28 Settembre 2026

Andrea Capobianco: “I giovani sono una ricchezza incredibile”

Il coach che ha riportato la Nazionale femminile di basket a disputare un mondiale dopo 32 anni ci racconta la sua passione per questo sport, la sua vocazione di educatore e come riesca a trovare nella fede il suo sostegno e la sua serenità. Un ruolo importante, nella sua vita, lo hanno sempre avuto anche i sacerdoti, a cominciare dal suo attuale parroco, don Salvatore Rinaldi.

Accanto alla chiesa parrocchiale di San Luigi Orione, a Venafro (IS), da settembre 2023 c’è un campo di pallacanestro alla cui realizzazione hanno partecipato anche il parroco, don Salvatore Rinaldi, e un suo parrocchiano “speciale”, che ad oggi allena quella Nazionale femminile di basket che tanto ci ha appassionato negli ultimi mondiali. Coach Andrea Capobianco, addirittura, in memoria del suo papà ha pagato di tasca propria entrambi i canestri. In una bella giornata di sole, pochi giorni dopo il suo ritorno dal mondiale di Berlino, il capo allenatore di Cecilia Zandalasini e delle sue compagne in azzurro ci accoglie proprio su quel campo, in compagnia di don Salvatore. I due si conoscono davvero da una vita, visto che Capobianco è stato anche alunno del suo attuale parroco, quando era un giovane prete. Oggi, però, a raccontarci la propria vocazione non è il sacerdote.   

ALLENATORE PER VOCAZIONE

Coach, cominciamo dal principio…
Giocavo a pallacanestro in un oratorio, insieme a mio fratello Gianni (prematuramente scomparso a luglio del 2025, ndr). Questo gioco meraviglioso ci univa e ci teneva vicini alla Chiesa, grazie all’impegno di Massimo Marchitelli, che veniva da Napoli e aveva portato il basket a Venafro, nella parrocchia di San Martino. Dopo il liceo classico decisi di iscrivermi a medicina, perché volevo provare a fare qualcosa di bello al servizio degli altri. All’inizio del terzo anno ero in regola con gli esami ma sentivo sempre più forte il desiderio di passare più tempo con quei ragazzi con cui prima avevo giocato e di cui avevo accettato di diventare l’allenatore, per evitare che la società fallisse. Capii che volevo fare l’allenatore più ancora che il medico, vivendo una lacerazione interiore su cosa avrei dovuto fare del mio futuro. Se davvero volevo fare l’allenatore bene, dovevo prepararmi adeguatamente e così feci le prove per entrare all’Isef (come si chiamava allora l’università delle scienze motorie) e venni preso.

E la sua famiglia come prese la sua decisione?
La cosa più difficile fu proprio dire ai miei genitori che lasciavo medicina: mamma era una preside, papà un dirigente della Procura della Repubblica di Isernia. Scherzando, dico sempre che li feci sedere perché avevo paura che potessero cadere. Quel giorno, invece, capii cosa significa veramente amare un figlio: sia mia madre che mio padre mi dissero che non condividevano la mia decisione, perché era difficile entrare nel mondo della scuola come professore di educazione fisica e per varie altre ragioni, però mi dissero anche che mi sarebbero comunque stati sempre vicini. Penso che quando un genitore arriva a dirti una cosa del genere, ti sta spiegando veramente che cos’è l’amore.

LO SPORT, STRUMENTO FORMIDABILE

Nelle sue parole ci sono tutte le caratteristiche del racconto di una vocazione. Perché, coach, ha scelto di allenare?
Ho scelto di allenare perché amo lo sport e amo l’insegnamento. Attraverso lo sport io desidero aiutare i giovani a crescere e, facendolo, aiuto anche me stesso a restare sempre pronto alle loro esigenze. Io non credo assolutamente che i giovani di oggi non abbiano voglia di lavorare e di sacrificarsi: ho allenato tantissimi ragazzi, sia nei club che nelle nazionali giovanili di cui sono stato responsabile, e posso dirlo senza ombra di dubbio. Ma di questo si accorgono, molto banalmente, anche quanti al mattino alle 7, d’estate, passano davanti al campo della nostra parrocchia e vedono ragazzi allenarsi e giocare, organizzandosi da soli. Certo, sono diversi da noi perché il mondo è cambiato, ed è giusto così; per allenare non bisogna solo essere dotati di competenze tecniche ma occorre saper comprendere pregi e limiti, paure ed emozioni di chi abbiamo di fronte. Dobbiamo entrare davvero in relazione con loro e dargli la possibilità di esprimersi, per poter diventare più forti possibile, perché emerga il vero talento di cui ogni persona è dotata. Questi giovani sono una ricchezza incredibile.

Cosa può dare lo sport alla vita di questi ragazzi?
La cosa più importante a mio avviso è l’autonomia. Noi oggi spesso cerchiamo di far fare agli altri quel che noi vorremmo. Invece la formazione reale consiste nel far crescere l’autonomia dei ragazzi: farli crescere responsabili, consapevoli che le cose si possono fare solo se ciascuno fa la propria parte, a cominciare dall’arrivare in orario o dal portare il pallone quando ci si vede per giocare. Nello sport si provano quelle emozioni che solo nelle famiglie si possono provare: la gioia di quando si vince, la rabbia di quando si perde, la paura di fare un tiro importante. Queste emozioni rendono anche quella dello sport una famiglia. E poi c’è il rispetto, di sé e degli altri: un vero atleta deve imparare necessariamente a rispettare il proprio corpo e la propria integrità; ma deve imparare a rispettare anche gli altri, compagni e avversari: da soli non si vince niente.

Naturalmente per lei l’idea di sport si concretizza in un campo con due canestri e una palla a spicchi…
La pallacanestro è una vera miniera di opportunità educative. Prendiamo come esempio il passaggio: quello è il momento fondamentale in cui un giocatore offre ad un compagno di squadra meglio posizionato l’opportunità di segnare, un assist, spegnendo i riflettori puntati su sé stesso e accendendoli sull’altro. Il pubblico applaudirà l’altro, ma il bravo allenatore saprà elogiare anche chi ha fatto il passaggio. Anche nella vita dobbiamo imparare, a volte, a fare un passo indietro per valorizzare un collega di lavoro o qualcun altro e lo sport ce lo insegna. E poi c’è il tema del rispetto delle regole e della vera libertà, che non può esistere al di fuori del rispetto delle regole: anche in questo lo sport è una straordinaria scuola di vita.

In realtà Lei è riuscito a mettere in dialogo esercizi e allenamenti del basket… perfino con alcune parabole del Vangelo!
Ho scritto e pubblicato un piccolo volumetto, “Vola la palla verso il cielo…” proprio con questa intenzione: facendo sintesi tra la mia esperienza di fede e di vita e l’impatto che questo mio patrimonio interiore, che mi è stato trasmesso dalla mia famiglia, ha sempre avuto anche sulla mia professione di allenatore, e di conseguenza su quello che ogni giorno cerco di dare agli atleti che mi sono affidati. Ribadisco però che proprio alla mia famiglia, innanzitutto, sono debitore di questi insegnamenti, tanto è vero che tra le persone che hanno firmato la prefazione di quel fascicolo c’è anche la mia mamma. 

IL SEGRETO DEL COACH

Andiamo più in profondità, coach: cosa rappresenta nella sua vita la fede?
La fede è il mio sostegno. Ogni volta che ho bisogno di forza e di serenità per stare vicino agli altri, le ritrovo lì. La fede mi attrae come una calamita, mi dà una forza pazzesca. È il mio ossigeno, senza il quale sarebbe difficile riuscire a vivere. Mi piace pregare, e lo faccio anche nei momenti più difficili. Lo scorso anno, ad esempio, ho perso mio fratello e se non avessi avuto fede non so che fine avrei fatto. Mi piacerebbe riuscire a testimoniarla sempre di più, anche quando alleno. Allenare vuol dire trasmettere passione per lo sport e mi piacerebbe molto riuscire a trasferire, allo stesso modo, anche la fede immensa che mi sostiene.

Prima parlava di preghiera: cosa è per lei?
Pregare per me non vuol dire solo “chiedere” qualcosa ma è innanzitutto un momento di relazione e di comunicazione profonda. La difficoltà più grande è quella di fare silenzio per ascoltare, perché le risposte ci sono sempre, ma dobbiamo saperci mettere nella condizione di ascoltarle. Il mondo oggi ci porta ad essere sempre meno disponibili all’ascolto, e invece noi dobbiamo cercare di farlo: vanno ascoltati i gesti, le piccole cose di ogni giorno che poi, riflettendoci sopra, sono capaci di illuminarci.

E cosa rappresenta per lei la partecipazione alla Messa?
A Messa cerco di venire ogni volta che posso, anche nei giorni feriali. Quello per me è l’incontro più intenso con la Persona che è con me in ogni momento, un incontro che mi illumina la giornata e me la fa iniziare nel modo più sereno possibile. La vita corre e ci travolge e se non ci fermiamo un attimo è difficile riuscire ad andare in profondità. Questa mezz’ora in cui ascolto la Parola e faccio la comunione mi dà la possibilità di andare in profondità e di affrontare con serenità anche i momenti più stressanti del mio lavoro.

A questo punto interviene don Salvatore, il parroco, che è anche vicario foraneo di Venafro:
Vedo Andrea alla Messa ogni mattina, quando è in paese, di solito sempre allo stesso posto e col suo messalino tra le mani, col quale si prepara ad ascoltare meglio le letture. Dopo la messa, insieme anche agli altri, ci prendiamo un caffè e facciamo il punto sulle cose da fare. Qui in parrocchia Andrea si preoccupa molto di quel che serve ai ragazzi, in particolar modo che l’attrezzatura che abbiamo allestito per loro sia in buone condizioni: la sua è una presenza importante anche come sostegno economico alla parrocchia (sorride, ndr). La cosa più bella, però, è la sua partecipazione alle mille attività che qui si fanno a beneficio della popolazione e dei più svantaggiati. Il coach Capobianco è parte attiva del nostro consultorio famigliare, presente da più di venti anni. Con noi viene anche nelle scuole a parlare coi più giovani per raccontare quel che facciamo qui. Non basta amare: l’altro deve sapere che tu lo ami!  

L’ultima domanda però è di nuovo per Capobianco: quali sono i sacerdoti che più sono stati importanti nel suo percorso di vita?
I sacerdoti hanno un ruolo fondamentale nella vita di tutti noi, anche se a volte lavorano nel nascondimento e non ce ne rendiamo conto. Ce ne accorgiamo soprattutto quando ce li ritroviamo accanto nel momento del bisogno. Sono come quelle luci che ti illuminano la strada, però senza abbagliarti: ti permettono di vedere cosa hai davanti e di camminare. Purtroppo, fa maggiormente cronaca un parroco che non si comporta bene, ma dietro a quello quanti altri ce ne sono che sono sostegno di vita e di relazioni, oltre che economico, per tantissime famiglie? Qui accanto a me c’è don Salvatore Rinaldi, che io conosco fin dai tempi della scuola, dove fu mio insegnante: è uno che ha voglia di fare e di mettersi in discussione, una luce importante e un fiume in piena per tutto quello che fa qui a Venafro. Nella mia storia ricordo però anche altre figure importanti, come padre Vito Bonsante, un frate cappuccino del convento di San Nicandro, dove è stato anche padre Pio: pensate che da bambino io imparai da lui ad andare in bicicletta! E poi don Rocco Iannacone, un’altra figura importante per la mia famiglia e per me, che sono stato anche capo scout con l’Agesci. E come dimenticare il mio compagno di classe, don Claudio Palumbo, che oggi è addirittura diventato vescovo di Termoli – Larino? Anche il rapporto con lui, fin da quando eravamo ragazzi, ha gettato un fascio di luce sulla mia vita. 

(intervista di Stefano Proietti – foto e video di Cristian Gennari)

CHI È

Andrea Capobianco ha appena compiuto 60 anni ed è il capo allenatore della Nazionale femminile di basket, che nel 2025 ha conquistato la medaglia di bronzo ai campionati europei e quest’anno, dopo 32 anni che non accadeva, è tornata a disputare la fase finale del mondiale, incollando alla tv centinaia di migliaia di italiani con una serie di prestazioni brillantissime e fermandosi a un soffio dai quarti di finale. Le sue ragazze si sono arrese all’Australia per 82-80 dopo aver recuperato alle avversarie la bellezza di 26 punti e aver visto danzare beffardamente sul ferro, sulla sirena, il tiro del pareggio. Capobianco ha allenato in Serie A ad Avellino e Teramo, dove al termine della stagione 2008/09 è stato premiato come miglior tecnico della massima divisione. È stato il vice di Simone Pianigiani sulla panchina della Nazionale italiana maschile. Da settembre 2015 al 2017, di nuovo dal 2019 al 2020, e ancora dal 2023, è l’allenatore della Nazionale femminile. Laureato sia in scienze motorie che in psicologia, è docente a contratto di Teoria tecnica e didattica della pallacanestro al corso di laurea in scienze motorie dell’Università degli studi del Molise. Nato a Napoli, è cresciuto e ancora risiede a Venafro (IS), dove ci ha accolto per questa intervista.

 

28 Settembre 2026
Ogni comunità ha una storia che merita
di essere ascoltata.
E quasi sempre c’è un sacerdote a cui dire grazie.

Una Newsletter che ispira, anima e sorprende: iscriviti!

Iscriviti alla nostra Newsletter: ogni mese riceverai una riflessione sulla Parola di vita, storie di sacerdoti e della loro comunità, un approfondimento sulla vita di un Santo e molto altro ancora. Se lo desideri, potrai anche personalizzarla con i contenuti che più ti appassionano.