Quando le persone fanno rivivere le pietre
A Pietratagliata, quartiere di Palermo, don Massimo Schiera anima una parrocchia fatta di giovani, scout, famiglie e anziani. Una comunità che ha ridato vita a spazi incompiuti aprendoli al quartiere e trasformandoli in luoghi di incontro, ascolto e condivisione.Arrivo al punto segnato sul navigatore, parcheggio l’auto, ma faccio un po’ fatica a riconoscere la chiesa. Davanti a me vedo dei muri ancora incompiuti, senza una facciata chiaramente riconoscibile. Alla mia sinistra, un enorme edificio dall’aria abbandonata, privo di finestre ai piani superiori.
In mezzo, la vita. Un grande giardino, i giochi per i bambini, un piccolo altare con alcune sedie di fronte, un campo da pallavolo e un angolo dove una serie di tronchi di legno forma un cerchio. E tanti giovani che si muovono in questo spazio.
Entro in chiesa e trovo un altro mondo. Una chiesa bella, moderna, rifinita. Un cuore che pulsa dentro un corpo solo apparentemente degradato.
Ci troviamo nella parrocchia del Santissimo Crocifisso a Pietratagliata, a Palermo. Qui incontro don Massimo Schiera, parroco da circa tre anni. Don Massimo mi racconta la sua storia mentre ci muoviamo tra gli spazi della parrocchia: dalla chiesa al piccolo ufficio – qui non c’è una canonica – dagli spazi degli scout alle stanze che ospitano la catechesi e le altre attività della comunità.
Poi usciamo e camminiamo nel quartiere che circonda la parrocchia, tra piccole vie, case, antiche chiesette ormai abbandonate. Pietratagliata oggi è un quartiere residenziale, fatto di famiglie, giovani e molti anziani e negli anni ha subito profondi mutamenti.
Don Massimo ha 39 anni e una storia particolare. «Io non credo di avere avuto una vocazione adulta, ma di avere avuto una risposta da adulto». Il pensiero di diventare sacerdote, infatti, lo accompagnava fin da ragazzino, ma prima di entrare in seminario ha studiato servizio sociale, si è abilitato e ha lavorato per quasi cinque anni come assistente sociale. Poi, incoraggiato dai suoi parroci e dopo un percorso di discernimento, a 27 anni è entrato in propedeutico e l’anno successivo in seminario.
C’è però un altro filo che attraversa praticamente tutta la sua vita: lo scoutismo. Don Massimo è scout da quando aveva 13 anni. Oggi è assistente spirituale dell’Associazione Guide e Scouts d’Europa Cattolici nel distretto Palermo Ovest e nella Regione Sud, che comprende Sicilia e Calabria.
Gli Scout d’Europa sono una delle realtà dello scoutismo cattolico italiano, con una forte attenzione alla vita all’aria aperta, all’essenzialità, alla responsabilità personale e alla dimensione della fede. Ragazzi e ragazze seguono percorsi distinti, condividendo però lo stesso metodo educativo e un cammino che, attraverso la strada, la comunità e il servizio, accompagna progressivamente verso l’età adulta.
Don Massimo ha attraversato negli anni i diversi ruoli proposti dal cammino scout: esploratore, rover, aiuto capo, capo e infine assistente spirituale.
«Lo scoutismo mi ha dato prima di tutto tanti amici, ma in particolar modo tanti fratelli, fratelli veri, con cui ho condiviso tutto: gioie, dolori, strada, campi, sudore, pianto, sorrisi, successi, scelte di vita».
Uno di questi fratelli è Marco Lisa, 36 anni, scout da 25. Con don Massimo si conoscono da quando erano ragazzi. Loro stessi raccontano un’amicizia costruita facendo strada insieme, attraversando campi, uscite, discussioni, fatiche e momenti felici.
Per Marco proprio qui sta una delle forze dello scoutismo: vivere esperienze vere insieme agli altri. A 15 anni può voler dire costruire una cucina con il fango, a 17 affrontare una lunga salita senza vedere la vetta, da adulti mettersi in gioco per qualcun altro. «Il vero modo di essere felici è procurare la felicità agli altri», racconta.
I giovani, dentro e fuori la parrocchia
Quella con gli scout è solo una delle strade attraverso cui don Massimo incontra i giovani. Da circa cinque anni è anche responsabile del servizio di pastorale giovanile diocesana.
«I giovani sono la parte più bella della Chiesa», dice. Subito dopo racconta anche la fatica: l’entusiasmo si accompagna all’incostanza, i programmi cambiano e chi lavora con loro deve imparare a confrontarsi con i tempi della scuola e dell’università, con il tempo libero, l’estate, i bisogni e i modi di vivere di ciascuno.
È una frequentazione che attraversa mondi diversi. Ci sono gli scout, i ragazzi della catechesi e dei gruppi giovanili, quelli che partecipano stabilmente alla vita della Chiesa e quelli che arrivano semplicemente perché lì trovano uno spazio dove stare, incontrarsi, giocare.
Francesca Lopez fa la catechista in questa parrocchia da circa quindici anni, collabora con l’ufficio catechistico diocesano e si occupa della formazione dei catechisti. Negli anni ha visto cambiare profondamente anche questo servizio. La catechesi, racconta, ha dovuto trovare linguaggi più dinamici e capaci di parlare a bambini, adolescenti e adulti.
Nel quartiere molti ragazzi si erano progressivamente allontanati dalla vita parrocchiale. Francesca vede qualcosa che sta cambiando: parla del campo da pallavolo, degli spazi restituiti alla comunità e di «piccoli semini» che don Massimo sta piantando per riavvicinare giovani e famiglie. Di lui sottolinea soprattutto la capacità di ascoltare e di includere.
Un edificio fatto di persone
Mentre continuiamo a muoverci nella parrocchia, anche quell’enorme edificio che all’arrivo sembrava semplicemente abbandonato comincia ad assumere un altro significato. Era stato progettato molti anni fa come centro sociale destinato agli anziani del quartiere, ma il progetto si era fermato e la struttura era rimasta incompiuta.
Il piano terra oggi ha ripreso vita. Ci sono le stanze della catechesi, gli spazi per i ragazzi, gli incontri prematrimoniali, le riunioni e le attività ordinarie della parrocchia. Anche associazioni e realtà del quartiere possono utilizzare alcuni locali.
È qui che pronuncia una frase che, dopo aver attraversato Pietratagliata insieme a lui, assume un significato molto concreto: «Le mura non fanno una chiesa, ma le persone sì».
Le persone sono anche quelle che escono dalla parrocchia. Vicino ci sono una RSA e una casa di riposo, dove alcuni volontari svolgono attività di accompagnamento e animazione. Altri raggiungono gli anziani nelle loro case; don Massimo e i ministri straordinari fanno visita a chi desidera incontrarli o ricevere la comunione. «Le famiglie palermitane sono sempre molto calorose, molto accoglienti» sorride don Massimo.
In fondo è la stessa scena che avevo trovato arrivando: edifici che a prima vista sembrano incompiuti e, in mezzo, persone che giocano, si incontrano, pregano, lavorano, accolgono. Una comunità che continua a costruire la propria chiesa, giorno dopo giorno.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)