Un’amaca tra due alberi è il mio hotel tra gli indigeni
Da Padova al Nord del Brasile, nello stato di Roraima, dove la cura dei migranti venezuelani e la tutela dei diritti degli indigeni sono priorità umane e pastorali: don Mattia Bezze, sacerdote fidei donum recentemente raggiunto da un altro sacerdote di Treviso, don Giuseppe Danieli, ha raccontato a Miela Fagiolo D'Attilia la propria esperienza: per visitare le famiglie, i missionari si adattano a tutto.
È cresciuta in pochi anni Pacaraima, la città brasiliana più vicina al Venezuela, in cui sono arrivati (e continuano ad arrivare) i migranti in fuga dal regime di Maduro prima, e dall’incertezza sul futuro oggi. «Questa è una delle porte della migrazione dei venezuelani. Praticamente da casa nostra alla frontiera, a piedi sono un paio di minuti – dice da Pacaraima don Mattia Bezze, 50 anni, fidei donum di Padova, in Brasile dal 2021 -. Il flusso è iniziato nel 2014, e dal 2018 fino all’anno scorso la media era di oltre 600 migranti al giorno. Ora sono un po’ diminuiti, ma si resta su 100-200 arrivi al giorno. E in poco più di dieci anni Pacaraima è passata da novemila a 24mila abitanti, è stata letteralmente invasa, ci sono stati conflitti, gli abitanti locali si sono anche ribellati». Dopo un’esperienza missionaria in Ecuador, don Mattia vive la frontiera brasiliana come amministratore dell’Area Missionaria di Pacaraima, dove un anno fa lo ha raggiunto don Giuseppe Danieli, fidei donum di Treviso, per formare l’equipe missionaria che anima la zona pastorale di Amajari e Pacaraima. Entrambi fanno parte del progetto delle tre diocesi di Padova, Vicenza e Treviso di risposta alla richiesta della diocesi di Roraima per la cura dei migranti e la pastorale indigena per i diritti dei popoli originari di rimanere nella loro terra.
Una nuova vita con i venezuelani
Mentre sta per iniziare la stagione delle piogge, don Mattia inizia la sua giornata alle sei di mattina, quando l’aria è più fresca. Pacaraima è una cittadina con una economia caratterizzata dal commercio transfrontaliero, in particolare con Santa Elena de Uairén, in Venezuela. Don Mattia fa spesso il cammino inverso dei migranti, per seguire alcune comunità indigene del Vicariato Apostolico del Caronì, oltre la frontiera. «Devo cambiare continuamente lingua, dallo spagnolo al portoghese: la mia missione ha due bandiere. Qui gli scambi sono molto frequenti, la gente si sposta anche solo per fare rifornimenti di merci e alimenti, o il pieno di benzina, visto che in Venezuela, tra i maggiori produttori di petrolio al mondo, se ne trova poca (e carissima)». In questa città-calderone si mescolano varie culture – brasiliana, venezuelana, e di diverse etnie indigene -, uno dei progetti seguiti da don Mattia riguarda la cura di un centinaio di bambini di famiglie immigrate, con monitoraggio costante e fornitura di aiuti alimentari. In realtà il problema della malnutrizione infantile rimane malgrado, da oltre 10 anni, il governo abbia messo in atto l’“Operazione accoglienza”, un sistema articolato di aiuti che va dalla sistemazione in capannoni di appoggio per chi arriva, alla fornitura di un documento di identità valido per tutto il Mercosur, al codice fiscale, l’assistenza sanitaria, fino allo smistamento su Boa Vista con progetti di inserimento lavorativo come manodopera anche in altre città del Brasile. «Certo per chi passa la frontiera, spesso con il poco che aveva con sé – commenta don Mattia – non è una sistemazione in hotel, ma penso che nemmeno chi arriva a Lampedusa riceva questo trattamento. La maggior parte dei venezuelani chiede asilo, c’è anche la presenza delle istituzioni internazionali e di Oim e Unhcr».
Pastorale indigenista
Roraima è lo Stato brasiliano che in percentuale ha più terre indigene in Brasile. Il Consiglio Indigeno di Roraima (CIR) è un’associazione che è nata anche con l’appoggio della Chiesa, e adesso è indipendente «anche se siamo chiamati a camminare insieme – spiega il fidei donum di Padova, arrivato a Pacaraima un anno dopo la divulgazione del documento post sinodale Querida Amazonia di papa Francesco –. Adesso sentiamo l’esigenza di fare un passo in più, di portare avanti il cammino fatto in tanti anni da missionari accanto ai rappresentanti dei popoli indigeni. Nell’Area Missionaria di Pacaraima seguiamo circa 26 comunità indigene con vari progetti e vediamo che la realtà indigena è forte, ma soffre ancora molto». Dal 10 al 15 marzo scorso don Mattia ha partecipato con duemila rappresentanti del CIR alla 55esima assemblea sul tema “Terra demarcata, vita preservata: la risposta siamo noi” presso la comunità Maturuca nella terra indigena Reposa Serra do Sol. Al centro del dibattito la nuova congiuntura dove, da un lato è stato ufficialmente abolito il marco temporal che frenava il riconoscimento del diritto alla terra (minacciata dall’agrobusiness, dallo sfruttamento minerario e dai latifondisti), e dove dall’altro nuove leggi continuano ad ostacolare i popoli originari che li abitano da molto prima che entrasse in vigore la nuova Costituzione brasiliana del 1988. «Sono stati analizzati problemi e reati che vengono commessi ai danni degli indigeni, e sono state inoltrate denunce ed espresse critiche per la mancata osservanza delle norme che prevedono il rispetto dei diritti all’autodeterminazione dei popoli originari». Essere al loro fianco è il senso del servizio pastorale, accompagnando le comunità spesso lontane tra loro più di cento, duecento chilometri. «Quando si va, ci si porta sempre l’amaca perché negli incontri c’è sempre posto per chi vuole partecipare. Alla sera si mangia insieme, ci si ferma con le famiglie a parlare, poi leghi la tua amaca a due alberi sotto la capanna e c’è posto per dormire. Il giorno la riavvolgi, riparti e vai in un’altra comunità. In nome del servizio alla missione».
di Miela Fagiolo D’Attilia