23 Giugno 2026

Il doposcuola di don Paolo: perché nessuno resti indietro…

Nel centro di Firenze, accanto ai monumenti e ai grandi alberghi, da vent’anni 'Meeting Point Firenze Studenti' offre aiuto allo studio e relazioni a ragazzi italiani e stranieri. Un progetto nato da tre sacerdoti amici e diventato una piccola comunità dove si cresce insieme.

Nel centro di Firenze, a pochi passi dal Four Seasons e dalle strade percorse ogni giorno dai turisti, c’è un luogo dove ogni pomeriggio si incontrano ragazzi egiziani, peruviani, italiani, professori in pensione, insegnanti ancora in servizio e volontari. C’è chi arriva con una verifica di matematica da preparare, chi ha bisogno di imparare meglio l’italiano e chi, semplicemente, sa di trovare un posto sicuro dove passare qualche ora. È qui che da vent’anni vive Meeting Point Firenze Studenti, associazione presieduta da don Paolo Milloschi.
«Faccio il parroco ormai da quarant’anni», racconta. «E mi trovo a fare il presidente di questa associazione per aiutare a studiare i ragazzi, cominciando dalle medie inferiori, ma poi anche nelle superiori, per non fargli abbandonare la scuola».
L’idea nasce molto tempo fa da tre amici sacerdoti che insegnavano religione nelle scuole. In principio c’era uno scambio di libri usati, nato per alleggerire il peso economico delle famiglie. Poi, con il tempo, è emersa un’altra esigenza. «Più che per un deficit di capacità, ci siamo accorti che spesso i ragazzi rischiano di lasciare la scuola per motivi sociali, per solitudine, per mancanza di metodo e di persone che li aiutino».
Così il semplice mercatino si è trasformato in un doposcuola. Oggi una cinquantina di studenti delle medie e delle superiori frequenta regolarmente gli spazi messi a disposizione dal Comune, mentre una ventina di volontari si alterna durante la settimana per accompagnarli nello studio. Alcuni sono insegnanti, altri professionisti, altri ancora persone che semplicemente mettono a disposizione un’ora o due del proprio tempo.
Tra loro c’è Carla Milloschi, bibliotecaria e sorella di don Paolo. «Molti ragazzi hanno bisogno soprattutto di adulti che li affianchino», spiega. «Magari basta leggere insieme una pagina di un libro, aiutarli con l’italiano o spiegare cose che a scuola vengono date per scontate».
Negli anni il Meeting Point è diventato qualcosa di più di un luogo dove fare i compiti. C’è chi arriva da famiglie immigrate, chi attraversa situazioni complicate e chi, semplicemente, ha trovato qui un ambiente in cui sentirsi accolto. Tra loro c’è Olivia, quindici anni, che frequenta il liceo linguistico. «Sono rimasta colpita dall’amicizia che c’è qua e dal modo di vivere anche la religione», racconta. «Qui ho iniziato a capire tante cose, perché ti fanno ragionare, non è che te lo dicono e basta».
C’è chi non ha nessuno a casa che possa seguirlo e chi, in teoria, potrebbe anche studiare da solo. Eppure continua a venire.
«Siamo diventati un po’ un rifugio di umanità», racconta Carla. «A volte dicono di non avere bisogno di aiuto, ma vengono lo stesso perché sanno che qui c’è un ambiente tranquillo, dove i genitori sono sereni e dove ci si aiuta a vicenda».
Anche i volontari, però, scoprono di ricevere molto da questa esperienza. Elisa Angiolini insegna italiano e storia alle superiori e da tredici anni dedica parte del suo tempo ai ragazzi di Gioventù Studentesca. «La faccio anzitutto per me», racconta. «Stare con loro è un’occasione bellissima. I ragazzi sono sempre una fonte nuova di arricchimento».
Anche Angela Frati, docente di italiano e latino al liceo classico Carducci, da una decina d’anni dedica due pomeriggi alla settimana al Meeting Point. «Per noi è anche un rapporto d’amicizia con i ragazzi», racconta. «Non è solo aiutarli nello studio, ma anche semplicemente farsi compagnia». Un impegno che Angela vive dentro la propria adesione a Comunione e Liberazione e che, spiega, la aiuta a essere «più vera» e più felice anche nel lavoro di insegnante.
Laura Saracino, insegnante di matematica in pensione, è presente ogni lunedì da sedici anni. «Vedo che i ragazzi migliorano, si sentono più sicuri e prendono gusto allo studio», racconta.
Nel tempo si sono create storie che hanno lasciato un segno profondo. Una delle più care a don Paolo e ai volontari è quella di Nille, un ragazzo seguito fin dalle medie inferiori. Quando si è laureato in giurisprudenza, alla festa erano presenti novanta persone. Solo allora i volontari hanno scoperto che ognuno di loro, in modi diversi, aveva fatto parte del suo cammino.
«Ci guardavamo tutti come se lui fosse il fiore dei nostri sforzi», ricorda don Paolo.
C’è anche chi, in questi anni, ha insegnato qualcosa agli stessi educatori. Carla racconta di un ragazzo particolarmente difficile, al punto che un giorno, esasperata, aveva preso una scopa per rimproverarlo. Poi si è fermata. «Ho pensato che forse era meglio abbracciarlo», racconta. Quel gesto non ha risolto tutto, ma ha cambiato il modo di guardarlo. E, in fondo, anche il suo.
Per don Paolo, tutto questo ha a che fare con la fede. Non una fede confinata nei momenti liturgici o nelle attività della parrocchia, ma una presenza che entra nella vita quotidiana. «Una fede vissuta dentro la vita ha possibilità di essere affascinante», osserva.
Anche per questo l’associazione negli ultimi anni ha provato a raggiungere le periferie, replicando l’esperienza in una scuola media di Novoli grazie alla collaborazione con studenti universitari. Un modo per continuare a intercettare bisogni e costruire legami.
Guardando a questi vent’anni di attività, don Paolo usa parole semplici. «Si crea un alone di bene e di contentezza», dice. «E sinceramente, di questi tempi, crea pace».

(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)

raccontaci

Hai una storia da raccontarci?

Condividi la tua esperienza, ti potremo contattare per saperne di più.

Iscriviti alla nostra newsletter