25 Luglio 2023

Il ‘Risorto’ a Porto Torres: secoli di fede, 50 anni di parrocchia

Don Michele Murgia da 8 anni guida la parrocchia di "Cristo risorto", una delle 4 di Porto Torres (antica sede della diocesi di Sassari). Questa realtà parrocchiale quest'anno compie mezzo secolo, in un contesto storico, artistico e naturale che porta questo centro, dopo che è stato polo del petrolchimico, a riscoprire la propria vocazione anche come meta turistica.

Appuntamento a Porto Torres alle 12.30 sul sagrato del Monte Augello, il complesso che ospita la basilica di San Gavino sorta sulla necropoli romana dell’antico crocevia marittimo di Turris Libisonis. In giacca nera e bonette nero liscio o sciscia, come i sardi chiamano il loro tradizionale copricapo, don Michele Murgia è l’anfitrione ideale per chi vuol conoscere la porta nord-ovest della Sardegna, che per secoli ha conteso il primato a Cagliari: «Qui è nata la Chiesa turritana» dice lapidario facendo strada nella penombra della splendida basilica romanica a doppio abside. E accenna così alla fondazione della diocesi di Sassari sul culto ininterrotto in questa necropoli delle reliquie dei santi martiri di san Gavino, Proto e Gianuario, scoperte nel ‘600 dopo che nel 1441 la sede della diocesi era stata trasferita da Porto Torres a Sassari.

Classe 1976, dal 2015 parroco di Cristo risorto in Porto Torres e dal 2020 coordinatore della Pastorale inter-parrocchiale nella cittadina di 21mila abitanti sulla costa di Sassari, don Michele racconta di esser stato folgorato sulla via di Damasco nel 2000 mentre studiava architettura a Roma. «Ho trascorso la gioventù nella ricerca di una via, di un progetto di vita che rispondesse alle mie qualità – dice – e alle mie ambizioni. Mi sentivo diverso dai miei coetanei e avevo già idee chiare su tutto, ateismo compreso. Se penso a quanto accadde durante il Giubileo del 2000 a Roma, posso dire di aver compreso come la “vocazione” ci sia sempre stata, ma ho potuto accogliere la “chiamata” solo quando ho smesso di concentrarmi su me stesso e ho cominciato a chiedermi: Chi sono queste persone? Dove vanno? Come vivono? Perché esistiamo insieme? Il mondo mi è parso d’un tratto troppo grande, troppo disordinato, troppo triste. All’improvviso mi sono accorto di Dio, l’ho sentito vicino e volevo che quella mia scoperta fosse contagiata a tutti».

«Nonostante la fatica di passare da cinico-ateo a tenero-convertito fosse enorme – aggiunge – non ho potuto fare altro che assecondare quella voce interiore: “Lascia tutto e seguimi!”. Provavo una gioia mai provata prima, perché sapevo di sconvolgere me stesso di fronte a Qualcuno che aveva sconvolto la Storia. Dopo un cammino propedeutico di discernimento nel Seminario Lateranense, sono rientrato in Sardegna, mi sono presentato all’arcivescovo Isgrò e mi sono affidato alla Chiesa. Adesso

mi ritengo un uomo felice, frutto di un progetto che non è solo mio e immerso nella fatica e nella gioia di servire Dio e gli altri».

Architetto non laureato ma con un’ininterrotta indole artistica e talento per la progettazione, don Michele è stato ordinato nel 2010 ed è arrivato in parrocchia dopo esser stato animatore dei ragazzi nel Seminario minore arcivescovile, aver affiancato come segretario l’arcivescovo Paolo Atzei, aver diretto il settimanale diocesano Libertà e l’ufficio comunicazioni diocesano. Intanto gli era stata affidata la guida pastorale dell’oratorio diocesano di San Michele di Plaiano. La sua passione per la storia emerge ancora una volta nella visita di questa suggestiva abbazia medievale, oggi disabitata e immersa nel silenzio delle campagne dell’agro sassarese: «Oltre che in parrocchia – racconta – vengo qui a celebrare la Messa tutte le domeniche: pochissime persone, semplici e genuine, che ancora oggi non hanno molto di più oltre alla fede. E non è poco!» afferma.

Dal 2015, dopo averlo affiancato come vice-parroco per alcuni anni e poco prima della sua morte, è succeduto a mons. Antonio Sanna come parroco di Cristo Risorto a Porto Torres, che lo stesso don Antonio aveva fondato nel 1973. «Un uomo di immensa cultura biblica – lo ricorda don Michele – grande musicista e compositore di fama internazionale. Il suo ministero ha prodotto una comunità parrocchiale sui generis e tutta concentrata su un motto che ancora oggi ne descrive l’anima più vera e profonda: Noi leggiamo la Bibbia e ci vogliamo bene».

Mentre proprio quest’anno sono in corso le celebrazioni per i 50 anni dall’erezione canonica, don Michele rivendica come si tratti di una parrocchia tutta improntata allo spirito post-conciliare e concentrata sui fondamentali del Vangelo. «Sono stato nominato parroco di questa meravigliosa realtà evangelica: siamo poveri, siamo privi di strutture di servizio, non ci sono spazi né risorse per le attività pastorali, ma la famiglia dei credenti che la compongono – rimarca – è uno di quei miracoli che ancora oggi mi confermano nella scelta che ho fatto 12 anni fa e che la Chiesa ha accolto con favore:

un sacerdote, un popolo, pochi bagagli e tanta fiducia in Dio. Che volere di più?

Certamente il contesto presenta notevoli complessità: Porto Torres è la reliquia malandata di un’era industriale in frantumi, una città che prova con coraggio a trovare una nuova via con poche risorse e tanta umanità da spendere. È il cantiere che anche l’arcivescovo Saba ha riconosciuto e promosso come laboratorio di rinnovamento per la società e la Chiesa di questo tempo. Mi ha nominato Vicario urbano investendo in un sogno, quello stesso che papa Francesco propone di continuo a tutta la Chiesa universale. Proviamo a realizzarlo».

Tra i progetti, c’è l’attesa per la richiesta alla Cei del finanziamento per realizzare un oratorio inter-parrocchiale tra le quattro comunità di Porto Torres. «La città ha un gran bisogno di essere guidata nel perseguimento di progetti buoni, forieri di un futuro che coinvolga le nuove generazioni: 400 bambini frequentano il catechismo, anzi 400 famiglie! Sino a oggi – spiega – la burocrazia non è stata dalla nostra parte: sono passati nove anni da quando abbiamo iniziato a sperare in questa possibilità, ma non dubitiamo che prima o poi tutti gli sforzi riescano a essere finalizzati in un’impresa comune, davvero felice e condivisa, davvero benedetta e generativa. Spendo tanto tempo ed energie nell’animazione culturale e solidale della comunità, senza badare troppo ai “confini”, perché sono convinto che i buoni propositi abbiano bisogno di buone braccia, buone teste e tante voci per mostrare al mondo quanto è buono il cuore dell’uomo quando si affida a Dio».

(di Manuela Borraccino – foto Borraccino e per gentile concessione di don Michele Murgia)

25 Luglio 2023
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