5 Ottobre
Monaco, che fu sin dalla fanciullezza discepolo carissimo di San Benedetto.
Placido
VI Secolo
5 Ottobre 541
5 Ottobre
Monaco, che fu sin dalla fanciullezza discepolo carissimo di San Benedetto.
Placido
VI Secolo
5 Ottobre 541
Novizi benedettini.
Per conoscere la vita di Placido, giovane discepolo di Benedetto, disponiamo soprattutto della testimonianza contenuta nei «Dialoghi» di Gregorio Magno. Le notizie sono poche, ma il breve racconto del pontefice ha contribuito a rendere Placido una delle figure più care della tradizione benedettina.
Secondo Gregorio Magno, il patrizio romano Tertullo affidò il figlio Placido, ancora bambino, alle cure di Benedetto. Il giovane avrebbe avuto circa sette anni quando entrò nella comunità monastica che si andava formando attorno a Benedetto negli anni trascorsi a Subiaco.
Gregorio racconta anche alcuni episodi prodigiosi legati alla sua infanzia. Tra questi vi è il celebre episodio nel quale Placido, mentre attingeva acqua da un lago, cadde inavvertitamente nell’acqua e fu salvato per intervento di Benedetto, che riconobbe nella vicenda un segno della particolare protezione di Dio sul giovane discepolo.
Placido seguì Benedetto anche nella nuova fondazione di Montecassino, dove rimase a vivere nella comunità monastica. Le fonti antiche, tuttavia, non permettono di ricostruire con precisione gli ultimi anni della sua vita né di conoscere con certezza le circostanze della sua morte.
A partire dall’XI secolo, la figura di Placido monaco fu progressivamente identificata con quella di un Placido martire venerato a Messina. Da questa sovrapposizione nacque una tradizione secondo la quale il discepolo di Benedetto sarebbe stato inviato in Sicilia per occuparsi dei possedimenti del monastero e per diffondere la vita monastica.
La tradizione della missione in Sicilia raggiunse una particolare diffusione attraverso gli scritti di Pietro Diacono e il racconto attribuito a Gordiano, presentato come compagno di Placido. Secondo questa narrazione, Placido sarebbe giunto a Messina, dove avrebbe fondato un monastero intorno al 541 e avrebbe subito il martirio insieme ai suoi compagni.
Questi episodi, tuttavia, non trovano riscontro nelle fonti più antiche relative al discepolo di Benedetto. La figura del monaco di Montecassino e quella del martire messinese devono quindi essere distinte sul piano storico, pur riconoscendo il forte legame che la tradizione e il culto hanno stabilito tra loro nel corso dei secoli.
È soprattutto come giovane discepolo di Benedetto che Placido appare nella testimonianza di Gregorio Magno: una figura silenziosa, affidata fin dall’infanzia alla vita monastica e cresciuta alla scuola di colui che sarebbe diventato il padre del monachesimo occidentale.
La leggenda legata alla missione in Sicilia e al martirio a Messina ebbe un ruolo importante nello sviluppo del culto di Placido. A partire dalla seconda metà dell’XI secolo, nell’ambiente monastico cassinese, si iniziò infatti a identificare il giovane discepolo di Benedetto con un omonimo martire venerato a Messina. Questa sovrapposizione raggiunse la sua piena elaborazione nelle opere di Pietro Diacono, nel XII secolo, che presentarono Placido come monaco e martire insieme. Le fonti attribuite a Gordiano, compagno di Placido, sono tuttavia considerate dalla storiografia moderna prive di attendibilità storica.
Al di là di questa tradizione, la memoria monastica continuò a riconoscere in Placido soprattutto il fanciullo affidato a Benedetto e cresciuto alla sua scuola. Proprio per questo la sua figura è diventata, nella tradizione benedettina, un modello per i novizi: un giovane che entra nella vita monastica lasciandosi guidare dalla preghiera, dall’obbedienza e dall’insegnamento del proprio maestro.
Tra gli episodi narrati da Gregorio Magno nei Dialoghi vi è quello del salvataggio di Placido. Un giorno il giovane monaco si recò ad attingere acqua dal lago e cadde inavvertitamente nell’acqua, venendo trascinato lontano dalla riva. Benedetto, che si trovava nella sua cella, ebbe la visione dell’accaduto e ordinò a Mauro di correre in suo aiuto. Il giovane monaco obbedì e, secondo il racconto, raggiunse Placido camminando sulla superficie dell’acqua e lo riportò a riva. L’episodio divenne nella tradizione monastica un esempio della virtù dell’obbedienza.
Un altro episodio raccontato da Gregorio Magno risale agli anni trascorsi da Benedetto a Subiaco. Una notte, accompagnato dal piccolo Placido, l’abate si recò in una zona particolarmente impervia e rocciosa, dove erano sorti alcuni monasteri. Di fronte alla difficoltà di procurare acqua ai monaci, Benedetto pregò e ottenne miracolosamente che dalla roccia scaturisse una sorgente. Anche questo racconto appartiene alla testimonianza dei Dialoghi e mostra Placido accanto al suo maestro fin dagli anni della sua formazione monastica.
Per il suo ingresso nella vita monastica fin dalla fanciullezza, Placido è considerato nella tradizione benedettina il patrono dei novizi. La sua figura richiama così il cammino di chi si affaccia alla vita religiosa e impara, attraverso l’ascolto e l’obbedienza, a vivere secondo la propria vocazione.
Alla tradizione del Placido martire sono state dedicate numerose opere d’arte. Tra queste vi è il celebre Martirio dei santi Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino di Antonio Allegri, detto il Correggio, conservato alla Galleria Nazionale di Parma e datato intorno al 1524. Il dipinto rappresenta il momento drammatico del martirio di Placido e dei suoi compagni e riflette la tradizione agiografica che aveva ormai identificato il monaco discepolo di Benedetto con il martire messinese.
Fin da giovane sei stato affidato a San Benedetto e formato alla vita monastica. Che cosa può offrire oggi una comunità a un giovane che cerca una strada per la propria vita?
Ai miei tempi i genitori che volevano dare un futuro ai loro figli li affidavano ad un monastero, oltre le mura del quale c’era ben poco, mentre nelle comunità monastiche si trovava fraternità, preghiera, cultura, una famiglia guidata da un abate, che per me fu quell’uomo straordinario che era Benedetto. Cosa cerchiamo quando da adolescenti non ci basta più la famiglia? Io credo che tutti abbiamo bisogno di una comunità: in essa trovi persone che condividono la strada e l’orizzonte; trovi un padre che ti ascolta, che ti comprende e ti corregge se necessario, non una persona che è indifferente alle tue scelte.
Nel racconto di Gregorio Magno, Benedetto ti vede in pericolo e manda Mauro a salvarti. Che cosa insegna questa storia a chi attraversa oggi un momento di fragilità?
Insegna che dai “guai” e dai problemi non si viene fuori da soli. Lo sguardo di chi ha cura di te non si risolve in un: «Adesso cavatela tu!», ma in una mano tesa. Benedetto non è intervenuto in prima persona per aiutarmi, ma ha mandato Mauro a salvarmi dall’annegamento, e così non so chi dei due abbia imparato la lezione più grande: se soccorri chi è in difficoltà, stai già aiutando te stesso ad uscire dall’indifferenza e a gustare cosa è l’amicizia. Impari che hai qualcosa da dare agli altri!
Sei ricordato come un discepolo giovane, cresciuto alla scuola di Benedetto. Quanto è importante per un giovane e per ogni cristiano avere accanto qualcuno che sappia accompagnarlo?
La vicinanza di Benedetto era speciale, perché egli voleva essere chiamato abate, una parola che richiama abba, il nome papà nella lingua di Gesù: era una persona che mi ha voluto bene come un figlio. Non diceva molte parole nel silenzio del monastero, ma bastava guardarlo: credo che gli occhi di chi vede un testimone siano a volte più importanti degli orecchi che ascoltano un consiglio: ascoltavo la sua regola di vita, ma soprattutto mi persuadeva la sua testimonianza di vita!
La tua vicenda è legata a quella di Benedetto e Mauro: una fede vissuta insieme. Che cosa possono imparare oggi le nostre comunità dal valore dell’amicizia e della fraternità?
Che non si può crescere da soli e che la solitudine non la supera il branco, né una community o un incontro episodico. Ho fede in Colui che condivide con noi la sua vita, Dio, e quando ci accorgiamo di Lui non gli basta la nostra fede, ma aggiunge: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati!» La fraternità che ci ha insegnato Benedetto è fatta di preghiera e di carità, di ascolto di Dio e di dialogo con i fratelli. È lì che scopriamo che la nostra umanità è magnifica, come dice papa Leone.
È ritratto con gli abiti monastici benedettini e con un aspetto giovanile, in riferimento alla tradizione che lo presenta come fanciullo affidato da Tertullo alla guida di Benedetto. Tra i suoi attributi ricorrono il pastorale abbaziale e, nelle raffigurazioni che lo identificano anche con il martire di Messina, la palma del martirio. In alcune opere è raffigurato inoltre con un libro, mentre talvolta compare insieme ai compagni del martirio.
Nella tradizione gastronomica siciliana legata a Placido trovano posto anche le «Crispeddi di San Placido», crespelle preparate con un impasto di pasta lievitata e farcite, secondo la tradizione locale, con ricotta oppure acciughe. Sono una specialità legata alla festa e alla devozione popolare, che accompagna i momenti di incontro e convivialità della comunità. Come accade per molte ricette delle feste patronali siciliane, il cibo diventa così parte della celebrazione, conservando nel tempo il legame tra la devozione al santo e le tradizioni del territorio.
Tra le devozioni popolari legate a Placido vi è anche l’Inno a San Placido, un canto della tradizione castelluccese eseguito dai fedeli in occasione della festa patronale di Castel di Lucio, in Sicilia. L’inno accompagna in particolare l’Acchianata, uno dei momenti più sentiti della celebrazione, durante il quale la statua di Placido viene innalzata fino all’altare della chiesa attraverso uno speciale sistema meccanico. Un gesto che unisce la partecipazione della comunità alla devozione per il proprio patrono e alla memoria della tradizione religiosa locale.
O Dio, Padre buono,
che hai chiamato San Placido fin dalla sua giovane età
a seguire la via della preghiera e della vita monastica,
per sua intercessione rendi anche noi docili alla tua grazia
e fedeli alla vocazione che hai affidato a ciascuno.
Donaci un cuore semplice e generoso,
capace di cercarti nel silenzio,
di riconoscerti nella preghiera
e di servirti con umiltà e perseveranza.
Sostieni quanti si preparano alla vita consacrata
e accompagna ogni giovane che cerca la propria strada,
perché, sull’esempio di San Placido,
impari ad affidarsi a te
e a crescere ogni giorno nella fede e nell’amore.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
O Dio, Padre misericordioso,
che hai affidato San Placido, ancora fanciullo, alla guida di Benedetto
e lo hai condotto sulla via della preghiera e della vita monastica,
per sua intercessione donaci un cuore docile alla tua Parola,
la forza di perseverare nella fede
e la gioia di servirti ogni giorno con umiltà e fedeltà.
Fa’ che, come San Placido, impariamo ad ascoltare,
a lasciarci guidare e a riconoscere nella vita comunitaria
un cammino di crescita nella tua grazia.
Custodisci quanti iniziano il loro cammino nella vita consacrata
e sostieni ogni vocazione che nasce nel cuore dei giovani.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
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