Trapani: quei passi sulle pietre che fanno camminare il cuore
Camminare insieme, ascoltare, crescere. Nel Trapanese, lo scoutismo diventa un’esperienza che forma alla vita, accompagnata dalla presenza discreta e concreta di don Emanuel Mancuso. Assistente ecclesiastico dell'Agesci, il parroco delle comunità di Palma, Salina Grande e Pietretagliate ha 35 anni ed è stato ordinato 8 anni fa da mons. Fragnelli.Sui sentieri che collegano le colline della provincia di Trapani, tra arbusti, monumenti, colline e mare, il rumore degli scarponi sulle pietre segna il ritmo di un cammino che è, prima di tutto, interiore. Qui, molto spesso, arrivano i ragazzi con lo zaino che pesa sulle spalle, il respiro corto per la salita, ma gli occhi pieni di quella luce particolare che nasce solo dopo aver superato un limite fisico. Hanno condiviso il freddo della notte, il silenzio del creato e la fatica di un tratto di strada dove nessuno può camminare al posto tuo. È in questi momenti, dove la stanchezza incontra la bellezza dell’essenziale, che prende forma il lavoro educativo dello scoutismo. Ed è qui che si manifesta, con naturalezza, il servizio di don Emanuel Mancuso.
Parroco nella diocesi di Trapani, impegnato tra le comunità di Palma, Salina Grande e Pietretagliate, e assistente ecclesiastico dell’AGESCI per la zona dei Fenici, don Emanuel vive il suo ministero dentro le relazioni e nei luoghi attraversati ogni giorno. Il suo ufficio è spesso un sentiero battuto dal vento. «Il ruolo dell’assistente è quello di camminare con loro, mettersi in ascolto», spiega. È un cammino condiviso che si nutre di parole semplici scambiate durante la marcia, di una presenza costante capace di farsi prossima e di un’attenzione profonda anche a ciò che i ragazzi non riescono a dire.
Nelle contrade di Misiliscemi, lo scoutismo diventa così un’esperienza completa che coinvolge ogni dimensione della persona. È un metodo che mette in gioco il corpo, forma il carattere e apre uno spazio alla dimensione spirituale. «Il metodo scout è meraviglioso perché si prende cura della persona nella sua interezza», racconta don Emanuel. Ogni gesto quotidiano del campo, dal montare una tenda al preparare il pasto sul fuoco, porta con sé un significato che si allarga oltre l’azione pratica. Tutto diventa occasione per leggere la propria vita con uno sguardo più profondo, imparando a riconoscere nella natura una presenza che accompagna.
A testimoniare la forza di questo metodo è Margherita Bertolino, capo scout che quest’anno dedica il suo servizio ai lupetti, i bambini dagli otto agli undici anni del branco “Cantina della Luna”. Passare dai ragazzi più grandi ai piccoli è una sfida che richiede pazienza e lungimiranza. «Giocare sembra facile, ma in realtà con i bambini devi costruire l’uomo e la donna che abiteranno il mondo». Nel gergo scout, il gioco è lo strumento principale e, come sottolinea Margherita, «nessuna cosa è fatta per gioco». Dietro ogni attività c’è un progetto formativo che punta alla responsabilità e alla consapevolezza. Margherita ricorda la gioia negli occhi dei ragazzi che, dopo una notte trascorsa fuori, scoprono cosa significhi trovare Cristo nella bellezza del creato. Per lei, che ha iniziato questo percorso nel 1991, lo scoutismo è diventato una forma mentis, uno stile di vita che accompagna ogni scelta quotidiana.
Accanto ai capi più esperti, crescono i giovani che iniziano ora il loro percorso educativo, come Antonino Occhipinti. A vent’anni, Antonino ha scelto di mettersi in gioco come capo tirocinante. «Lo scoutismo per me unisce tre pilastri: il servizio, la fede e il senso civico», racconta. È la traduzione concreta dell’invito di Robert Baden-Powell a lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato. In una terra complessa come quella trapanese, da dove molti giovani scelgono di partire per cercare altrove opportunità, restare e dedicare tempo all’educazione dei più piccoli assume un valore profondo.
In questo equilibrio tra leggerezza e responsabilità, la figura di don Emanuel diventa un punto di riferimento. I ragazzi lo vivono come un fratello maggiore, capace di scherzare e di creare un clima di fiducia. «Riesce a farsi volere bene, trova sempre lo spazio per l’ironia», dice Antonino. Questa vicinanza rende possibile un rapporto autentico, dove la formazione spirituale passa attraverso l’esempio. Don Emanuel invita i suoi capi alla coerenza, a vivere in prima persona ciò che propongono ai ragazzi. Essere testimoni significa vivere le relazioni con verità, dando credibilità a ogni parola con i propri gesti.
Il territorio di Trapani, con le sue bellezze naturali e le sue fragilità sociali, fa da sfondo a questo impegno costante. Per don Emanuel, educare significa aiutare i ragazzi a riconoscere il “cinque per cento di buono” presente in ogni situazione e in ogni persona, accompagnandoli a diventare cittadini consapevoli. Le esperienze vissute restano come punti fermi: come la salita sul monte Cofano, intrapresa pochi giorni dopo la sua ordinazione sacerdotale. «È stato faticoso, ma è davvero bello fare queste “pazzie” per i ragazzi», confessa. Celebrare l’Eucaristia in vetta, dopo la fatica condivisa, restituisce il senso di un Dio che si fa pane spezzato lungo la strada.
L’immagine che meglio racconta questo servizio è quella dei discepoli di Emmaus, tanto cara a don Emanuel e all’associazione. È l’icona di un Dio che cammina accanto, ascolta e aiuta a rileggere la propria storia.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)