Per fidarsi, bastano due mani che non si tirano indietro
Da quando era un ragazzo di 19 anni, don Giovanni Battista Tillieci per trent'anni, ogni estate, è tornato a Lourdes con l'Unitalsi. Oggi è parroco a Gioia Tauro e guida la pastorale per le persone con disabilità della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi.
Il treno per Lourdes impiega più di trenta ore. Giovanni Tillieci ha diciannove anni quando ci sale per la prima volta, con l’incarico di servire i pellegrini. Per curiosità attraversa le carrozze per vedere com’è fatto il resto del convoglio e si ritrova in una vettura tutta bianca, dove i lettini sono fissati alle pareti per permettere ai malati (anche se oggi, a cinquantasei anni, quella parola non la sopporta più) di affrontare il viaggio sdraiati. Si ferma davanti a un ragazzo cieco, poco più giovane di lui. Il volto porta i segni di altre disabilità e, per un istante, l’istinto di distogliere lo sguardo è più forte. È un riflesso che dura pochi secondi, ma che non dimenticherà mai.
Quando il treno arriva a Lourdes tutto si muove in fretta. I pellegrini devono essere accompagnati agli ospedali. Il barelliere anziano che segue Raffaele viene chiamato d’urgenza: qualcuno ha bisogno di lui. Prima di allontanarsi gli dice soltanto: «Finisci tu». Non sa che per Giovanni è il suo primo pellegrinaggio. Restano soli: Giovanni e Raffaele.
Giovanni è il quarto di sei figli. Guardando Raffaele pensa che potrebbe essere uno dei suoi fratelli. Così si rimbocca le maniche. Raffaele è cieco, tiene il volto rivolto verso di lui senza poterlo vedere e gli affida tutto: le mani, il corpo, i vestiti da allacciare, i gesti più semplici e più delicati. Lo fa con una fiducia assoluta, senza sapere nemmeno chi abbia davanti.
Quando don Giovanni racconta quell’episodio, trentasette anni dopo, si interrompe per un momento. Come se quel ricordo avesse ancora il peso e la luce del primo giorno.
Da quel viaggio ne sono seguiti molti altri. Per trent’anni, ogni estate, è tornato a Lourdes con l’Unitalsi. E ogni volta si è portato dentro quel primo incontro, cercando un volto da accompagnare, qualcuno da aiutare a vestirsi, da ascoltare, da guardare con la stessa naturalezza con cui si guarda un fratello.
Oggi è parroco a Gioia Tauro e guida la pastorale per le persone con disabilità della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. Ma quando parla della sua vocazione non parte mai dagli incarichi. Comincia sempre da quella carrozza bianca. Comincia da Raffaele.
Negli ultimi anni ha dato vita a un progetto insieme alla Camera di Commercio per favorire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Non per rispondere a un obbligo di legge, ma perché siano riconosciute per ciò che sanno fare e per il valore che possono portare nelle aziende. Il percorso, però, non è semplice. Molte famiglie hanno paura di perdere un equilibrio costruito in anni di fatiche e rinunce. Don Giovanni quella paura la incontra ogni giorno e ha deciso di portarla anche nelle sedi istituzionali.
«Con altri», racconta, «abbiamo presentato una proposta alla Ministra per la Disabilità e alla Ministra del Lavoro, perché chi riceve già dei sostegni possa sospenderli temporaneamente e sperimentare cosa significa lavorare, senza il timore di perderli definitivamente».
Pensa a Marco, che si muove in carrozzina e vive con la madre di ottantasette anni. È arrivato a Lourdes quest’anno attraversando una profonda crisi personale, stanco di sentirsi bloccato in casa e senza prospettive. Don Giovanni gli ha promesso che lo accompagnerà personalmente ai colloqui con due aziende. Non sa ancora quale sarà il risultato. Sa soltanto che vale la pena provarci.
Anche nella sua chiesa qualcosa è cambiato. Senza modificare il rito, ma trasformando tutto ciò che lo rende accessibile: la Comunicazione Aumentativa Alternativa sui banchi, i sottotitoli proiettati per chi non sente, la segnaletica che aiuta a orientarsi tra i posti e l’altare. «Il rito è già inclusivo», dice. «Perché è spezzato per tutti».
Quando gli si chiede che cosa abbia imparato in tutti questi anni, don Giovanni torna ancora una volta a quella vettura bianca. «Ora mi accorgo di tutto», racconta sorridendo. «Di come sono vestiti, noto chi manca, telefono, chiedo come sta. Mi domandano come faccia.» La risposta è tutta in quel primo incontro. Raffaele non poteva vedere il suo volto. Eppure, è stato lui a insegnargli come si guarda davvero una persona.
Un’offerta deducibile all’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero è un modo concreto per restare, anche da lontano, dentro quella vettura bianca. Per permettere a sacerdoti come don Giovanni di continuare a rimboccarsi le maniche ogni giorno, accanto alle persone più fragili, anche quando nessuno li vede.
(di Luca Iacovone – foto Michele Calanni)