Caltagirone: in cammino col passo dei giovani
Nel cuore della città della ceramica, Caltagirone (CT), don Rudy Montessuto intreccia pastorale giovanile, vita di comunità e ascolto quotidiano. Un prete che non si limita a organizzare attività, ma sceglie di stare accanto ai ragazzi e alle loro domande, con semplicità e gioia, con uno stile che lascia il segno nei cuori di chi lo incontra.Caltagirone è la città della ceramica. Non la trovi solo nei negozi: la incontri nei muretti, nei ricami delle piazze, nelle pavimentazioni, lungo le scale, davanti alle chiese. I colori degli artisti e degli artigiani si intrecciano e a volte contrastano con quelli del cielo blu, degli alberi verdi e dei palazzi – talvolta armoniosi e nobiliari, talaltra grigi e un po’ malandati.
È qui, tra una parrocchia e l’altra, che incontro don Rudy Montessuto. Mi porta a fare colazione in un bar. Mentre sorseggiamo un caffè, una signora lo chiama e subito nasce un dialogo fatto di confidenze, riflessioni spirituali, piccoli impegni per il futuro. Ho la sensazione che don Rudy non faccia il parroco solo in chiesa, ma anche per strada, tra un caffè e una parola scambiata al volo, incontrando le anime dentro la vita quotidiana.
Quando iniziamo davvero a parlare, però, emerge anche altro. Accanto a questa presenza continua tra la gente, don Rudy è immerso in tante attività, soprattutto con i ragazzi e nella pastorale giovanile, che sembrano occupare gran parte delle sue giornate.
Non a caso, la prima tappa del nostro percorso è la Città dei ragazzi, un’opera diocesana che oggi è anche il cuore della pastorale giovanile. «Qui scorre la vita della pastorale giovanile», mi dice. È il luogo in cui ci si incontra, si progetta, si riflette sulle sfide del presente, ma è anche il posto delle prove del coro, delle pizze condivise, dei preparativi prima dei grandi eventi. Più che una sede, sembra una casa.
Per don Rudy, la pastorale giovanile è una forma di cura. «Si tratta di una Chiesa che accompagna i giovani in questo luogo, in questo tempo, in questo spazio», spiega. Una Chiesa che ascolta, entra in dialogo, si lascia interrogare.
Ascoltando chi lavora accanto a lui, questa impressione si rafforza. Angela Montemagno, insegnante di religione nella diocesi di Caltagirone dal 1989, conosce bene i ragazzi e i loro cambiamenti. Oggi collabora con don Rudy nell’ufficio scuola, ma il loro legame viene da lontano: un tempo lui era stato suo alunno. Ricordandolo adolescente, parla di «una luce diversa negli occhi», di un ragazzo riflessivo, disponibile, accogliente. E oggi, guardandolo sacerdote, usa parole molto nette: lo descrive come una persona totalmente donata agli altri, capace di affrontare ogni problema con serenità e con il sorriso.
Nel suo racconto emerge anche uno dei nodi più delicati di questo tempo: la fragilità dei ragazzi. Angela la vede ogni giorno a scuola, soprattutto dopo gli anni del Covid, che hanno lasciato solitudine, chiusure, difficoltà relazionali. E anche di fronte a questi problemi, secondo lei, don Rudy rappresenta un punto di riferimento saldo.
Poco dopo incontro Maria Teresa Alfeo, che lavora in un’agenzia di viaggi ma dedica il suo tempo libero alla Chiesa e ai ragazzi. Fa parte dell’équipe di pastorale giovanile e racconta un gruppo affiatato, che si riunisce per organizzare incontri, ritiri, momenti diocesani. Ma prima ancora delle riunioni e dei compiti distribuiti, ciò che colpisce è l’atmosfera che descrive: gli abbracci appena ci si vede, gli scherzi, il raccontarsi la settimana, il panino mangiato insieme dopo aver lavorato.
Anche lei, parlando di don Rudy, parte da una parola semplice: amico. Poi aggiunge che è «un’esplosione di gioia». In un tempo in cui spesso i ragazzi sembrano ripiegati sui cellulari e fanno fatica a comunicare davvero, queste esperienze diventano occasioni per ritrovarsi, parlarsi, stare insieme in modo autentico. E in questa dinamica, don Rudy sembra avere una qualità rara: sa stare con i giovani senza forzature, con leggerezza e presenza vera.
Lasciamo la Città dei ragazzi e ci spostiamo al santuario Maria Santissima del Ponte. Questo luogo, legato all’apparizione mariana del 15 agosto 1572, custodisce una sorgente di devozione che attraversa i secoli. Don Rudy vi è legato profondamente: qui ha vissuto una parte importante della sua formazione, dagli anni del seminario ai primi passi del sacerdozio.
Parlando del santuario, usa un’immagine che dice molto anche del suo modo di vivere il ministero: quella dell’acqua. «Il sacerdote – mi dice – è chiamato a essere come una sorgente che non appartiene a se stessa, ma che offre da bere agli altri». Un’acqua che consola e rimette in cammino.
Davanti a uno splendido murale incontro Luigi Di Liberto, ex ispettore di polizia e oggi volontario del santuario. Si occupa del banco alimentare, della liturgia, della catechesi. Mi racconta di aver scelto di dedicarsi ancora di più agli altri dopo aver sperimentato, nel suo lavoro, il dolore di dover arrestare ragazzi che magari aveva conosciuto in parrocchia o al catechismo. Una ferita che per lui è diventata spinta a fare di più, a provare a esserci prima che certi percorsi si spezzino del tutto.
Anche Luigi, quando parla di don Rudy, cambia espressione. Dice di conoscerlo da quando era bambino, compagno di scuola di suo figlio. E oggi lo descrive come una persona speciale, capace di trovare una parola per chi è in difficoltà, di trasmettere fede e amore verso Dio e verso gli altri. «Auguro a tutti di avere un don Rudy nella propria vita», mi dice.
Quando torno a parlare con lui, gli chiedo perché i giovani occupino uno spazio così importante nel suo ministero. La risposta arriva con chiarezza: più che fare grandi proposte, per lui conta accompagnare. Accompagnare ciò che i ragazzi stanno vivendo qui e ora, in questo territorio, in questo tempo. E per spiegarsi ricorre all’immagine evangelica dei discepoli di Emmaus: giovani delusi, in cammino, raggiunti da qualcuno che prima di tutto li ascolta, poi cammina con loro e solo dopo prova a mostrare un senso possibile.
«Anche nella vita quotidiana tutto parte dall’incontro e dall’ascolto». E poi c’è una domanda più scomoda, ma decisiva: «quanto siamo disposti, come Chiesa, a lasciarci mettere in discussione dai giovani? Non solo ad ascoltarli, ma a prendere sul serio le loro intuizioni, i loro sogni, perfino le loro delusioni?».
In fondo, forse, è proprio questo che tiene insieme i tanti volti incontrati a Caltagirone. La dedizione di Angela, l’entusiasmo di Maria Teresa, la gratitudine di Luigi, il lavoro con i ragazzi, il santuario, il bar. Tutto sembra convergere nell’idea di una Chiesa che sceglie di esserci, ogni giorno, ad ogni passo.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)