5 Aprile 2024

Dossier. Malattia e cura: il sacramento dell’Unzione

Sono passati più di 50 anni da quando la "Sacrosanctum Concilium" ha cambiato in "Unzione degli infermi" il nome del sacramento che prima era detto "Estrema Unzione": don Angelo Lameri, decano della facoltà di teologia della PUL, ci accompagna nella riscoperta di questo grande dono di grazia che non è riservato solo ai morenti, ma chiama in causa il rapporto tra 'fede e malattia' e la fondamentale dimensione della 'lotta'.

«Il marito di Marta è molto grave, penso sia alla fine…», comunica la sorella di Marta a una sua amica incrociata al supermercato, «hanno chiamato il prete per l’estrema Unzione…». Il dialogo tra le due signore, incontratesi per caso al banco dei formaggi, è indicativo di quanto la presenza del “prete”, invitato al capezzale di un ammalato, sia spesso interpretata come annuncio di morte imminente e il sacramento denominato oggi Unzione degli infermi sia ancora spesso pensato come estrema Unzione. Eppure, sono passati più di cinquant’anni da quanto la Costituzione liturgica conciliare aveva manifestato l’opportunità di un cambiamento del nome da estrema Unzione a Unzione degli infermi, perché «non è solo il sacramento di coloro che sono in fin di vita» (Sacrosanctum Concilium, 73).

 

Non solo per i morenti

La decisione ci fa intuire come il soggetto che riceve il sacramento non sia esclusivamente il morente, ma tutti coloro «il cui stato di salute sia compromesso per malattia o per vecchiaia». La compromissione dello stato di salute può essere anche la prossimità di un’operazione chirurgica, quando è giustificata da un male pericoloso o che comporti dei rischi, così come la stessa vecchiaia che porta con sé un indebolimento accentuato delle forze. In questo ultimo caso però è opportuno porre attenzione a non far sbrigativamente coincidere vecchiaia con precario stato di salute fisica, soprattutto oggi infatti vi sono numerosi esempi di persone anziane che mantengono il loro vigore fisico e una salute invidiabile.

Per sottolineare ancor di più questo fatto la stessa Costituzione conciliare ha richiesto la composizione di riti distinti per l’Unzione e per il Viatico e «un rito continuato secondo il quale l’Unzione sia conferita al malato dopo la confessione e prima di ricevere il Viatico» (SC 74). Su queste basi si dispiegò il lavoro per la revisione del rituale, che ha occupato sette anni: dal 1965 al 7 dicembre 1972, quando il nuovo rito venne ufficialmente promulgato con un titolo che significativamente associa i gesti del sacramento con quelli dell’azione pastorale: «Sacramento dell’Unzione e cura pastorale degli infermi» (= SU).

 

Malattia e fede

Nella descrizione della grazia del sacramento, vengono sottolineati diversi aspetti che mostrano una particolare attenzione alla condizione dell’ammalato.

Prima di tutto si osserva come la sofferenza fisica causata dalla malattia, specie se grave, mina anche la forza d’animo e costituisce una tentazione per la fede: «L’uomo gravemente infermo ha infatti bisogno, nello stato di ansia e di pena in cui si trova, di una grazia speciale di Dio per non lasciarsi abbattere, con il pericolo che la tentazione faccia vacillare la sua fede» (SU, 5).

Ecco allora che l’aiuto per la salvezza che la grazia dello Spirito, donata nel sacramento, conferisce, produce come effetto un rafforzamento della fiducia in Dio, nuovo vigore contro le tentazioni del maligno, sostegno nei confronti dell’ansietà della morte. Ciò può anche apportare beneficio a livello della salute fisica, in quanto un maggior vigore nel sopportare il male e nel combatterlo costituisce indubbiamente un contesto favorevole per la terapia medica, anche se, ovviamente, la salute fisica è indicata come effetto secondario del sacramento, subordinata alla salvezza spirituale. Il sacramento infine dona il perdono dei peccati e porta a termine il cammino penitenziale del cristiano (SU, 6).

Si afferma poi in modo esplicito, citando Gc 5,15, che il sacramento dell’Unzione è legato alla preghiera della fede. La fede deve essere infatti ravvivata e manifestata sia dal ministro che soprattutto dal malato: «sarà proprio la sua fede e la fede della Chiesa che salverà l’infermo, quella fede che mentre si riporta alla morte e alla resurrezione di Cristo, da cui il sacramento deriva la sua efficacia, si protende anche verso il regno futuro, di cui il sacramento è pegno e promessa» (SU, 7).

 

Corpo e spirito uniti nella lotta

Nel libro liturgico non manca una sintetica presentazione del tema del dolore e della malattia e del suo significato nel mistero della salvezza. Di questo tema facciamo notare come esso presenti un’antropologia unitaria, in cui dimensione fisica e dimensione spirituale sono tra loro legate: «riferendosi al malato, Cristo intende l’uomo nell’integralità del suo essere umano: chi quindi visita il malato, deve recargli sollievo nel fisico e conforto nello spirito» (SU, 4).

È poi interessante notare come il rapporto dell’uomo con la malattia è letto non attraverso la categoria della “rassegnazione”, in genere ritenuta quella tradizionale della riflessione della Chiesa, ma attraverso la categoria della “lotta”. Il dolore e la sofferenza hanno un senso nella visione cristiana e i malati hanno una particolare testimonianza da offrire: ricordare a chi è in salute che ci sono beni essenziali e duraturi da custodire e che solo il mistero di Cristo morto e risorto può redimere questa nostra vita mortale. Rientra però «nel piano di Dio e della sua provvidenza che l’uomo lotti con tutte le sue forze contro la malattia in tutte le sue forme e si adoperi in ogni modo per conservarsi in salute» (SU, 3). A questa lotta prendono parte non solo il malato, ma anche tutti coloro che gli sono accanto, in modo particolare medici e addetti al servizio degli infermi. Essi «non devono tralasciare nulla di quanto può essere fatto, tentato, sperimentato per recare sollievo al corpo e allo spirito di chi soffre» (SU, 4).

 

Come bambini tra le braccia della madre (cfr. Sal 131,2)

Questo inseparabile rapporto corpo-spirito ci aiuta anche a leggere la nostra esperienza umana e i gesti della cura con occhi di fede, che ci riconducono ai gesti stessi di Gesù. L’esperienza della malattia e della sofferenza costituisce un singolare e ineliminabile momento della nostra vita. È un appuntamento che ci attende, che ci aspetta al varco, che segna il nostro corpo e l’intera persona, donandoci sempre nuova consapevolezza della nostra fragilità e dell’impossibilità di essere completamente autonomi dai nostri fratelli. Sotto questo profilo vi è una certa similitudine tra l’esperienza della malattia e quella del bambino che si affida alla madre. Pensiamo solamente a tre aspetti dello status di ammalato che ci riconducono a quello dell’infante: una mano che ti lava per farti sentire attenzione e amore, una mano che ti nutre per alimentare la tua forza e sostenere il cammino, un abbraccio che ti rialza dal letto per darti prospettive di speranza. Sono gesti che da un lato rispondono a esigenze di natura funzionale, legate alla terapia in vista della guarigione, ma dall’altro portano con sé un alto valore simbolico in ordine all’umanità che esprimono, alla tenerezza che trasmettono, alla prossimità che infonde serenità e speranza. Non per nulla nei Vangeli Gesù, per manifestare la sua missione, ricorre all’immagine dei bambini e degli ammalti: «In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: “Chi, dunque, è più grande nel regno dei cieli?”. Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me”» (Mt 18,1-5). Rispondendo poi ai discepoli di Giovanni Battista, inviati per chiedergli se fosse il Messia che doveva venire, Gesù risponde: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,4-6). La guarigione fisica diviene così annuncio del Regno e della presenza del Messia, come aveva profetizzato Isaia (35,4-6), e al tempo stesso simbolo e prova della salvezza dell’intera persona, perché chi può dire a un paralitico «àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua», è lo stesso che dice «figlio, ti sono perdonati i peccati» (cfr. Mc 2,1-12). Il bambino e l’ammalato hanno occhi che possono riconoscere nello sguardo di Gesù la presenza di Dio che salva, perché i primi sono occhi innocenti e i secondi sono alla ricerca di conforto e salvezza. Proprio per questo dobbiamo farci come bambini e invocare in ginocchio «Se vuoi, puoi purificarmi!» (Mc 1,40).

 

Angelo Lameri

Pontificia Università Lateranense

 

[*] Per una più ampia riflessione sul tema cfr. A. Lameri – L. Sandrin, Ammalarsi, Cittadella Editrice, Assisi 2020.

 

5 Aprile 2024
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