Niscemi: la prova della frana rinsalda la comunità
A Niscemi abbiamo raggiunto don Massimo Ingegnoso e don Filippo Puzzo, i due parroci che, in queste giornate di prova e sofferenza, sono un punto di riferimento per l'intera comunità ferita dalla terribile frana che ha lasciato più di 1500 persone senza un tetto.
“Roberto, ma scherzi, non hai più la casa? Ma io ti sento così forte, il tuo ottimismo mi dà la carica per superare tante prove. Come farai senza lavatrice? Portami i tuoi vestiti: te li lavo, li stiro, ti consegno tutto perfetto. Ci conto sai, e che Dio ci aiuti!”. Non trattiene le lacrime Roberto Palumbo, 76enne di Niscemi, architetto in pensione, ma più attivo che mai nello studio del figlio architetto come lui, mentre mi fa ascoltare al cellulare l’audio di una sua cara amica che insiste per aiutarlo ad affrontare questa disgrazia. Ha trovato una sistemazione a 800 metri da casa sua. La sua abitazione è crollata, ma lui rimane fiero di essere niscemese: “Il nostro cuore, la solidarietà della nostra comunità ferita forse in nessuna parte del mondo è così grande”. “Roberto passa che il sugo è pronto!”. Si sente accolto e invitato da ogni parte, lui che è vedovo da dieci anni, con una figlia avvocato a Catania e una compagna in Argentina che non vede l’ora di riabbracciare, perché si alternano in lunghi soggiorni, varcando l’oceano, pur di vedersi. Non si è perso d’animo e ogni mattina, con una verve giovanile, va ad aiutare il figlio architetto nello studio. Seguono con attenzione pure il nuovo piano di lottizzazione del Comune. Roberto ha imparato a cucinare e ci racconta entusiasta le bellezze naturali dell’Argentina, che mette al confronto con quelle artistiche della sua amata Sicilia. Ride per non piangere, ride e si commuove al contempo, non vuole cedere al dolore per aver visto a pezzi i sacrifici di una vita. Il suo primo grazie, però, in questi giorni, è per un sacerdote: don Massimo Ingegnoso, 47 anni, parroco della Chiesa Matrice sulla linea della frana, per 5mila abitanti.
“Nella frana – ci racconta don Massimo, che da 7 anni è a Niscemi – sono coinvolte tre chiese del nostro territorio (che purtroppo è caratterizzato da colline argillose, tufi calcarei, sabbie, quindi molto vulnerabile dal punto di vista geologico): la Chiesa Madre, S. Maria della Speranza, S. Giuseppe. Nella mia parrocchia, dove i danni sono più evidenti, ci sono circa mille sfollati e potrebbero aumentare, perché non sappiamo se la frana avanzerà. Mi hanno chiesto aiuto dal quartiere Croci, nel centro storico, per ogni necessità, mentre la Protezione Civile ha allestito, d’intesa con la pubblica amministrazione, una postazione nel Palazzetto dello Sport, con volontari che distribuiscono viveri, vestiti, prodotti per l’igiene e pulizia della casa. Esigenze particolari per cui si affacciano in parrocchia riguardano piumoni, coperte o lenzuola più calde. Tanti sono rimasti senza nulla, usciti appena in tempo di casa, non hanno potuto portare con sé borsoni né tantomeno è stato consentito loro di ritornare indietro. Due frane a distanza di circa 30 anni, e grazie al Cielo senza vittime. Fatta eccezione per la sacrestia, nemmeno i locali della mia parrocchia sono agibili, e intendo la canonica e le aule adibite al catechismo, ma questo già prima che accadesse la frana, per via di una ristrutturazione. Per questo sto utilizzando due Rettorie per il catechismo, ma celebro comunque nella Chiesa Matrice. La piazza è gremita di soccorsi, volontari, mentre a S. Maria della Speranza don Filippo Puzzo mi dà la possibilità di fare catechismo”.
Don Filippo è a Niscemi da 17 anni. È originario di Gela (CL) e per tre anni è stato vice parroco alla Chiesa madre, per cui ha instaurato un legame forte con questa comunità. “S. Maria della Speranza – ricorda don Filippo – come parrocchia esiste dal 1979, ma prima era collocata in un garage. Solo nel 2021 abbiamo inaugurato la chiesa attuale. Il territorio della parrocchia conta 6200 abitanti: due dei quartieri della nostra parrocchia sono stati sfollati per precauzione, come da ordinanza, fino a 150 metri dalla frana. Alcuni dei miei catechisti hanno dovuto abbandonare le case e vivono in campagna o da parenti in città. Siamo fratelli, non riusciamo a separare gioie e dolori, chi ha subito danni e chi no. Abbiamo pure ospitato per una settimana gli allievi della scuola materna delle suore Orsoline di S. Giuseppe i cui locali non erano agibili. Attualmente hanno trovato accoglienza in un altro istituto religioso. Nella parrocchia ospitiamo anche gli Scout CNGEI, gli scout laici italiani, presenti a Niscemi da 60 anni, e poi la Fratres, che compie 50 anni”.
Niscemi, famosa per essere la Capitale del carciofo, ma anche per il suo ricco centro storico barocco e le sue numerose tradizioni agricole e artigianali, sta ricevendo solidarietà da tutte le diocesi della Sicilia e da tutta Italia, oltre ovviamente a quella di Papa Leone XIV. Una chiesa viva, non ferma, avvolta da un unico grande abbraccio. “Un radiologo del nostro ospedale – continua don Filippo – ha perso la casa e in soli due giorni siamo riusciti a trovargli sistemazione nell’abitazione di una residente che ha la figlia universitaria fuori sede (e quindi attualmente quella casa era vuota). Per tutti gli sfollati, circa 1600, c’è il sostegno paterno del nostro Vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana. La sua mano sorregge anche il peso di noi giovani sacerdoti: è un padre discreto ma sempre al nostro fianco. Ogni settimana, insieme a lui, celebriamo una preghiera comunitaria cittadina davanti all’icona di Maria Santissima del Bosco, patrona di Niscemi. Il crollo della Croce, che era un simbolo della nostra comunità, ci ha spiazzati ma ora abbiamo in programma diversi appuntamenti quaresimali, che in questa circostanza saranno ancora più sentiti: tutte le parrocchie si stringeranno intorno alla Chiesa Madre, nella via Crucis e nella Veglia vocazionale”.
Salvatore Nanfaro è responsabile degli scout dell’Agesci. “La nostra sede è accanto al Palasport e ci siamo mobilitati subito per i soccorsi, per offrire un primo sollievo agli sfollati: per un supporto morale, per far giocare i bambini, per sostenere gli anziani di cui il quartiere Croci è popolato, e molti dei quali attualmente sono ospiti nella casa di cura Giuseppe Giugno – Sacro Cuore di Gesù, mentre altri sono stati trasferiti dai familiari. Ci siamo recati alla casa di riposo dal primo giorno per abbracciare i nostri anziani, che purtroppo non possono recuperare nulla dalle proprie abitazioni. Siamo anche presenti nel Centro di Ascolto cittadino, con le psicologhe della Asl, del comune e della Protezione civile, diamo una mano nello smistamento delle derrate alimentari che arrivano da privati, commercianti, dalle associazioni di altri paesi e da altre parrocchie, o che i volontari stessi raccolgono dai supermercati. Un volontario ha donato 1000 uova, alcuni si occupano del servizio mensa e della distribuzione dei pasti. Insomma c’è una catena di solidarietà senza sosta”.
“Questo ci fa comprendere che dal male possono nascere germi di bene – riprende don Massimo – come la vicinanza, l’accoglienza, il calore e perfino il riavvicinamento tra famiglie che si erano divise”. “Quella croce caduta – tiene a precisare l’anziano architetto Roberto – per noi niscemesi è tutto e per questo la stiamo recuperando. Scolpita nella pietra di Comiso, è il nostro simbolo della speranza, la nostra storia: le nostre radici non si perderanno mai in un disastro naturale”.
“Dal nostro Belvedere sulla piana di Gela – conclude don Massimo- è come se potessimo vedere tutta la Sicilia e per noi è il più bel panorama in assoluto. Basta recarsi lì per ritrovare ragioni a sufficienza per continuare a vivere”. “È vero – chiosa don Filippo – che siamo sprovvisti di autostrade e ferrovie ma siamo ricchi di amore. Dio non ci abbandona e cammina con noi: se anche il Belpaese dovesse dimenticarsi di noi, Dio non lo farà mai”.
(di Sabina Leonetti – foto gentilmente concesse da don Massimo Ingegnoso)