Vita del Santo
Giovanni Battista Montini nacque a Concesio, piccolo centro in provincia di Brescia, all’interno di una famiglia cattolica borghese molto attiva nella vita politica e sociale.
Nell’autunno del 1916 entrò nel seminario di Brescia e, quattro anni più tardi, viene ordinato sacerdote. Successivamente si trasferì a Roma, dove frequentò i corsi di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e quelli di Lettere alla statale.
Nel 1923 ricevette il primo incarico dalla Segreteria di Stato vaticana, che lo destinò alla nunziatura apostolica di Varsavia. Nel 1954 fu nominato arcivescovo di Milano.
Nel concistoro del 1958, Montini fu il primo cardinale creato da Giovanni XXIII: gli successe al soglio di Pietro il 21 giugno 1963, diventando il 262º papa della Chiesa cattolica con il nome di Paolo VI.
Il suo pontificato durò poco più di quindici anni. Morì nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, il 6 agosto 1978. Gli successe Albino Luciani, che prese il nome di Giovanni Paolo I.
Papa Paolo VI aveva avvertito i segnali della fine della sua vita. «Il corso naturale della nostra vita volge al tramonto» aveva detto quaranta giorni prima della morte, in occasione della festa dei santi Pietro e Paolo, patroni della città di Roma.
Agiografia
Papa Paolo VI ha guidato la Chiesa cattolica dal 1963 al 1978, completando il Concilio Vaticano II, portandolo a compimento nel 1965.
Del papato di papa Montini rimane anche l’impronta della sua riforma della Curia romana tramite la Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae, datata 15 agosto 1967.
Nell’Ecclesiae Sanctae, il suo motu proprio divulgato il 6 agosto 1966, invitò tutti i vescovi a considerare la possibilità del pensionamento dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età.
Molti suoi scritti conservano tuttora un’attualità straordinaria. Nella sua ultima enciclica del 1968, Humanae Vitae, trattò gli spinosi temi della contraccezione, e della finalità della procreazione.
Papa Paolo VI mise inoltre in atto una corposa riforma della liturgia, revisionando diversi riti, tra cui quello funebre, del sacramento della Cresima e dell’unzione degli infermi.
Il 4 ottobre 1970, papa Paolo VI proclamò dottore della Chiesa santa Caterina da Siena, prima donna nella storia della Chiesa a ricevere questo titolo.
Il 27 novembre 1970, atterrato a Manila, papa Paolo VI subì un attentato. Un cittadino colombiano che nascondeva un coltello sotto il crocifisso lo ferì leggermente alla spalla. Dopo l’accaduto, il Papa proseguì il suo viaggio in Asia e Oceania.
Intervista impossibile di Monsignor Pierantonio Tremolada al Santo
In un mondo dove la tecnologia plasma la vita quotidiana, la comunicazione e persino la percezione della verità, come possiamo usarla per costruire comunità più giuste e solidali, senza perdere il senso umano e spirituale della vita?
Nella mia vita ho sempre sottolineato l’importanza della comunicazione, ho sentito fortemente il bisogno di dare a questo termine il suo giusto significato, e quindi di recuperare la dimensione della relazione. La comunicazione, anche oggi, chiama dunque in causa la coscienza, un tema che mi è sempre stato molto a cuore. Ho premuto perché ogni persona facesse appello alla propria coscienza, anche attraverso la sapienza e la consapevolezza degli accadimenti. Per questo, il mondo della comunicazione va affrontato sempre a partire dalla propria coscienza, avendo una chiara consapevolezza e cercando di coltivare la saggezza. Una saggezza ai vostri tempi quanto mai necessaria, in un mondo in cui incombe il virtuale. L’aspetto virtuale della comunicazione di oggi ha certamente il pregio dell’ampiezza e della velocità, ma la comunicazione ha bisogno anche di profondità, intensità ed autenticità.
Viaggiando in tutti i continenti, hai visto mondi e culture diverse: cosa ci insegna oggi confrontarci con realtà lontane per costruire solidarietà, inclusione e fratellanza globale?
Sì, sono stato il primo Papa a uscire dal Vaticano, ho preso l’aereo per la prima volta, ed ho compiuto queste azioni a partire dal nome che ho scelto: Paolo, come l’apostolo delle genti. Ho sempre sentito molto forte il senso dell’universalità, mi sono molto care le parole “progresso” e “cultura”. La prima, l’ho ripresa nella mia enciclica “Populorum Progressio”: un testo che ritenni molto importante, parlavo del progresso ma non meramente dal punto di vista della questione tecnologica e industriale. Sì, perché il giusto progresso deve includere la fratellanza e la solidarietà. Per quanto riguarda invece poi l’altro aspetto, quello della cultura, anch’essa mi è stata molto cara. Nell’esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”, molto citata poi anche da papa Francesco e da papa Leone XIV, ho scritto che il Vangelo deve incontrare le culture. Ho parlato di culture al plurale, perché è importante che vi sia questa interazione, altrimenti il Vangelo rimane come “sospeso”, rispetto alla vita.
Il tuo “Humanae vitae” affrontò dibattiti complessi, ma la tua intercessione salvò una vita fragile: come possiamo oggi difendere e valorizzare la vita e la dignità di chi è più vulnerabile, anche quando la società sembra ignorarla?
Nella mia vita sono stato molto sensibile al tema della vita, nella sua dignità e fragilità. Mi era molto cara anche l’espressione legata all’umanesimo integrale, perché la vita va guardata nella sua interezza; c’è una dignità umana che va rispettata tenendo conto di tutte le dimensioni dell’umano, compresa quella spirituale, sociale e religiosa, perché ovviamente non esiste soltanto l’aspetto dei beni. Per quanto riguarda invece l’aspetto della dignità, credo che sia radicata nel senso profondo della vita. Per quanto riguarda la vulnerabilità, me ne sono occupato proprio nella “Humanae vitae”, sottolineando la necessità di difendere la vita e di promuoverla in tutti i suoi momenti e in tutte le sue fasi, dall’inizio alla fine. E ovviamente, anche nel suo corso, sempre a partire dalla propria coscienza. Senza dimenticare la condivisione: le fragilità vanno condivise e attraverso l’impegno vanno sostenute e affrontate.
Di fronte al rapimento di Aldo Moro, hai lanciato appelli coraggiosi per la sua liberazione: come possiamo gestire il dolore personale e la responsabilità pubblica?
Fu un’esperienza tragica che mi fece toccare con mano tanti aspetti della mia vita. Tra questi, certamente sentii il dolore, ma anche l’amicizia. Aldo Moro era un mio amico, e provai dunque la sofferenza che si prova quando un’amicizia viene tranciata. Risposi chiaramente con la fede, il punto di partenza da cui è stata mossa tutta la mia vita. Pronunciai le parole: «Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo Uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale…», quando il Signore non aveva esaudito quello che noi desideravamo. Ma accettai anche quel disegno superiore dicendo «sia fatta la tua volontà». La giustizia è fondamentale nella vita degli uomini, ma non si raggiunge mai con la violenza. Non è possibile scegliere la strada della violenza, anche quando l’ideale è la giustizia, occorre ricordarlo sempre. E che lo ricordino anche coloro che ricoprono ruoli di autorità politica, di grande responsabilità pubblica. Ricordo bene quella situazione, quel terribile momento che portò Moro dal rapimento, fino alla morte: fu molto chiaro che la politica del mio tempo fece fatica ad affrontarlo.
Segni Iconografici distintivi
È ritratto in abiti papali, caratterizzati dagli elementi distintivi del suo pontificato, che ne sottolineano il ruolo di guida della Chiesa universale. È solitamente rappresentato con la stola rossa, simbolo del fuoco dello Spirito Santo e della missione apostolica.
Spesso appare con documenti o encicliche tra le mani, a richiamare il suo intenso magistero e il contributo dottrinale offerto durante gli anni del Concilio Vaticano II e del post-Concilio. In molte raffigurazioni è inoltre colto in atteggiamento di dialogo o benedizione, a evidenziare la sua apertura verso il mondo contemporaneo e il suo impegno per la pace e il confronto tra i popoli.
Tradizione gastronomica legata al culto
Anche da pontefice, Paolo VI mantenne gusti semplici, legati alle sue origini lombarde e a una cucina sobria, in linea con il suo stile di vita essenziale. La sua alimentazione era caratterizzata da piatti tradizionali e poco elaborati, che richiamavano la cultura gastronomica del territorio in cui era cresciuto.
Tra le pietanze a lui attribuite si ricorda la pearà, tipica salsa della cucina veronese a base di pane grattugiato, midollo di bue, brodo e pepe nero, generalmente servita in accompagnamento al bollito misto. Questo piatto, rustico e sostanzioso, ben rappresenta una tradizione culinaria povera nelle origini ma ricca di sapore e storia.
La scelta di una cucina semplice è spesso interpretata come espressione della sua sobrietà personale e del suo stile pastorale, attento all’essenzialità e distante da ogni forma di ostentazione.
Curiosità
Paolo VI è stato il primo pontefice a visitare tutti e cinque i continenti durante il suo pontificato, segnando una svolta storica nel modo di esercitare il ministero petrino. È stato inoltre il primo papa a viaggiare in aereo, inaugurando una nuova stagione di presenza internazionale della Chiesa.
Con i suoi viaggi apostolici ha voluto rendere concreta la dimensione universale del papato, portando il messaggio evangelico oltre i confini tradizionali dell’Europa e avvicinando la figura del pontefice ai fedeli di tutto il mondo. Tra le tappe più significative si ricordano il pellegrinaggio in Terra Santa nel 1964, il primo di un papa fuori dall’Italia in epoca moderna, e gli incontri con le Nazioni Unite a New York e con le giovani Chiese in Africa, Asia e Oceania.
Questi spostamenti, resi possibili anche dall’uso dell’aereo, rappresentarono una novità assoluta e contribuirono a trasformare profondamente l’immagine del papato, sempre più percepito come una guida spirituale globale, vicina ai popoli e impegnata nel dialogo con il mondo contemporaneo.
Preghiere a San Paolo VI
O San Paolo VI,
figlio della nostra terra,
discepolo di Cristo nella fede,
pastore della Chiesa,
santo dinanzi a Dio e agli uomini,
invochiamo con gioia la tua protezione.
Tu, ora nella piena luce di Dio,
continua ad intercedere
per la Chiesa e la sua missione.
Ottieni a noi, ancora pellegrini,
le grazie necessarie per seguire Gesù Cristo,
unico salvatore del mondo.
Sostienici nella fiduciosa e perseverante
docilità allo Spirito Santo,
perché, confortati dal tuo mirabile esempio
di vita consacrata a Cristo e alla Chiesa,
resi forti dalla tua potente intercessione,
giungiamo al premio dell’eterna santità.
Tu che hai condiviso le nostre gioie e i nostri dolori,
accompagnaci con il tuo aiuto,
perché si rafforzi in noi l’amore di Cristo,
sorgente della nostra speranza.
Così, nutriti dalla sua Parola e dai suoi santi Misteri
saremo davvero la sua santa Chiesa,
germe vivente di quel Regno
che sarà un giorno beatitudine eterna
nell’assemblea dei santi.
Amen.
(di mons. Pierantonio Tremolada)
San Papa Paolo VI,
insegnaci
l’arte di amare Gesù Cristo
e l’arte di amare con verità l’uomo;
insegnaci
un amore grande per la Chiesa,
che si trasformi in passione
per l’annuncio del Vangelo;
insegnaci
le vie per un dialogo sincero e fruttuoso,
che apre i cuori alla civiltà dell’amore.
Amen.
(di mons. Pierantonio Tremolada)
Fonti
- I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire, Luigi Luzi, Shalom Editrice.
- Il grande libro dei santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, San Paolo Editore.
- I santi secondo il calendario, prefazione di Gianfranco Ravasi, edizioni Corriere della Sera.
- Martiri e santi del calendario romano, Enrico Pepe, Edizioni Città Nuova.
- I Santi nella Storia. Tremila testimoni del Vangelo, San Paolo Editore.
- Bibliotheca Sanctorum, Istituto Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense.