14 Agosto
Vescovo e martire, ucciso dalla furia dei pagani per aver abbattuto un tempio dedicato a Giove.
Marcello
IV Secolo
14 Agosto 390
14 Agosto
Vescovo e martire, ucciso dalla furia dei pagani per aver abbattuto un tempio dedicato a Giove.
Marcello
IV Secolo
14 Agosto 390
Cristiani perseguitati per la fede.
Marcello era originario dell’isola di Cipro, dove probabilmente aveva ricoperto un incarico come funzionario, prima di essere chiamato a guidare la Chiesa di Apamea, in Siria.
Durante il suo episcopato, l’imperatore Teodosio il Grande emanò il decreto che ordinava la distruzione dei templi pagani presenti nell’Impero.
In quel tempo la Siria conservava una forte presenza pagana, soprattutto nelle campagne. Ad Apamea, i templi erano custoditi e difesi dagli abitanti della Galilea e delle regioni circostanti.
Animato dal desiderio di favorire la conversione delle popolazioni, Marcello dispose la demolizione dei templi della città, senza incontrare particolare resistenza. In seguito si recò anche ad Aulôn, un’importante località vicina, dove sorgeva un grande tempio dedicato a Giove.
Per l’impresa fu accompagnato da un gruppo di soldati e gladiatori. A causa della gotta, che limitava gravemente i suoi movimenti, preferì però rimanere in disparte mentre l’operazione era in corso.
Il suo tentativo di passare inosservato non ebbe successo. Riconosciuto dai pagani, fu catturato e condannato a essere bruciato vivo.
Lo storico Sozomeno racconta che i responsabili dell’uccisione furono identificati. Il sinodo della provincia, tuttavia, proibì che fossero puniti, ritenendo che il martirio di Marcello non dovesse essere vendicato. Al contrario, si doveva rendere grazie a Dio per aver giudicato il vescovo degno di testimoniare la fede fino al dono della vita.
«Ad Apamea in Siria, San Marcello, vescovo e martire, ucciso dalla furia dei pagani per aver abbattuto un tempio dedicato a Giove»: così il Martirologio Romano ne fa memoria il 14 agosto.
Le vicende di san Marcello sono narrate soprattutto da Teodoreto di Cirro e da Sozomeno, le principali fonti antiche sulla sua vita e sul suo martirio.
Secondo il racconto di Teodoreto, la distruzione del grande tempio pagano di Apamea fu condotta dal prefetto d’Oriente, assistito da due tribuni. L’impresa si rivelò particolarmente difficile, poiché l’edificio era costruito con enormi blocchi di pietra da taglio e resisteva ai tentativi di demolizione. Fu allora che, sempre secondo la tradizione, intervenne Marcello: grazie alla sua preghiera e alla sua ispirazione venne individuato il modo di abbattere il tempio, evento che la tradizione cristiana interpretò come un segno dell’aiuto divino.
Un’importante testimonianza storica è costituita da un’iscrizione rinvenuta a Khirbet Mouqa, nella quale compare il nome del vescovo Marcello. L’epigrafe, datata al V secolo, attribuisce a lui il completamento del restauro di una chiesa i cui lavori erano stati iniziati dal suo predecessore. Secondo lo studioso Denis Feissel, questa iscrizione rappresenta l’unica testimonianza epigrafica che consenta di collocare con una certa sicurezza il suo episcopato.
È importante non confondere San Marcello, vescovo di Apamea, con l’altro San Marcello di Apamea, commemorato il 29 dicembre. Quest’ultimo, pur essendo anch’egli originario di Apamea, lasciò la Siria e divenne abate nei pressi di Costantinopoli.
La tradizione attribuisce a San Marcello un miracolo particolarmente celebre, legato proprio alla distruzione del tempio pagano. Si racconta infatti che, mentre gli uomini non riuscivano ad abbattere l’edificio, il santo ottenne con la preghiera l’ispirazione necessaria per superare l’ostacolo e sventare le insidie attribuite al demonio. Per questo motivo la sua figura è ricordata non solo come quella di un vescovo coraggioso, ma anche come quella di un pastore che affidava ogni azione alla potenza di Dio.
Hai annunciato il Vangelo in un tempo segnato da profondi cambiamenti e tensioni tra culture e fedi diverse. Oggi, in una società plurale, come può la Chiesa italiana testimoniare Cristo con coraggio senza mai perdere lo stile dell’accoglienza, dell’incontro e del dialogo?
Ai miei tempi non si parlava molto di “dialogo” tra fedi e culture diverse: uscivamo da secoli di persecuzioni dei romani; e, se Costantino aveva concesso un editto di tolleranza nel 313, solo Teodosio, nel 380, riconoscerà il cristianesimo religione dell’impero. Questi sovrani non avevano intenti teologici ma politici: cercavano di assicurare l’unità e la pace nei loro territori. Oggi la situazione è mutata, ma tante tensioni restano, anche in Italia: tra progressisti e conservatori, sovranisti e cosmopoliti. Tensioni che hanno origine spesso ideologica, ma che purtroppo entrano spesso anche nelle comunità cristiane.
Hai difeso la tua fede fino al dono della vita, in un’epoca in cui la religione era anche motivo di conflitto. Quali suggerimenti diresti oggi ai cristiani per essere testimoni autentici del Vangelo senza mai trasformare la fede in contrapposizione?
Hai ragione a farmi una domanda molto simile alla precedente, perché non ti ho risposto. Dunque, la parola chiave è “dialogo”. Già Paolo VI, durante i lavori del Concilio Vaticano II, prospettava quattro grandi ambiti del dialogo: intraecclesiale, ecumenico, interreligioso, interculturale. Il dialogo, come ha sottolineato anche papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”, suppone un’identità. Sono due i rischi: l’integralismo, di chi si considera detentore assoluto della verità; e il relativismo, di chi dà ragione a tutti. Entrambi sono allergici al dialogo: il primo lo esclude e il secondo se ne disinteressa.
Hai visto crollare i templi, simboli di un mondo che cambiava. Quali sono oggi gli “idoli” che rischiano di occupare il cuore dell’uomo e come possiamo aiutare le persone a riscoprire il primato di Dio?
L’elenco degli idoli odierni sarebbe lungo. Mi divertirei ad abbinare le dodici divinità olimpiche greche e romane ad altrettanti idoli contemporanei: il potere dispotico con Zeus, il culto della guerra con Ares, la ricerca del piacere con Afrodite… Ma voglio precisare che queste dimensioni diventano idoli quando sono esaltate per sé stesse, rivolte al solo scopo di ingrandire il proprio ego (o quello del proprio gruppo, della propria nazione) e lanciate come armi contro gli altri. Forse la base comune dell’idolatria contemporanea, per dirla ancora alla maniera classica come si faceva ai miei tempi, è il narcisismo patologico. Il Dio cristiano invece offre l’ossigeno del “dono”.
Sei stato un pastore vicino alla tua comunità fino al dono della vita. In un tempo in cui molti cercano punti di riferimento, come può oggi la Chiesa essere una presenza capace di accompagnare le persone, condividendone il cammino e le domande?
Hai risposto tu: condividendo il cammino e le domande. Oggi solo i fanatici si affidano a quelli che urlano slogan senza ascoltare, che aizzano le folle con facili promesse o insultano gli avversari. La Chiesa deve resistere alla tentazione di mettersi sul mercato degli imbonitori o su quello degli incattiviti; i cristiani hanno una Costituzione che si ribella interiormente a queste forme: le Beatitudini. Chi è mite, umile, pacificatore, puro di cuore, sa accostarsi a ciascuno secondo il suo passo e non si impone mai. Ascoltare, ascoltare, ascoltare: negli ultimi anni papa Francesco non ha fatto che invitare la Chiesa ad aprire le orecchie, anche con il cammino sinodale, per poter poi dire le cose del Vangelo e comunicare la bellezza della vita risorta.
È ritratto con l’abbigliamento proprio dei vescovi, indossando mitra, pastorale e paramenti liturgici, segni del ministero episcopale che esercitò nella Chiesa di Apamea. Nelle raffigurazioni tiene spesso in mano la palma del martirio, simbolo della vittoria di Cristo sulla morte e della fedeltà al Vangelo fino al dono della vita.
Talvolta compare accanto a un tempio pagano in rovina o nell’atto di indicarne la demolizione, richiamo all’episodio che lo rese celebre: l’abbattimento del tempio dedicato a Giove, compiuto per dare attuazione ai decreti dell’imperatore Teodosio e favorire l’affermazione del cristianesimo. Questo elemento iconografico ricorda anche il motivo che portò al suo martirio.
In alcune opere è raffigurato con un libro dei Vangeli, segno della sua missione di annunciatore della Parola di Dio, oppure con lo sguardo rivolto al cielo, a indicare la sua totale fiducia nel Signore anche nel momento della persecuzione.
L’insieme di questi attributi – i paramenti vescovili, la palma del martirio e, talvolta, il tempio abbattuto – esprime la duplice identità di San Marcello: pastore della Chiesa e martire della fede, rimasto saldo nella testimonianza a Cristo fino al sacrificio della propria vita.
Non esistono tradizioni gastronomiche specifiche direttamente collegate al culto del santo. Tuttavia, la sua figura rimanda alla città di Apamea, nell’antica Siria, e quindi alla ricca tradizione culinaria del Levante, una delle più antiche e apprezzate del Mediterraneo.
La cucina levantina si distingue per la semplicità degli ingredienti, l’equilibrio dei sapori e l’uso abbondante di prodotti della terra. Tra gli alimenti più caratteristici figurano i legumi, come ceci e lenticchie, i cereali, l’olio d’oliva, le olive, lo yogurt e i formaggi freschi, insieme a un’ampia varietà di ortaggi di stagione.
Le carni, soprattutto agnello e pollo, vengono spesso insaporite con erbe aromatiche e spezie quali cumino, coriandolo, cannella, menta e sommacco, mentre non mancano preparazioni a base di melanzane, zucchine, peperoni e foglie di vite. Il tutto è accompagnato dal tradizionale pane piatto, elemento fondamentale della tavola mediorientale.
Sebbene queste specialità non siano legate in modo diretto alla devozione verso San Marcello, rappresentano il contesto culturale e gastronomico della regione in cui egli visse e svolse il suo ministero episcopale. Conoscerle significa anche avvicinarsi alla storia, agli usi e alle tradizioni delle prime comunità cristiane della Siria, terra che ha dato origine a una delle più antiche espressioni del cristianesimo.
Il nome Marcello deriva dal latino Marcellus, diminutivo di Marcus (Marco). Il suo significato originario è quindi “piccolo Marco” o “appartenente a Marco”.
A sua volta, il nome Marcus è tradizionalmente collegato a Marte, il dio romano della guerra, considerato anche protettore della forza, del coraggio e della vitalità. Secondo un’altra interpretazione, il nome richiama il mese di marzo, dedicato proprio a Marte, e può quindi essere inteso come “nato nel mese di marzo” o “consacrato a Marte”.
Con la diffusione del cristianesimo, il riferimento alla divinità pagana ha progressivamente perso il suo significato religioso. Il nome Marcello è stato così associato soprattutto alle virtù incarnate dai numerosi santi che lo hanno portato: fermezza nella fede, coraggio, fedeltà e spirito di servizio.
Ancora oggi Marcello è un nome classico della tradizione italiana, apprezzato per la sua eleganza e per il ricco patrimonio storico e cristiano che racchiude.
O San Marcello,
vescovo e martire,
fedele servitore di Cristo
e coraggioso testimone del Vangelo,
volgi il tuo sguardo su di noi
che con fiducia ricorriamo alla tua intercessione.
Ottienici una fede salda,
un cuore umile e generoso
e il coraggio di seguire Cristo
anche nelle prove e nelle difficoltà della vita.
Tu che hai donato tutto per amore del Signore,
insegnaci a non cedere alla paura,
a perseverare nel bene
e a testimoniare con la nostra vita
la forza del Vangelo e la speranza che viene da Dio.
Intercedi per le nostre famiglie,
sostieni chi è nel dolore,
conforta chi è solo o smarrito
e accompagna tutti sulla via della pace,
della carità e della vera gioia.
San Marcello di Apamea,
prega per noi.
Amen.
O glorioso San Marcello,
vescovo e martire,
che hai servito il Signore con coraggio
e custodito la fede con incrollabile fermezza,
intercedi per noi presso il trono di Dio.
Ottienici un cuore puro e forte,
capace di amare il bene,
di ricercare la verità
e di respingere tutto ciò che ci allontana dal Signore.
Nelle difficoltà sostienici con la tua intercessione,
nelle incertezze guidaci con la tua sapienza,
nelle prove donaci la forza della speranza
e una fiducia che non venga mai meno.
Veglia sulle nostre famiglie,
perché regnino tra noi concordia, rispetto e pace;
custodisci i giovani, conforta gli anziani,
sostieni chi soffre e rialza chi è scoraggiato.
Fa’ che, sul tuo esempio,
sappiamo testimoniare Cristo con la vita,
rimanendo fedeli al Vangelo
in ogni circostanza.
San Marcello di Apamea,
fedele testimone del Signore,
prega per noi.
Amen.
Fonti
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