3 Aprile 2024

I marmi dei detenuti nelle chiese reggine

Il lavoro è uno strumento prezioso per restituire ai detenuti la libertà e aiutarli a non ricadere negli errori commessi. La diocesi di Reggio Calabria - Bova e le carceri di “Panzera” e “Arghillà” fanno squadra: l’intento è quello di offrire a chi ha sbagliato una seconda possibilità, aiutando i reclusi a reinserirsi nella società grazie alla formazione professionale.

Favorire, attraverso specifici percorsi formativi, opportunità di lavoro tra le persone detenute e, quindi, contribuire al loro reinserimento sociale. È quanto prevedeva il protocollo d’intesa che l’arcivescovo metropolita di Reggio Calabria – Bova, monsignor Fortunato Morrone ha sottoscritto, il 6 giugno 2023, con il direttore delle carceri reggine – “Panzera” e “Arghillà” -, Giuseppe Carrà. L’accordo, in particolare, prevedeva la riattivazione e l’utilizzo, dopo molti anni di inattività, del laboratorio di marmi del plesso “Panzera”.

Qui, selezionati dalla direzione penitenziaria, sono impegnati detenuti di alta sicurezza per la produzione e la fornitura di materiale per gli arredi ecclesiastici. Il protocollo ha rappresentato il primo atto di una collaborazione che prevede il coinvolgimento delle realtà che ricadono sul territorio diocesano. Non solo le comunità parrocchiali e altri enti ecclesiastici: la prospettiva è «estendere le sinergie tra diocesi e carcere anche ad altri ambiti, funzionali ad una migliore offerta di reinserimento nella società da proporre alla popolazione detenuta», come ha dichiarato il direttore degli Istituti penitenziari di Reggio Calabria, Carrà. La finalità del protocollo è, infatti, promuovere il reinserimento sociale dei detenuti, attraverso il lavoro, «strumento principale per favorire il processo di inclusione sociale e l’adozione di modelli di vita volti a favorire la risocializzazione». «Formare significa rendere liberi e al tempo stesso

offrire un’opportunità lavorativa significa rendere liberi,

nel senso di offrire una seconda opportunità a chi ha sbagliato», ancora le parole di Carrà. «La formazione e la possibilità di avere un guadagno certo abbassa la recidiva, per questo vogliamo offrire ai detenuti un titolo spendibile nel mondo del lavoro non appena tornati in liberà». La riapertura del laboratorio marmi è una piccola importante conquista. Strumento prezioso, è rimasto inutilizzato per dodici anni, tranne la breve parentesi del 2022, quando sono stati realizzati i marmi da collocare nella costruenda cappella del carcere di Arghillà. Questo accordo, ha affermato ancora Carrà, «estenderà la produzione a tutto il territorio diocesano».

«Con il direttore del carcere c’è stata un’intesa immediata, nata dal comune sguardo umano su queste persone che vivono la detenzione», ha sottolineato l’arcivescovo Morrone. «Come Chiesa – ha aggiunto il presule – vogliamo dare questo segnale chiaro:

la comunità cristiana di Reggio Calabria guarda a queste persone innanzitutto come tali

pur non vivendo, attualmente, una condizione “di libertà umana”».

L’intento è quindi «aiutare i detenuti, dando loro la possibilità di ripartire perché il Dio di Gesù vuole questo: che la sua misericordia faccia ripartire la vita di tutti. Dio ha fiducia di tutti noi e anche noi siamo chiamati a dare fiducia», ha detto inoltre il pastore della Chiesa reggina. Questo protocollo è un primo segnale, l’auspicio dell’arcivescovo è che possa avere un seguito attraverso quella che definisce «contaminazione buona». È un segnale di «umanizzazione» che parte proprio dai cosiddetti «ultimi». Il protocollo è già stato inaugurato con una prima commessa destinata alla parrocchia di Campo Calabro. I manufatti in marmo destinati ad adornare il nuovo centro di aggregazione giovanile finanziato con i fondi dell’8xmille sono, infatti, realizzati nel laboratorio degli istituti penitenziari reggini.

Don Francesco Megale, vicario episcopale per la carità, i problemi sociali e il lavoro, è anche il parroco della parrocchia di Campo Calabro, prima committente del laboratorio dei marmi del carcere reggino. Il protocollo d’intesa, ha commentato, «dà avvio a un percorso che speriamo possa portare a raggiungere risultati positivi».
Per sette anni, dice, «ho fatto il cappellano in carcere. Conosco bene la realtà che si vive dietro le sbarre e quanto bisogno d’attenzione abbiano i nostri fratelli reclusi».
Di «bellissimo momento per il carcere e la diocesi», ha parlato, invece, padre Carlo Cuccomarino Protopapa, cappellano delle carceri reggine. «Ho seguito passo passo la riapertura del laboratorio del marmo che ora viene messo a disposizione della nostra diocesi e della comunità», ancora la sua testimonianza. Padre Carlo evidenzia l’ulteriore elemento positivo legato al progetto: «Chi vive la reclusione ha adesso un’opportunità in più di riscatto, attraverso un lavoro». Un’opportunità in più anche per chi vive al di qua delle sbarre, conclude il cappellano, «per ricredersi sulla realtà che si vive dentro».

(dall’Avvenire di Calabria)

3 Aprile 2024
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