Dossier. Francesco, 1226-2026: uomo missionario (4)
Per l'ottavo centenario della Pasqua di San Francesco, vi proponiamo un viaggio in quattro tappe alla riscoperta di questa straordinaria figura. Ci accompagna padre Fabio Nardelli, dell'Ordine dei Frati Minori, che insegna anche presso la facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense. La quarta e ultima tappa del nostro itinerario è dedicata all'approfondimento della vita del Poverello di Assisi come uomo missionario.
Dall’annuncio al dialogo
Francesco d’Assisi, dopo aver inviato i suoi frati a evangelizzare il territorio vicino, sentì una chiamata a espandere il campo di azione missionaria della primitiva fraternità, per raggiungere anche territori lontani e non cristiani. Così, nel 1212, si mise in cammino verso la Siria, che non raggiunse a causa di un naufragio. Poco dopo volle recarsi in Marocco, ma anche questa volta l’impresa non giunse a buon fine e, sembra probabile quindi che si sia diretto verso la strada che porta a san Giacomo di Compostella. Ma, ammalatosi lungo il cammino, fu costretto al ritorno (cfr. FF 417-420). Tuttavia, nonostante i tentativi falliti, la sua spinta missionaria fu accelerata in maniera decisiva dal Concilio Lateranense IV che, nel 1215, tra le sue varie disposizioni, proclamava una nuova crociata. Francesco, attento e in ascolto della voce della Chiesa, accolse tutto ciò con un’alternativa diversa: non con la violenza ma con la testimonianza, non con la spada ma con il servizio, non con la guerra ma con una nuova azione evangelizzatrice. Uno degli avvenimenti più conosciuti della vita del Santo, anche per l’attualità della riflessione dialogica che suscita, fu il suo viaggio in Egitto nel 1219 e l’incontro con il sultano Malek al Kamil (cfr. FF 422; FF 2332): Francesco, provenendo da Ancona e passando dal porto di Acri in Siria, giunse in Egitto nel luglio del 1219. L’inizio di questo viaggio si deve al suo desiderio d’annuncio che poteva anche comportare il martirio quale coronamento della sua vita apostolica: come i Dodici furono in cammino e predicarono fino a versare il proprio sangue, allo stesso modo il Santo desiderava testimoniare in maniera totale e radicale la sua fede anche nei territori non cristiani.
Il Santo, pertanto, si fece evangelizzatore nel senso e con il metodo del Vangelo: egli sperimentò lotte sanguinose e ordinò ai soldati di non assalire l’esercito nemico, andando come “pecore in mezzo ai lupi” (cfr. Mt 10,16). Certamente egli non riuscì nell’intento di convertire il Sultano, né di soffrire il martirio, ma certamente favorì la presenza e testimonianza francescana permanente in quei territori d’Oriente. L’atteggiamento pacifico, amicale e di fraternità che utilizzò fu sicuramente eloquente e rivoluzionario. Per questo, l’incontro con il Sultano è considerato da molti un confronto dialogico e una missione di pace, tesa ad ottenere per i cristiani la possibilità di recarsi nei luoghi santi senza versare il sangue in nome di Dio e senza dover pagare tributi. Dall’episodio appena narrato si può dedurre un principio essenziale per la riflessione missiologica attuale, più volte ribadito anche dal Magistero della Chiesa: il Santo, con il viaggio in Egitto, non ha raggiunto né la pace tra cristiani e musulmani né tantomeno una nuova comprensione della crociata. Si può però affermare che il suo obiettivo non era inteso principalmente al raggiungimento di un risultato visibile, quanto piuttosto alla testimonianza e all’impegno di vita, attraverso l’offerta di una particolare vicinanza ai popoli lontani.
Annunciare il Vangelo con la vita
In realtà, la missione cristiana, sia nell’epoca post-apostolica (vedi ad esempio il testo della Lettera a Diogneto), sia nel contesto attuale, è principalmente testimonianza della vita nuova in Cristo, non solamente “oltre i confini”, ma in mezzo ai popoli ancora bisognosi della luce di Cristo. Perciò, l’impianto missionario cristiano non può fondarsi sul proselitismo, ma sulla capacità attrattiva di ogni battezzato che, in libertà e verità, testimonia con coraggio e fortezza il messaggio evangelico.
Il Poverello, in epoca medioevale, ha contribuito a dare una nuova forma alla mentalità missionaria grazie alla semplicità e minorità dei suoi frati che, andando ovunque per il mondo, annunciavano in forme differenti il Vangelo “in contesto”. E la preziosità del contributo francescano è stata, nei secoli, quella di riscoprire contemporaneamente diverse modalità di annuncio e l’intuizione di calare il Vangelo in diverse realtà: basti pensare alla grande opera sociale, politica e religiosa dei predicatori del XV secolo con il grande movimento dell’Osservanza; oppure alla notevole azione dei francescani nelle università di Parigi e Oxford; all’evangelizzazione quotidiana in mezzo ai poveri, ai nobili, agli infedeli.
L’evangelizzazione, per Francesco d’Assisi, è un elemento essenziale e identitario, tanto che la sua Regola fu la prima ad avere un intero capitolo dedicato unicamente alla missione oltre i confini (cfr. FF 107-109). Questo dato di fatto costituisce tuttora una novità all’interno del paradigma storico-teologico: Francesco, pur non essendo un teologo, intuì e predilesse per certi versi il modello della cosiddetta “missione incompiuta”, ossia desiderava che i suoi frati vivessero costantemente in una relazione aperta con il mondo, riconoscendo nelle diversità culturali e religiose una continua risorsa per l’annuncio del Vangelo.
La fraternità, via della missione
Francesco fu il primo fondatore di un Ordine che ha inserito nei suoi testi normativi la missione fra i non cristiani: l’evangelizzazione è, quindi, una realtà identitaria del carisma e, di conseguenza, per ogni battezzato. Nella missione evangelizzatrice, il cristiano è chiamato ad annunciare Dio Trinità, fonte dell’opera salvifica, Gesù Cristo mediatore della salvezza e la Chiesa, quale fraternità pellegrinante verso il Regno. I frati sono stati nel mondo quali “araldi del gran Re”. Nell’annuncio della Parola che salva, essi sono innanzitutto chiamati a non appropriarsi di nulla al fine di rivelarsi strumenti che riportano a Dio ogni bene.
La modalità missionaria francescana che emerge dagli Scritti di san Francesco, può costituire oggi un punto di partenza per scorgervi delle opportunità rispetto all’attuale contesto secolarizzato. Il Poverello insegna alla Chiesa del nostro tempo a rimanere in mezzo alle genti per annunciare con la vita e le opere il Vangelo della salvezza, e a essere sempre strumenti di dialogo e di comunione, affinché sia favorito l’incontro tra culture e religioni, per ricordare al mondo la chiamata alla fraternità universale. L’esperienza francescana, sia originaria che attuale, ha offerto un contributo significativo mettendo in rilievo alcune caratteristiche fondamentali per il soggetto missionario: il rapporto tra il Vangelo e la vita, la dimensione dell’evangelizzazione “in contesto” e la “realtà fraterna” come occasione di testimonianza. Ogni battezzato, infatti, è chiamato a mostrare nell’annuncio lo stretto legame tra il Vangelo e la vita: una vita veramente evangelica scomoda il missionario e provoca chi riceve l’annuncio. L’intuizione del santo di Assisi, riproposta ancora oggi, è stata quella di vivere in mezzo alla gente come segno del “nuovo popolo” per essere luce: ogni battezzato, perciò, è inviato alle genti per comunicare con la propria testimonianza la vita divina che è in ogni figlio di Dio. L’andare due a due per il mondo, tratto tipicamente francescano, è il segno evangelico della vicinanza e della prossimità che, prima di tutto, si vive tra missionari e poi si testimonia agli altri con libertà e disponibilità di cuore. Infatti lo stile con cui si è chiamati a stare a servizio della dimensione sinodale della Chiesa è quello della fraternità, una delle prime definizioni della comunità cristiana (cfr. 1Pt 2,17; 1Pt 5,9).
L’invito per ogni cristiano, in questo Centenario francescano, è quello di riscoprire che la missione che Dio affida a ciascuno è di ricordare al mondo, in ogni contesto e soprattutto nelle situazioni più dolorose, che solo l’Amore resta e va comunicato, condiviso e testimoniato con la vita e poi con le parole dell’annuncio.
Fabio Nardelli, ofm
Pontificia Università Lateranense
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