“Tra le Valli di Lanzo, la mia sacrestia viaggiante”
Undici parrocchie, dodici comuni, chilometri di strada ogni settimana (circa 25.000 l'anno). Don Claudio Pavesio attraversa le Valli di Lanzo - in provincia e diocesi di Torino - per celebrare, ascoltare e custodire comunità piccole ma vive. Un dono quotidiano fatto di presenza, relazioni e cura dei luoghi. Daniel Tarozzi è andato a trovarlo e lo ha accompagnato in una sua giornata tipo.La neve ai bordi della strada sembra una ringhiera morbida. Il sole la fa brillare e, mentre le ruote scorrono sull’asfalto pulito, basta alzare lo sguardo un attimo oltre il guard-rail per ricordarsi dove siamo: Valli di Lanzo, tre valli che si aprono e si richiudono come mani, paesi piccoli, cappelle, campanili. Qui la geografia non è uno sfondo: è la prima forma di vita quotidiana.
Don Claudio Pavesio guida con un’attenzione tranquilla, quella di chi queste curve le conosce da anni. Mentre si scende verso la prossima chiesa, parla come se stesse continuando un discorso iniziato molto prima, e in effetti è così: il suo lavoro, qui, è fatto di continuità più che di appuntamenti.
«Il parroco di montagna, oggi, deve essere abituato a stare in macchina», dice. «Il parroco di un tempo era stanziale. Adesso, avendo più comunità, sei sempre in movimento. Per fortuna l’ufficio è la macchina». Sorride, come si sorride delle cose inevitabili. «C’è di tutto. È la mia sacrestia viaggiante».
Undici parrocchie, dodici comuni, più un santuario. Da più di tredici anni, dal dicembre 2012, don Claudio attraversa queste valli per esserci: una messa dopo l’altra, una comunità dopo l’altra, spesso con pochi minuti di margine e molti chilometri in mezzo. In media, dice, «faccio circa venticinquemila chilometri l’anno. Quasi tutti in valle». La macchina, oggi, ha superato i quattrocentomila.
Lo seguo per due mezze giornate. In poche ore assisto a quattro messe, in quattro chiese diverse, con quattro comunità diverse. Cambiano le navate, cambiano i volti, cambiano i modi di rispondere e di cantare. Cambia perfino il suono dei passi sul pavimento. Non cambia, invece, l’attesa: in ogni paese c’è qualcuno che apre, accende, prepara. Qualcuno che aspetta.
Tra una celebrazione e l’altra, l’intervista avviene dove può: in auto, con la luce chiara che entra dai finestrini e la neve che resta lì, ai margini, come una presenza costante. Don Claudio parla di relazioni, resilienza, cura. Di quel tipo di presenza che non ha bisogno di grandi numeri per avere senso.
«Sarebbe più comodo dire: chiudiamo, venite tutti là», ammette. «Ma io penso sia importante seguirli nei loro luoghi». Poi aggiunge una frase che qui pesa più di un’idea: «Se gli antichi hanno costruito queste chiese, quando non c’era l’asfalto, portando su tutto a spalle, la sabbia e il resto, allora vuol dire che per loro era importante. Hanno faticato. E quella fatica parla ancora».
La sua settimana, raccontata così, sembra la mappa di un territorio più che un calendario. Il martedì è in alta valle, il venerdì mattina di nuovo su e poi giù verso la parte bassa. Il sabato quasi mai libero, perché c’è sempre una festa, una messa, un appuntamento. «Il mercoledì teoricamente è il giorno libero», dice, e quel “teoricamente” basta da solo. Poi conclude senza aggiungere altro: «Tutta la settimana sono sempre in macchina».
Le comunità, per fortuna, sono abituate a fare la loro parte. Don Claudio insiste su un punto che torna, come una chiave. «Il vescovo ci richiama spesso a celebrare messe che siano davvero curate e partecipate, evitando celebrazioni fatte di corsa solo per coprire i luoghi», spiega. «Qui questo significa coinvolgere le comunità: chi prepara i canti, le letture, la liturgia. E anche chi si prende cura delle chiese. Ci sono rettori delle cappelle che vengono su anche d’inverno, controllano, puliscono, sistemano se c’è qualcosa che non va».
In macchina, mentre passiamo da una valle all’altra, il discorso si allarga senza diventare astratto. Parla di come è cambiato il rapporto tra vita concreta e vita di fede. «Un tempo c’era più unità tra quello che vive il corpo e quello che vive lo spirito», dice. «Non si dava nulla per scontato. Tutto era considerato un dono. Un dono avere le giornate. Un dono avere un inverno vivibile».
Qui, anche solo arrivare è già un gesto. «Capita che arrivi su e trovi sei persone», racconta. «Altre volte ne trovi trenta, perché magari le famiglie si sono organizzate per una ciaspolata, vedono su internet che c’è la messa alle 9.30, si fermano e poi vanno su. E anche questo è accoglienza. Il turista che arriva può avere piacere di partecipare, di essere con una comunità».
A un certo punto, tra una curva e l’altra, don Claudio indica una strada laterale. «C’è un po’ di oratorio oggi: giocavano a palle di neve. Andiamo a dare un’occhiata», dice sorridendo. È una frase semplice, che però dice molto: la vita della comunità non è un’idea. È fatta di incontri, di ragazzi che tornano, di spazi che si riaprono.
All’oratorio lo vedo muoversi in mezzo a un piccolo gruppo con naturalezza. Gianremo, che in parrocchia dà una mano, lo racconta così: «Don Claudio, oltre a essere il parroco, è un amico. Un po’ il papà di tutti noi. Abbiamo undici parrocchie e proviamo a dividerlo tra tanti fratelli».
Tra i giovani c’è Cristina, ventidue anni, una delle referenti dell’oratorio. «Era chiuso da anni», spiega. «Qui la montagna è poco popolata: i bambini ci sono, ma bisogna farli arrivare». Don Claudio ha voluto riaprirlo e le ha chiesto di crederci. «Mi ha detto: “Credici, perché anch’io ci credo”».
In una delle messe incontro Elena, che arriva da Torino. Ha una casa a Balmè da decenni e torna ogni volta che può. «Ringrazio il Signore che abbiamo un sacerdote che gira con la sua auto e ci permette di venire a messa senza fare troppi chilometri», dice. «Quando non può lui, trova sempre una soluzione per non lasciarci senza. È importante avere un sacerdote così».
In un’altra parrocchia, tra una prova di canti e la fine della celebrazione, parlo con Alessio e Roberta, marito e moglie, catechisti e coristi. «È sempre in giro», raccontano. «Ma nel tempo che ha si spende davvero. Ha un gran cuore e ci tiene alle sue comunità».
A sentirli, il dono non ha la forma di una grande impresa. Ha la forma di una fedeltà quotidiana: chilometri, chiavi, candele accese, voci che cantano, persone che si assumono responsabilità. Un prete che arriva, e comunità che non aspettano soltanto, ma camminano insieme.
Don Claudio, quando torna a parlarne, evita le parole grandi. Preferisce restare vicino alla realtà. «Non è comodo», dice. «Ma è importante prendersi cura di tutte queste comunità».
Fuori dal parabrezza, la valle scorre. Ogni paese ha la sua chiesa, ogni chiesa la sua luce. In mezzo c’è la strada, e dentro la strada una presenza che passa e ripassa, senza clamore. Un ufficio che è una macchina, una sacrestia che viaggia. E un dono che, qui, prende la forma più concreta che esista: esserci.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)