16 Giugno 2026

Sebastiano Somma: “Padre, ma lei ce li ha cento poveri?”

Il popolare attore (e non solo) Sebastiano Somma, ci racconta il proprio rapporto con la fede, a partire dai suoi ricordi d'infanzia e da alcuni incontri importanti della sua vita. Tra questi, certamente, quello con don Riccardo Agresti. Un’amicizia ormai di vecchia data, che è cominciata con una domanda spiazzante da parte di Somma e con una risposta sincera del sacerdote.

Appuntamento di fronte alla Gran Madre di Dio, la sua parrocchia romana a poche decine di metri da Ponte Milvio. Sebastiano Somma si presenta in compagnia del suo amico sacerdote, don Riccardo Agresti, che ogni volta che si ritrova a Roma non manca di passare a salutarlo e di portargli un pacchetto di quei taralli che i suoi ragazzi, ad Andria, realizzano con maestria: buoni come la vita che stanno reimparando ad assaporare, dopo l’esperienza del carcere, oppure vivendo, quando si riesce ad ottenerle, le misure alternative alla detenzione. Ma questa è un’altra storia, che anche Sovvenire ha raccontato a giugno del 2022.

L’amicizia tra l’attore e don Riccardo risale a quasi vent’anni fa, quando il sacerdote era parroco ad Andria e per raccogliere fondi per l’erigendo oratorio nel difficile quartiere Camaggio, organizzava una rassegna canora ricca di ospiti illustri.  “L’ho conosciuto attraverso una telefonata che lui mi fece – ricorda don Agresti – e in cui per prima cosa mi chiese: «Ma lei ce li ha cento poveri?». Era la prima volta che un artista mi chiedeva se avessi cento poveri… «Ma certo che ce li ho!» risposi. E lui: «Bene! Io vengo a Camaggio però lei mi riserva cento biglietti per i poveri». Somma era una figura molto popolare, io un prete alle prime armi in un territorio dove volevo portare cultura e creatività: capii di aver incontrato una persona dal cuore grande”.

Si schermisce, Sebastiano, ma conferma il racconto: “Ho pensato che dovessi rimettere in gioco quel che avevo ricevuto dalla vita e con don Riccardo è nata questa collaborazione e questa amicizia forte, che va avanti da diversi anni”. Il sacerdote ribadisce: “Sebastiano è una persona vera che, quando e come può, mette sempre il nostro progetto tra i suoi discorsi, per promuoverlo. Perché è nostro Signore che ci dice di abbracciare gli scarti, le persone che si perdono. Noi spesso pensiamo che quelli che sbagliano debbano essere buttati in qualche luogo a marcire… e invece no. Il Signore ci invita a non ridurre la persona ai suoi errori. Tanti dei miei ragazzi chiedono solo che qualcuno si accorga che nel loro cuore hanno una parte ancora buona. E noi ne siamo certi: anche nelle storie più complicate c’è sempre qualcosa per cui vale la pena sporcarsi le mani! Oggi, però, non siamo qui per parlare di me. Vero?”

Vero! E allora iniziamo con le nostre domande a Sebastiano. Dall’infanzia a Varano e a Castellammare, passando poi per Napoli e infine per Roma: proviamo a ripercorrere, a volo d’uccello, come è stato il tuo rapporto con la fede.

Il mio primo impatto con la fede e i sacerdoti è stato con un prete molto amorevole, che mi ha trasmesso un ricordo che ancora oggi è vivo dentro di me. Eravamo a Varano, nelle campagne sopra Castellammare di Stabia, dove la mia famiglia gestiva una piccola scuola privata. Il mio posto delle fragole era una piccola cappellina, che esiste tutt’ora, dove c’era un sacerdote – di cui purtroppo non ricordo più il nome – che trattava me e i miei amici con grande delicatezza e affetto. Ricordo addirittura che la prima volta in vita mia in cui salii su un’automobile fu sulla sua 600, quella con le portiere che si aprivano al contrario… La figura di questo prete mi è rimasta nel cuore e sicuramente mi ha segnato, negli anni. Poi ci trasferimmo a Castellammare e lì la chiesa di San Marco è il luogo di cui ho i ricordi più forti, per l’impatto che ha avuto sulla mia spiritualità. Pensate che addirittura io cantavo in chiesa, con le voci bianche. C’era l’oratorio e vivevamo una condivisione a tutto tondo. C’erano le suore, che sono ancora lì, e poi c’era don Vincenzo, che è stato quello che ha iniziato a farmi capire davvero il mio rapporto con Dio e a iniziare il mio percorso spirituale: quella è stata la seconda fase ma anche la più significativa del mio approccio con la fede.

Vicino a Castellammare c’è anche un altro luogo molto bello, il santuario di S. Maria di Pozzano, al quale però è legato anche un momento doloroso della tua vita…

Lì viveva mia sorella, che purtroppo è mancata molto presto, nel 2002, a soli 52 anni. Proprio in quel santuario celebrammo il suo funerale e ricordo che quel giorno dovetti uscire dalla chiesa: era un dolore per me troppo grande e che non riuscii subito ad accettare. Anzi, mi ci volle un bel po’ di tempo…

Torniamo alla tua infanzia, però. Col trasferimento a Napoli, dove hai perfezionato la tua formazione artistica, come è proseguito questo tuo cammino?

Nella chiesa napoletana di San Vitale a Fuorigrotta, ricordo di aver fatto perfino la mia prima battuta in teatro. Un regista mi aveva coinvolto in una rappresentazione di “Miseria e nobiltà”, proprio in quella chiesa: io ero vestito da cuoco e dicevo “Il pranzo è servito!” (sorride, n.d.r.). Di Napoli ricordo anche la chiesa del Buon Pastore, ma posso dire che dovunque io abbia vissuto, ho sempre cercato un punto di riferimento per continuare il mio cammino di fede, nonostante ovviamente ci siano stati anche dei periodi di distrazione, di cadute, come è inevitabile che sia nella vita. Poi però, per fortuna, ho sempre ripreso questo percorso.

Il tuo lavoro ti ha sempre portato a viaggiare molto…

Faccio questo mestiere da tanti anni e devo dire che è stato proprio così. Ma proprio per questo a volte ci sono stati degli incontri con delle figure speciali, anche se magari poi non le ho mai più riviste. Mi è capitato, a volte, entrando in una chiesa – perché sentivo il bisogno di entrare in quella chiesa – di incontrare un prete che mi ha detto, in dieci minuti, esattamente quello che avevo bisogno di sentirmi dire in quel momento, e che magari tanti altri non avevano saputo dirmi fino ad allora.

Grazie al mio lavoro, poi, ho avuto alcune opportunità davvero incredibili. Ad esempio, quando ebbi il dono di poter leggere Il cammino della croce di Paul Claudel davanti a Papa Wojtyla. Anche quello fu un momento molto forte, tanto è vero che ancora oggi il mio santo del cuore è proprio lui. Conservo con devozione la croce che mi regalò alla fine di questo racconto, che io lessi. Lui era già tremolante, non stava bene: la figura di San Giovanni Paolo II è stata veramente molto significativa per me.

Mi pare di capire, comunque, che di belle persone, non solo sacerdoti, in questi anni ne hai incontrate molte…

Assolutamente sì! E non solo in Italia. Quando ho partecipato al film sulla vita di Madre Teresa (interpretata da Olivia Hussey, con la regia di Fabrizio Costa) abbiamo girato in Sri Lanka, alla periferia di Colombo: uno scenario molto simile a quello di Calcutta. Lì ho toccato con mano la sconvolgente povertà di quelle periferie del mondo e soprattutto la dedizione assoluta delle Missionarie della carità – quelle vere, non i personaggi del film –, che sono andato più volte a visitare: lì mi sono reso conto di quanto sia importante prendere le distanze dalle cose troppo futili di cui talvolta ci riempiamo la vita, e valorizzare quelle che davvero valgono. Ma di persone che nel silenzio fanno cose importanti ne ho incontrate tante. Penso, ad esempio, a suor Chiara e alle altre suore del Piccolo Cottolengo di Tortona, che accudiscono bambini con problemi gravissimi, di cui le famiglie non possono occuparsi, ma anche a tutti i loro volontari. Ma penso anche a Suor Giuliana e alle Suore della Divina Volontà, anch’esse con tanti volontari, che accolgono mamme con bambini che non saprebbero dove altro andare, o alle Missionarie della carità che sono qui a Roma. Con queste persone mantengo contatti discreti ma costanti nel tempo. Intendiamoci: non sono un santo! Ho avuto le mie cadute, i miei alti e bassi però ho sempre cercato di rialzarmi e continuo a mantenere viva la speranza di maturare qualche buon cambiamento dentro di me.    

Un’ultima domanda, Sebastiano: cosa è per te la preghiera oggi?

Io abito in una zona di Roma che mi dà la possibilità di vedere, prima di andare a dormire, la Madonnina che c’è in cima a Monte Mario, quella tutta dorata – che tra l’altro fu realizzata da un ebreo – e ogni sera, quando sto a casa, il mio ultimo pensiero, l’ultimo scambio di parole ce l’ho con lei. La preghiera è una cosa bella, mi dà sostentamento all’anima e quando prego non lo faccio soltanto per me; in particolare in questo momento… in cui ne abbiamo davvero tutti un così grande bisogno.

(intervista di Stefano Proietti – foto, riprese e montaggio di Cristian Gennari)

Chi è Sebastiano

Somma… di molti talenti

Nato 66 anni fa a Castellammare di Stabia (NA), si forma artisticamente a Napoli, dove i suoi genitori si trasferiscono per lavoro e dove lui termina gli studi e inizia le attività teatrali. A 22 anni Sebastiano si trasferisce a Roma, dove continua a studiare recitazione e dizione. Dal teatro (Scarpetta ed Eduardo) ai fotoromanzi, dalla conduzione ai set cinematografici, la sua esperienza artistica lo porta a sondare diversi terreni, finché non arriva, tra il 2000 e il 2005, la notorietà al grande pubblico grazie alle tre edizioni della serie tv “Sospetti”. Nella miniserie dedicata a Madre Teresa (Olivia Hussey), Somma veste i panni di un sacerdote inviato dalla Santa Sede a investigare sulla suora; in “Senza confini” quelli del prossimo beato Giovanni Palatucci. Poi sarà l’avvocato Rocco Tasca nelle cinque stagioni di “Un caso di coscienza”, tra il 2003 e il 2013. Negli ultimi anni è stato anche produttore, regista e autore tv, ma la sua grande passione rimane sempre il palcoscenico, cui non ha mai smesso di dedicarsi. Dal 2004 è sposato con l’attrice Morgana Forcella e dal 2005 è papà di Cartisia Josephine, anche lei recentemente tra i giovani protagonisti della serie tv “Mare fuori”.

16 Giugno 2026
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