi senza indurire il cuore.
Anche nei momenti di intimidazione, viene ricordato che ogni uomo resta fragile davanti a Dio. Per questo non si deve cedere né alla paura né all’orgoglio: il dialogo autentico nasce dalla capacità di parlare con verità e di ascoltare con umiltà.
In questa prospettiva, il confronto non si trasforma in scontro, ma diventa piuttosto un’occasione di liberazione e di crescita, fino a poter assumere il significato di un cammino condiviso di salvezza.
Alla tua morte il popolo ti proclamò patrono della città di Gubbio: quali qualità servono oggi ai pastori della Chiesa per essere punti di riferimento solidi, capaci di guidare gli altri verso Dio con credibilità e autorevolezza?
Un pastore deve essere povero nello spirito, umile e vicino alla propria comunità, generoso nel servizio e fedele senza ambiguità. Non è chiamato a ricercare onori o comodità, ma a spendersi interamente per il bene delle anime affidategli.
In questa prospettiva, emerge il valore della coerenza tra annuncio e vita vissuta: la sobrietà e la carità concreta diventano i segni distintivi di un ministero autentico. La credibilità, infatti, non si fonda sulle sole parole, ma sulla testimonianza quotidiana di una vita donata.
Chi è chiamato a guidare, viene sottolineato, deve essere luce per gli altri non per attirare l’attenzione su di sé, ma per indicare con chiarezza la strada che conduce a Dio.
È ritratto con i paramenti episcopali propri del suo ministero: la mitria, copricapo liturgico che ne indica la dignità di vescovo; il bastone pastorale, simbolo di guida e cura del gregge; e il piviale, ampio mantello cerimoniale che richiama la solennità della celebrazione e la responsabilità pastorale del suo ufficio.
Il “baccalà alla ceraiola” è un piatto tipico di Gubbio, strettamente legato alla “Festa dei Ceri” che si celebra il 15 maggio in onore del santo. Si tratta di una ricetta di origine popolare, semplice negli ingredienti ma ricca di sapore, che riflette la tradizione contadina e comunitaria del territorio.
Il piatto viene preparato con baccalà cotto al forno e insaporito con pangrattato, rosmarino, aglio, vino bianco e olio extravergine d’oliva. La sua preparazione, tramandata nel tempo, è associata ai momenti di condivisione che precedono la festa e rappresenta anche un alimento nutriente e sostanzioso.
Tradizionalmente, il “baccalà alla ceraiola” è considerato una fonte di energia per i ceraioli, i partecipanti alla “Corsa dei Ceri”, che lo consumano come pasto preparatorio in vista della lunga e intensa giornata di celebrazioni e devozione.
Sebbene il santo sia commemorato liturgicamente il 16 maggio, la celebre “Corsa dei Ceri” di Gubbio a lui dedicata si svolge tradizionalmente il 15 maggio, alla vigilia della festa.
Questa scelta non è casuale: la corsa anticipa il giorno della ricorrenza per sottolineare il carattere di attesa e preparazione comunitaria alla celebrazione del santo. La manifestazione, tra le più antiche e sentite tradizioni popolari italiane, coinvolge l’intera città in una sorta di rito collettivo che unisce devozione religiosa, identità civica e spirito di appartenenza.
La vigilia diventa così il momento culminante della partecipazione popolare, in cui il tributo al santo si esprime attraverso la corsa dei tre grandi ceri dedicati ai santi Ubaldo, Giorgio e Antonio, simboli delle antiche corporazioni cittadine.
O Dio, Padre buono e misericordioso,
che hai scelto Sant’Ubaldo come messaggero di pace
e testimone del Vangelo in mezzo al tuo popolo,
accogli la preghiera che ti rivolgiamo per sua intercessione.
Santifica le nostre famiglie
e sostienile nel cammino della fede;
custodisci in esse l’unità, la pace e la serenità.
Benedici i nostri figli,
proteggi i giovani
e accompagna gli anziani nella loro fragilità.
Soccorri quanti soffrono nel corpo e nello spirito,
e dona loro conforto e speranza.
Sostienici nelle fatiche di ogni giorno
e rendici capaci di vivere nella tua pace e nel tuo amore.
Amen.
O glorioso Sant’Ubaldo,
esempio luminoso di virtù cristiane,
che meritaste dal Signore l’esaudimento delle vostre preghiere
e la dispersione, con la sua potenza, delle insidie del male,
intercedete per noi.
Ottienici la grazia di vivere sempre nella fedeltà a Dio
e di perseverare nella pratica della virtù,
affinché possiamo renderci degni della vostra protezione
ed essere custoditi dalle insidie del maligno.
Amen.
Fonti
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