5 Giugno
Eremita, che si costruì una stretta cella in una grotta tra le rocce, dove condusse una vita aspra e umile presso Assergi in Abruzzo.
Franco
XII Secolo
5 Giugno 1220
5 Giugno
Eremita, che si costruì una stretta cella in una grotta tra le rocce, dove condusse una vita aspra e umile presso Assergi in Abruzzo.
Franco
XII Secolo
5 Giugno 1220
Abitanti di Assergi e di Forca di Valle. Inoltre, è invocato contro le malattie della pelle.
Franco nacque tra il 1154 e il 1159 a Roio Piano, in provincia dell’Aquila, all’interno di una famiglia di contadini benestanti. Fin dalla giovinezza mostrò grandi virtù e una forte inclinazione naturale verso la vita religiosa.
Studiò inizialmente sotto la guida del sacerdote Palmerio e successivamente decise di entrare nel monastero benedettino di San Giovanni in Collimento a Lucoli. In questo luogo visse come monaco per circa venti anni, dedicandosi interamente alla preghiera e al lavoro manuale secondo la classica regola benedettina.
La tradizione popolare attribuisce a Franco da Assergi diversi miracoli che ne hanno alimentato il culto nel tempo. Tra i più noti vi è quello in cui salvò un bambino dalle grinfie di un lupo famelico, convincendo l’animale a restituirlo alla madre sano e salvo.
Inoltre, presso uno dei suoi storici eremi, si narra che il santo fece sgorgare una sorgente d’acqua direttamente dalla roccia, oggi conosciuta e visitata come “Acqua di San Franco”, una fonte da sempre venerata dai pellegrini per le sue presunte proprietà curative.
Il continuo e incessante afflusso di fedeli che si recavano da lui per incontrarlo e chiedere consiglio spinse Franco a cercare un luogo ancora più isolato e silenzioso. Seguendo una suggestiva leggenda locale che parla di un’orsa e dei suoi cuccioli, il monaco si ritirò nella Grotta dei Peschioli; in seguito, cercando una maggiore altitudine per avvicinarsi a Dio, si stabilì in un antro sul Monte Cefalone.
Gli ultimi momenti della vita terrena di Franco restano in parte avvolti nel mistero. Morì nel 1220 all’interno della sua grotta abruzzese, dove aveva scelto di trascorrere l’ultima parte dell’esistenza come eremita, dopo una vita interamente dedicata alla preghiera, alla contemplazione e alle opere di carità.
Secondo alcune antiche tradizioni popolari, proprio al momento del suo trapasso, una luce intensa e soprannaturale avvolse l’intera grotta, lasciando ai posteri il segno definitivo della sua grande santità.
«Presso Assergi in Abruzzo, san Franco, eremita, che si costruì una stretta cella in una grotta tra le rocce, dove condusse una vita aspra e umile», ricorda solennemente il Martirologio Romano.
Subito dopo la scomparsa di Franco, la popolazione locale iniziò a venerarlo spontaneamente come santo protettore. Le sue reliquie furono custodite nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Assergi, e ancora oggi ogni anno si celebra la sua festa liturgica il 5 giugno, giorno in cui moltissimi pellegrini salgono sulle montagne abruzzesi per onorarlo.
Il processo di canonizzazione di Franco fu rapido. Tra il 1480 e il 1481, le sue spoglie furono trasferite in una preziosa urna d’argento sbalzato, un vero capolavoro artistico realizzato dal celebre maestro orafo Giacomo di Paolo da Sulmona.
Ancora oggi, il culto per Franco di Assergi si concentra in particolare sulla protezione dei pellegrini, dei contadini e dei montanari: patronati che riflettono fedelmente lo stile della vita semplice, rurale e austera condotta dall’eremita tra le vette del Gran Sasso.
La profonda devozione verso san Franco eremita si diffuse rapidamente nelle province dell’Aquila e di Teramo, legandosi indissolubilmente a molti luoghi del territorio che continuano a ricordarlo. È venerato soprattutto ad Assergi, dove visse e di cui è santo patrono; a Roio Piano, il suo paese natale; a Lucoli, dove trascorse venti anni nel monastero di San Giovanni in Collimento; ad Arischia, dove sgorga la celebre e curativa “Acqua di San Franco”; a Ortolano, che ospita una chiesa a lui dedicata; e a Forca di Valle, frazione di Isola del Gran Sasso nel teramano, dove viene celebrato con grande fervore come patrono della comunità.
Tu hai lasciato la protezione del monastero di Lucoli per cercare Dio nell’asprezza delle vette abruzzesi. In un’epoca come la nostra, satura di connessioni digitali e rumore costante, come possiamo insegnare ai fedeli – e a noi stessi – a non aver paura del silenzio e a ritrovare in esso quella voce di Dio che tu ascoltavi tra i boschi e le grotte del Gran Sasso?
Io non cercai l’asprezza della montagna per fuggire gli uomini, ma per togliere dal cuore ciò che copriva la voce di Dio. Il silenzio non è vuoto: è una porta.
Gli uomini del vostro tempo ne hanno timore perché vivono circondati da parole che distraggono e da rumori che impediscono all’anima di conoscersi. Ma Dio non ha smesso di parlare, è l’uomo che ha smesso di fermarsi.
Tra le rocce del Gran Sasso imparai che il Signore non grida. Egli visita il cuore come vento leggero, e per udirlo bisogna fare pace con la solitudine.
Non insegnate ai fedeli anzitutto tecniche, ma il coraggio della quiete. Mostrate loro che il silenzio non è assenza di compagnia: è compagnia più profonda.
Dite ai sacerdoti e ai padri di famiglia di custodire piccoli deserti nel giorno: un’alba senza fretta, una chiesa aperta e silenziosa, un cammino senza parole, un momento senza schermi davanti al Crocifisso.
E voi pastori, non abbiate paura di apparire poveri di rumore e ricchi di preghiera. Il mondo corre dietro a molte voci, ma continua ad avere fame di uomini che abbiano ascoltato Dio davvero.
La tua storia ci racconta che ti spostavi in luoghi sempre più impervi, come i monti Sabini, proprio per sfuggire alla fama dei tuoi miracoli e alla curiosità delle folle. In un mondo che insegue la visibilità e il consenso, come può un pastore della Chiesa oggi custodire un cuore umile e “nascosto”, evitando che il servizio si trasformi in ricerca di gratificazione personale o potere?
Quando gli uomini cominciarono a cercarmi più per i prodigi che per Dio, compresi che anche la buona fama può diventare una catena.
Il cuore dell’uomo è fragile: oggi serve il Signore, domani può compiacersi di essere lodato per averlo servito. Per questo fuggii verso luoghi più nascosti. Non perché disprezzassi il popolo, ma perché temevo me stesso.
Il pastore non custodisce l’umiltà guardando continuamente la propria immagine, ma guardando Cristo.
Chi contempla davvero il Signore crocifisso comprende presto che non gli appartengono né il gregge, né i frutti, né gli applausi: tutto è grazia ricevuta e restituita.
Nel vostro tempo molti sono tentati di misurare il bene dal numero degli sguardi, delle parole di consenso, della fama che circola tra la gente. Ma il Regno di Dio cresce spesso come radice sotterranea: senza rumore, senza spettacolo.
Custodite allora alcuni luoghi interiori dove nessuno applaude: la confessione fatta con sincerità, la preghiera notturna, la visita a un malato che non potrà ricambiare, il bene compiuto senza raccontarlo.
Sono queste cose che mantengono povero il cuore davanti a Dio.
L’immagine del lupo che restituisce il bambino e dell’orsa che ti guida alla grotta evoca una riconciliazione profonda tra l’uomo e il mondo naturale. Di fronte alla crisi ecologica attuale, cosa insegna il tuo esempio di eremita che si nutriva di “erbe e ghiande” sulla nostra responsabilità verso il Creato? Come possiamo tornare a vedere negli animali e nell’ambiente non una risorsa da sfruttare, ma compagni di un cammino guidato dalla Provvidenza?
Il Creato non fu dato all’uomo perché lo devastasse, ma perché lo custodisse come un giardino affidato dalle mani di Dio.
Quando vivevo tra i boschi e le rocce, imparai che la terra non appartiene a noi: siamo noi ad appartenere alla misericordia che la sostiene. Gli animali selvatici che gli uomini temevano mi insegnarono spesso più della superbia degli uomini.
Il lupo che restituì il bambino e l’orsa che mi guidò alla grotta non erano segni della mia forza, ma della pace che nasce quando l’uomo smette di porsi come padrone assoluto del Creato. Quando il cuore si riempie di avidità, anche la terra si ammala.
I fiumi vengono feriti, le foreste impoverite, gli animali trattati come cose mute. Ma il mondo creato continua a parlare di Dio a chi sa guardarlo con occhi puri, e ben lo ha detto papa Francesco, vostro pontefice contemporaneo, nella sua enciclica sulla casa comune “Laudato si’”.
Io vivevo di erbe e ghiande non per disprezzare i doni della terra, ma per imparare la sobrietà. L’uomo che prende soltanto ciò che gli serve lascia spazio alla Provvidenza; quello che accumula senza misura finisce per divorare anche sé stesso.
Nessuno protegge ciò che non ama, e nessuno ama davvero ciò che guarda soltanto come utile.
Fermate i bambini davanti a un albero antico, davanti al volo degli uccelli, davanti al silenzio delle montagne: lì il Signore educa ancora il cuore dell’uomo.
Nonostante la tua vita fosse solitaria e distante dai centri abitati, sentivi il bisogno di camminare fino ad Assergi per ricevere i Sacramenti. Come possiamo spiegare oggi, a chi pensa di poter vivere una fede puramente privata e individuale, che persino il più austero degli eremiti non può fare a meno della comunione ecclesiale e della forza del Pane Eucaristico per sostenere il proprio cammino spirituale?
Io cercai la solitudine per ascoltare meglio Dio, ma non lasciai mai la Chiesa, perché chi ama davvero Cristo desidera restare unito al suo Corpo. L’eremita può abitare lontano dagli uomini, ma non vive separato dalla comunione dei fedeli.
Anche nelle grotte più nascoste avevo fame del Pane Eucaristico, perché nessun uomo può nutrirsi soltanto dei propri pensieri spirituali. L’anima, come il corpo, muore se smette di ricevere il dono che Dio le prepara.
Cristo non lasciò ai discepoli un’idea da custodire ciascuno per conto proprio; lasciò una mensa, dei fratelli, dei sacramenti, una comunione viva.
Io camminavo fino ad Assergi non perché la preghiera solitaria fosse inutile, ma perché proprio la solitudine mi aveva insegnato quanto l’uomo sia povero senza la grazia sacramentale. Nel silenzio delle montagne comprendevo meglio che non bastavo a me stesso.
L’Eucaristia ci strappa dall’illusione di essere autosufficienti, ci fa inginocchiare accanto agli altri: al povero, al peccatore, al bambino, all’anziano. Davanti al Pane consacrato nessuno è padrone e nessuno è solo.
E voi pastori ricordate questo: molti uomini non torneranno alla Chiesa attraverso dispute o rimproveri, ma incontrando comunità dove il Pane spezzato diventa davvero misericordia condivisa, perdono vissuto, fraternità sincera.
Le montagne mi insegnarono anche questo: persino il viandante più solitario ha bisogno di un fuoco acceso nella notte.
È ritratto con gli abiti tipici del monaco benedettino, caratterizzati dal colore nero e completati da una lunga barba bianca, elementi che richiamano visivamente i suoi vent’anni di vita claustrale e la sua saggezza eremitica.
L’elemento distintivo principale all’interno delle sue raffigurazioni è la presenza di un lupo che stringe un bambino tra le fauci. Questo potente attributo iconografico serve a ricordare immediatamente ai fedeli il suo miracolo più celebre, legato alla salvezza e alla miracolosa liberazione del bimbo che era stato rapito dall’animale selvatico nei boschi del Gran Sasso.
Accanto alla spiritualità più profonda, il culto di Franco da Assergi è storicamente legato a una delle tradizioni devozionali e popolari più sentite del territorio abruzzese: il prodigio dell’“Acqua di San Franco”.
Secondo gli antichi racconti locali, si narra che il santo eremita, mosso da profondo amore filiale e compassione, fece miracolosamente sgorgare una sorgente d’acqua freschissima direttamente dalla nuda roccia per dissetare la sua anziana madre, giunta a trovarlo fin lassù tra le impervie vette del Gran Sasso.
Questo luogo, situato nei pressi di un antico eremo sul Monte Cefalone (nella zona di Arischia), è diventato nei secoli meta di continui pellegrinaggi. Ancora oggi, a distanza di generazioni, quell’acqua purissima viene raccolta dai fedeli e considerata un vero e proprio toccasana per la salute del corpo e dello spirito, capace di unire la meraviglia del Creato alla cura quotidiana della persona.
L’esperienza spirituale di Franco da Assergi anticipa in modo sorprendente temi che, da lì a pochi anni, avrebbero rivoluzionato la storia della Chiesa grazie a San Francesco d’Assisi. Vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo, questo santo eremita abruzzese può essere considerato a tutti gli effetti un precursore del francescanesimo e una sorta di ecologista ante litteram.
Il suo legame con la natura non era dettato da una semplice ricerca di isolamento, ma da una profonda teologia del Creato. Franco vedeva nei boschi, nelle vette incontaminate del Gran Sasso e negli animali selvatici non dei pericoli da cui difendersi, ma dei compagni di cammino e degli specchi capaci di riflettere la bellezza e la voce del Creatore.
La tradizione popolare e le leggende agiografiche che lo circondano confermano questa straordinaria armonia con il mondo naturale. Gli episodi del lupo mansueto che restituisce il bambino alla madre o dell’orsa che guida l’eremita verso una grotta sicura ricordano da vicino i celebri racconti del Fioretti francescani, come il lupo di Gubbio o la predica agli uccelli.
In un’epoca in cui la natura selvaggia veniva spesso percepita come un luogo oscuro e ostile, San Franco ha dimostrato che quando l’uomo fa pace con Dio e con se stesso, anche il Creato risponde con benevolenza. La sua scelta di una vita sobria, alimentata da ciò che la terra offriva spontaneamente, rappresenta un modello primordiale di rispetto per l’ambiente e di ecologia integrale, capace di parlare con straordinaria forza anche all’uomo contemporaneo.
O glorioso San Franco,
tu che hai scelto il silenzio e la solitudine della grotta
per vivere in costante dialogo con Dio,
insegnaci a cercare l’essenziale in questo mondo così frenetico
e a trovare la vera pace nel raccoglimento del cuore.
Tu che hai fatto della tua vita una preghiera continua,
intercedi per noi affinché possiamo rafforzare la nostra fede
e affidarci con piena fiducia alla volontà del Padre,
anche nei momenti di incertezza.
Amen.
O glorioso San Franco,
uomo del deserto e del silenzio,
tu che hai saputo ascoltare la voce di Dio nel profondo del cuore,
aiutaci a ritrovare la pace e la serenità
dentro le tante inquietudini e distrazioni della nostra vita quotidiana.
Donaci uno spirito semplice, libero e puro,
capace di riconoscere con stupore la presenza del Signore
in ogni momento delle nostre giornate.
Amen.
Fonti
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