8 Luglio 2026

Nel dolore si possono scrivere bellissime pagine d’amore

Don Silvio Caterino, parroco di San Michele Arcangelo a Mirano (VE), nella diocesi di Treviso, celebra mediamente 150 funerali l'anno. Nella sua parrocchia si portano avanti tante belle attività, ma proprio nei momenti di maggiore sofferenza la fede può offrire una prospettiva di luce e di speranza che fa breccia nel cuore delle persone. Giulia Rocchi ha raccolto le sue riflessioni.

Quattro matrimoni e un funerale, recitava il titolo di un celebre film degli anni Novanta. Oggi, in Italia, avviene piuttosto il contrario: si stima che lo scorso anno ci siano stati oltre 650 mila decessi, mentre i matrimoni, celebrati sia con rito religioso che con rito civile, stando ai dati Istat, sono stati 173.272 nel 2024. Una realtà, quella del progressivo invecchiamento della popolazione, con cui i sacerdoti fanno i conti ogni giorno. Ne è ben consapevole don Silvio Caterino, parroco di San Michele Arcangelo a Mirano (VE), nella diocesi di Treviso. Su circa 27mila miranesi, più della metà – 14mila persone – fanno capo alla parrocchia, che è anche il duomo della cittadina veneta. «Celebro più di 150 anni funerali all’anno: ciò significa che un giorno sì e uno no c’è un funerale», spiega il sacerdote.

«Sono quotidianamente a contatto con gente che soffre – racconta –. Devo dire che sono sempre stato empatico, come persona. Se loro piangono, anche io mi commuovo. Cerco di stare loro vicino, di farmi raccontare tanto sul defunto, aneddoti di vita, per offrire ai familiari una bella celebrazione. Cerco di rasserenarli e punto molto sulla Resurrezione e sulla vita eterna, nelle quali credo fermamente. Bisogna celebrare con cura, attenzione, ascolto, cercando di entrare dentro il vissuto». Anche in un momento buio si può intravedere la luce della speranza. «Spesso mi trovo a celebrare le esequie di qualcuno che è morto dopo una lunga malattia terminale – riferisce don Silvio –. E so che quei giorni di malattia sono stati in un certo modo paradossali: le persone hanno avuto modo di starsi vicino, parlarsi e toccarsi come non mai. Mentre dovrebbe essere un momento di disperazione, è allo stesso tempo l’occasione per vivere un amore che altrimenti non sarebbe stato vissuto. Anche nella malattia si possono scrivere pagine d’amore bellissime».

Lo ricorda nelle sue omelie durante i funerali, don Caterino. Di solito sono brevi, perché vuole lasciare spazio anche ai parenti e agli amici che vogliono dire qualcosa. «Ho capito che le persone elaborano il lutto in modo diversi, ma tanti hanno bisogno di parlare ed esprimere pensieri. A volte io non ho nemmeno conosciuto i morti, quindi mi chiedo: chi sono io per poter parlare di queste persone? Se qualcuno che lo ha conosciuto vuole dire qualcosa, lo trovo bello». Sempre, naturalmente, nel rispetto della liturgia e del luogo sacro. «Piuttosto che parlare all’ambone, faccio mettere i parenti o gli amici vicino alla bara, anche con una mano appoggiata sopra – spiega il sacerdote –. Ho riscontrato che il fatto di poter toccare la bara dà molto sollievo».

Il più delle volte, sono discorsi «pieni di luce», sottolinea ancora. Perché quando qualcuno muore, sono i ricordi più belli a tornare alla mente. Il funerale diventa momento di consolazione e, anche, di evangelizzazione. «C’è chi torna – sottolinea don Silvio –. Per una certa parte di persone, che non so esattamente quantificare, l’esperienza del lutto e la partecipazione al funerale risveglia qualcosa, ritornano poi alla Messa domenicale e ai sacramenti. Qualcuno vuole proseguire un dialogo, un percorso». Purtroppo sono numeri piccoli, ma non è questo ciò che conta, per il parroco di San Michele Arcangelo. «Quello che secondo me è il “guadagno” più grande che si ottiene – spiega – è l’immagine di Chiesa che lasciamo: una Chiesa accogliente, che si fa prossima. Non mi sembra un guadagno da poco, perché spesso la Chiesa oggi è vista in maniera negativa».

La celebrazione di un funerale, per don Caterino, diventa «un’occasione per amare profondamente le persone». Se in parrocchia si portano avanti tante attività pastorali, riflette, non è però sempre necessario «inventarci chissà quali cose. Se già facciamo molto bene e con tantissimo amore ciò che ordinariamente siamo chiamate a fare, come questo ministero del dolore e dell’accompagnamento al lutto, questo è già tanto».

L’attenzione ai dettagli si riflette nella cura per la liturgia, attraverso la quale «si conducono i fedeli alla bellezza dell’incontro con Gesù». Basta entrare nel duomo di Mirano e ascoltare il suono dell’organo, che accompagna tutte le celebrazioni eucaristiche, fin dall’ingresso dei fedeli.

Bisogna «dare un senso straordinario all’ordinario che siamo chiamati a vivere», spiega don Caterino. «Dobbiamo ritornare a riappropriarci e ad amare l’ordinario, che oggi sembra la parte poco esaltante della nostra vita. Quando, alla fine, è l’ordinario che viviamo». Eppure oggi, in una società dominata dalla cultura dell’immagine e dai social media, non sembra semplice. «Il mondo ci vuole sempre performanti, sulla cresta dell’onda – osserva ancora il sacerdote –. Credo invece che, oggi più che mai, ci sia bisogno di scegliere la via dell’umiltà e della mitezza. Oggi chi si sta facendo grande sta distruggendo il mondo. Le persone miti e umili sono le più credibili. Quando assumiamo atteggiamenti di dominio e di manipolazione creiamo distanze. Gesù non era certo così!».

(di Giulia Rocchi – foto gentilmente concesse da don Silvio Caterino)

8 Luglio 2026
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