7 Ottobre 2026

Le realtà ultime (1). La domanda delle domande

Nuovo ciclo di riflessioni firmate dal Penitenziere Maggiore, il card. Angelo De Donatis, dedicate alle "realtà ultime" della nostra fede, quelle che la tradizione cristiana ha sempre identificato col termine 'novissimi': morte, giudizio, inferno e paradiso. Un invito a riscoprire, con uno sguardo rinnovato, l'essenza di quello che crediamo. La prima puntata ci introduce nella comprensione di questo imprescindibile tema.

Arriva un momento nella vita, magari nel silenzio della notte, in cui la vertigine dell’infinito bussa alla porta. Ci chiediamo se tutto finisca nel vuoto oppure se esista un senso ultimo, una giustizia capace di illuminare il valore dei nostri giorni, dei nostri amori e anche dei nostri errori. Abbiamo esplorato Marte, scandagliato l’universo e fotografato buchi neri a milioni di anni luce; eppure l’aldilà rimane una terra incognita che nessun algoritmo potrà mai svelare. Dalle piramidi dell’antico Egitto ai moderni laboratori di neuroscienze, la domanda su ciò che ci attende oltre la morte accompagna da sempre l’umanità. Le risposte sono molte: dal materialismo, per il quale con la morte tutto si spegne, alle diverse prospettive offerte dalle religioni.

Di fronte al mistero della fine, difficilmente l’uomo può rinunciare a cercare una risposta. Appare allora quasi un controsenso che proprio noi cristiani abbiamo talvolta messo da parte queste domande, parlandone forse troppo poco. Già san Paolo VI, in un’udienza generale, osservava che di queste realtà «pochi parlano e poco». Il nostro intento è dunque quello di riscoprire le risposte della fede, senza anestetizzare la domanda sul “dopo” e senza ridurre a formule semplicistiche le verità che la sapienza biblica ci ha consegnato.

Naturalmente ci muoviamo su una linea di confine. Non possiamo pretendere di sapere tutto né di descrivere l’aldilà come se ne possedessimo una mappa. San Bonaventura ci ricorda: «Se vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza; il desiderio, non l’intelletto; il sospiro della preghiera, non la brama del leggere; la caligine, non la chiarezza». Le realtà ultime non si lasciano possedere dalla nostra curiosità: si accolgono nella fede e nella speranza.

La Scrittura, tuttavia, non ci abbandona davanti all’ignoto. Ci invita a fare memoria delle grandi domande e a custodirle nel cuore, perché è proprio vivendo sulla soglia tra il presente e un futuro che non possiamo dominare che la nostra esistenza acquista profondità. Byung-Chul Han, riflettendo su una società sempre più stanca, depressa e ansiosa, scrive: «L’angoscia si aggira come uno spettro. Solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in più del sopravvivere». Interrogarci sul “dopo” non significa dimenticare il presente; significa, al contrario, abitarlo più intensamente. È la speranza ad aprire l’orizzonte del senso, a rimettere le ali alla vita e a donarci un futuro.

«In omnibus operibus tuis memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis», dice il libro del Siracide (cfr. Sir 7,36): «In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non peccherai mai». La memoria del limite aiuta a vivere una vita piena e buona. La parola latina novissima, oggi quasi caduta in disuso, è stata utilizzata nella tradizione cristiana per indicare le realtà ultime, ciò che in greco viene espresso con éschata. E quali sono queste realtà? Tradizionalmente si parla di morte, giudizio, inferno e paradiso; a esse la riflessione cristiana unisce anche la purificazione del purgatorio.

Ma forse possiamo dire, con sant’Agostino, qualcosa di ancora più essenziale: «Dio stesso, dopo questa vita, è il nostro luogo». L’eschaton, il compimento ultimo di ogni cosa e il fine della storia, per noi cristiani non è anzitutto un “che cosa”, ma un “Chi”: Gesù Cristo. È Lui l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Vivente. È Lui la novità perenne che ci attende, la fine e il fine della nostra vita.

Parlare delle realtà ultime, dunque, non significa soltanto parlare di ciò che accadrà a noi: significa parlare di Cristo e del nostro incontro definitivo con Lui. San Paolo afferma: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1 Cor 15,19). Hans Urs von Balthasar, commentando sant’Agostino, scrive: «È Dio il “fine ultimo” della sua creatura. Egli è il cielo per chi lo guadagna, l’inferno per chi lo perde, il giudizio per chi è esaminato da Lui, il purgatorio per chi è purificato da Lui».

Memorare novissima: facciamo memoria di ciò che ci attende e, soprattutto, del Cristo dal quale siamo attesi. Guardiamo al futuro non per fuggire dal presente, ma per illuminarlo e viverlo con maggiore verità.

+ Angelo card. De Donatis


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