2 Giugno 2015

Dall’Umbria al Piemonte: gli orti sociali per rispondere alla crisi

Olio, pane, vino, frutteti. Dagli orti urbani alla gestione dei beni confiscati alle mafie, la tutela del territorio è sempre più spesso al centro di progetti della Chiesa italiana. Così crescono anche occupazione e aiuti alimentari.

Il cuore verde della diocesi di Foligno batte negli ‘Orti solidali’: 4 ettari coltivati e una fattoria didattica, aperta ogni settimana agli scolari per formarli alla tutela del creato. “Sono un modello agro-alimentare, nato anche con i fondi 8xmille, 20 mila euro l’anno per un triennio, destinati a borse-lavoro per i disoccupati, finora circa 40 persone – spiega il direttore della Caritas diocesana, Mauro Masciotti -. A poca distanza altri due terreni, coltivati a ulivi e cereali. La vera ricchezza del territorio è valorizzare le nostre colture soccorrendo i fratelli. Anche come destinatari dei prodotti dell’orto, distribuiti nell’Emporio di Foligno e nelle 4 case-famiglia diocesane”. Il terreno è a ridosso dell’Opera Pia Bartocci, un ricovero per la terza età che gli studenti vanno a visitare. “Quel giorno della settimana è il più atteso dai nostri anziani, quelle con i ragazzi sono ore di festa” – spiega un’operatrice.

La realtà degli orti sociali (anche urbani) è in crescita in tutta Italia. Isole di socialità ritrovata e coltivazioni biologiche. Dal 2011 sono più che triplicati, in risposta alla crisi, alla disoccupazione, ma anche al bisogno di verde e salute: oltre 3,3 milioni di metri quadrati nelle sole città capoluogo, con netta prevalenza al Nord (81%). È stata così superata la superficie raggiunta 70 anni fa, in epoca bellica, dagli orti di guerra (victory gardens). Secondo Istat, oggi coinvolgono 21 milioni di italiani. Molti quelli promossi da parrocchie e diocesi, in risposta all’appello di Papa Francesco ‘per una puntuale azione di custodia del creato’.

Serve, ad esempio, i più poveri quello nella parrocchia di San Bartolomeo a Rivoli (Torino). “È un modo per incontrarsi con la natura e con le persone” – sorride il parroco don Angiolino Cobelli, 67 anni, che oggi così soccorre 45 famiglie. Tre anni fa il sacerdote provò a coinvolgere la comunità negli spazi non utilizzati della parrocchia. Con le prime patate vendute comprò 40 litri di latte. “Il negozio di piante qui di fronte mi regala le sementi – spiega don Angiolino – il resto lo fa la Provvidenza: lavorare la terra insegna a non avere fretta, a rispettare i ritmi della natura, i cicli della terra, a non piantare due volte la stessa coltura sullo stesso terreno: l’ho imparato dai miei campesinos in Uruguay, dove sono stato 10 anni missionario”. Nel 2014 trenta chili di patate, 250 cespi d’insalata, decine di chili di pomodori sono stati distribuiti con le buste alimentari dalla Caritas parrocchiale alle famiglie che la crisi ha spinto ai margini. Un angolo di silenzio, sole e cielo dal quale sollevare lo sguardo verso l’alto: “lavorare la terra – rimarca don Cobelli – insegna a non guardare la natura come una fabbrica, che deve rendere e produrre. Ma a guardare al creato come collaboratori grati e responsabili, ancora capaci di fermarsi e contemplare un tramonto”.

(Manuela Borraccino e Maria Rossi)

2 Giugno 2015
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