11 Settembre 2026

L’omelia più importante di don Andreas

La macchina da presa di Giovanni Panozzo stavolta ci conduce "a un passo dal cielo", in una diocesi tanto ricca di paesaggi mozzafiato quanto speciale, per la ricchezza umana, culturale e linguistica di cui è portatrice: quella di Bolzano - Bressanone. Abbiamo conosciuto don Andreas Seehauser, responsabile dell'Unità pastorale di Vipiteno, sacerdote profondamente segnato anche dalla spiritualità del movimento dei focolari.

L’unità pastorale dell’Alta Val d’Isarco (ma forse sarebbe meglio chiamarla Wipptal) è stata istituita nel 2010, al termine di un percorso che era iniziato due anni prima, ed è formata da sedici parrocchie della diocesi di Bozen – Brixen, Bolzano – Bressanone. Vipiteno (Sterzing, in tedesco), con i suoi 7000 abitanti, è al centro dell’unità e tutte le altre 15 parrocchie sono in un raggio di circa venti chilometri. Una di queste è quella di Mules, dove è nato e cresciuto don Andreas Seehauser. Durante le scuole superiori conosce il movimento dei focolari e la sua vita prende una direzione nuova, che lo avrebbe portato, nel 2001, ormai 25 anni fa, all’ordinazione presbiterale. 

“Ho imparato veramente l’italiano – ci racconta don Andreas – solo quando sono andato a studiare a Roma, alla Gregoriana: in altre parole, a vent’anni non ero ancora capace di dire una frase intera in questa lingua”. Parlando con lui ci si rende conto subito che qui in Alto Adige siamo in un mondo che non è semplice comprendere senza esserci pienamente immerso.
“Dopo essere stato tre anni cappellano a Bressanone – racconta il decano – sono diventato parroco a Bolzano e subito mi sono accorto che la mia vita di sacerdote improvvisamente diventava tre volte più complicata: come parroco, tutto arrivava da me. Avevo una sola parrocchia, di quattromila abitanti, ma ogni processo decisionale era destinato ad arrivare alla mia attenzione, come in un collo di bottiglia, e il mio tempo non bastava mai”.
“Qui a Vipiteno, ora, con 16 parrocchie, ovviamente basterebbe ancora meno e così abbiamo dovuto necessariamente cambiare sistema. Per me personalmente, inoltre, la consapevolezza di dover rallentare è maturata anche misurandomi con i miei limiti fisici: in particolare con una miocardite che mi ha costretto ad imparare ad ascoltare di più il mio corpo e la sua stanchezza. Adesso, naturalmente, ho anche dei collaboratori sacerdoti, sei in tutto, ma la maggior parte sono laici: sarebbe impensabile, in una situazione simile, che ogni singola decisione dovesse passare attraverso il placet del parroco”.

“Noi sacerdoti ogni domenica celebriamo in tutto sedici sante messe e dove non riusciamo ad arrivare, secondo un calendario prestabilito, ci sono dei laici che animano delle celebrazioni della Parola. Ad ogni parrocchia, di regola, una volta al mese anziché la messa tocca di vivere solamente la celebrazione della Parola”. Antonio è uno dei laici incaricati da don Andreas di animare le liturgie della Parola. 
“Non è stato facile – ammette Antonio – perché c’è tanto cammino da fare e sarà necessario del tempo per formare la comunità”. “C’è tanto lavoro – aggiunge Lucia, presidente del consiglio pastorale parrocchiale – a cominciare dalle comunioni e dalle cresime. Don Andreas, però, ci dà una mano e se c’è qualche difficoltà quando lo chiami è sempre disponibile”.
Uno degli appuntamenti più importanti nella vita di questa comunità ecclesiale è il consiglio pastorale delle 16 parrocchie.
“Stiamo imparando – riprende don Andreas – a volerci bene non nonostante i nostri limiti ma con i nostri limiti. Insieme, sacerdoti e laici, cerchiamo la soluzione più adatta, nella consapevolezza che quella ideale, perfetta, non esiste né mai esisterà. La Chiesa è vita ed è fatta di persone che non sono come dei computer, programmabili”.
Ed è proprio lo stare insieme la chiave di volta su cui si regge tutto. Una vita comunitaria che per don Andreas, cresciuto nel movimento dei focolari, comincia innanzitutto dalla sua piccola comunità presbiterale.
“Sono sempre vissuto in una comunità di sacerdoti e ritengo che questa dimensione sia essenziale. Se, come sacerdote, non ho la consapevolezza che prima di tutto devo vivere la comunione e la fraternità, tutto il parlare e il fare poi non servono a molto. Questa vita, il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri, è l’omelia più importante che siamo chiamati a pronunciare nella pastorale: questa è la mia famiglia e la gente lo sente.”

(testo, foto e video di Giovanni Panozzo)

11 Settembre 2026
Ogni comunità ha una storia che merita
di essere ascoltata.
E quasi sempre c’è un sacerdote a cui dire grazie.

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