25 Febbraio 2026

Tra alpeggi e campanili, il passo lento e saggio della fede

Don Giuliano Reboulaz guida da mezzo secolo le parrocchie di Champorcher e Pontboset. Un prete di montagna che ha intrecciato fede, comunità e alpeggio, restando vicino alla gente nei cambiamenti di una valle che si spopola. A fondo valle, poi, a Bard e Hône, c'è don Paolo Quattrone col suo oratorio interparrocchiale. E i venti chilometri che li separano non impediscono la comunione dei cuori.

Tra Champorcher e Pontboset le parrocchie hanno il passo della montagna. Strade che salgono, villaggi sparsi, distanze che si misurano in curve più che in chilometri. Qui don Giuliano Reboulaz è parroco da cinquant’anni. Due comunità vicine, due chiese, una presenza che nel tempo è diventata familiare.
Mi riceve nella sua casa, sommersa di oggetti e testi sacri, una stufa accesa, un pentolino che si scalda sulla cucina economica.
«Cerco di barcamenarmi tra una parrocchia e l’altra – racconta – per garantire il servizio in entrambe». La domenica si divide tra le due messe, «una messa giù alle 9 e mezza e una alle 11 qui». Quest’anno compie ottant’anni e misura con serenità le forze: «Faccio appena l’indispensabile: il servizio dell’Eucaristia e la visita agli ammalati», ma fino a poco tempo fa non gli mancava il tempo per le sue amate mucche e ancora oggi non disdegna orti e passeggiate.
Nei paesi di montagna la vita parrocchiale non si regge su grandi strutture. «La cosa importante sono i contatti con le famiglie, le relazioni. Per questo, quando posso cerco di andare nelle case, di incontrare chi vive qui stabilmente e chi viene in vacanza». La comunità si tiene insieme così, attraverso gesti semplici e presenza costante.
Il cambiamento demografico attraversa ogni discorso. «I bambini sono ormai ridotti a sei», dice con realismo. La scuola del paese ha ancora un anno prima della chiusura. Anche la partecipazione dei giovani si è ridotta costantemente e si è spostata verso valle. Nei paesi turistici, infatti, la domenica coincide con il lavoro, soprattutto d’inverno, tra impianti e locali. Per fortuna, c’è chi sale fin quassù per la Messa affrontando distanze e disagi.
Qualcuno gli ha parlato della solitudine della montagna. Lui risponde con un rovesciamento prospettico: «Probabilmente la solitudine ce l’avete voi in città. Camminate in mezzo a tanta gente, però spesso non conoscete nemmeno i vostri vicini. Qui basta che uno esca e trova sempre un momento per fare due chiacchiere». La solitudine, per un prete, diventa inoltre spazio da abitare con equilibrio, tra momenti di compagnia e momenti di silenzio.
La fede, spiega, cresce dentro questa trama di relazioni ma anche nella dimensione personale. Quando prepara un’omelia, soprattutto per un funerale, cerca un modo concreto per entrare nel vissuto delle famiglie: «Qualcuno si mette a scrivere; io se posso esco a fare due passi. In estate vado nell’orto, faccio un giro attorno alla chiesa. È il mio modo di pensare a quello che sto facendo».
La sua vocazione ha preso forma in modo inatteso. Dopo aver rimandato l’ordinazione e aver svolto il servizio militare, la decisione è maturata in un momento ordinario, tornando da una cena con i compagni di caserma. «Il Signore chiama dove vuole e quando vuole», dice con semplicità.
In valle molti lo conoscono come un prete di montagna, una figura radicata nel territorio, capace di intrecciare ministero e vita concreta. La sua storia personale lo conferma: accanto al servizio pastorale ha portato avanti l’attività di alpeggio e allevamento, una passione di famiglia che per lui ha anche un significato spirituale. «Entrare nella vita quotidiana dei molti ti aiuta a tenere i piedi per terra» – spiega. E continua: «Visto da lontano, il lavoro della terra può sembrare poesia; vissuto ogni giorno diventa fatica, responsabilità, concretezza». E proprio questa concretezza ha nutrito il suo modo di essere sacerdote.
A pochi passi di distanza dalla Chiesa, incontro una parrocchiana, Giuliana Jory. Quando parla del don si infervora: «Don Giuliano, prima di tutto, è un dono di Dio», dice. «Siamo stati fortunati ad averlo come guida». Lo descrive come «una persona mite, umile, con la quale puoi parlare di tutto». E sottolinea come le sue porte restino sempre aperte: «È un punto di riferimento per tanti, parrocchiani e non».
Il loro primo incontro risale a quando lei aveva cinque o sei anni. «Giocavo con un’amica nelle viuzze del paese che portano alla chiesa. L’abbiamo visto arrivare, giovane, con la sua 850: è sceso e l’abbiamo incontrato per prime». Da allora la vita è passata attraverso battesimi, comunioni, funerali, feste. «Nel ’95 i bambini erano in dodici, abbiamo fatto il battesimo tutti insieme. È stato un evento per Champorcher».
Anche chi lo ha conosciuto da seminarista ne traccia un ritratto preciso. Don Paolo Viganò lo definisce «un bellissimo modello di parroco di paese», «un uomo vicino alla gente». La sua esperienza lo rende capace di stare accanto ai problemi concreti: «Avere un uomo di Dio in mezzo agli uomini fa sentire che Dio prende sul serio tutti i problemi della vita».
La vita ecclesiale della zona oggi si muove anche attraverso l’oratorio interparrocchiale Giovanni Paolo II, che coinvolge diverse comunità. Don Paolo Quattrone, parroco di Hône e Bard e presidente dell’oratorio, parla di un cammino condiviso: «Gestire un oratorio è bello perché ti permette di mettere insieme le persone, adulte e giovani, di queste comunità». In oltre vent’anni ha visto crescere soprattutto la capacità di lavorare insieme: «Piano piano abbiamo educato a fare insieme, a vivere insieme». L’oratorio è aperto durante la settimana, con doposcuola e catechesi che coinvolgono centinaia di bambini e ragazzi. «Quello che ci spinge ad andare avanti da oltre due decenni è la consapevolezza che chi viene qui possa fare una bella esperienza di Chiesa».
Anche con don Giuliano il rapporto è diretto, senza formalismi: «Siamo esattamente quello che siamo». Tra le esperienze più significative ricorda la veglia pasquale celebrata insieme a Champorcher, segno di una Chiesa che prova a restare unita pur nelle distanze.
Anche don Giuliano ricorda con emozione quella veglia. Quando gli si chiede se rifarebbe le stesse scelte di vita, don Giuliano risponde con una frase breve che riassume mezzo secolo di ministero: «Io sono contento». Dentro quella contentezza c’è la fatica delle salite, la chiusura di una scuola, le cappelle rimesse a posto, le processioni all’alba verso il santuario, le parole cercate con cura per accompagnare un lutto. C’è soprattutto la fedeltà a una valle e alla sua gente, nella convinzione che la fede cammini meglio quando resta vicina alla vita di tutti i giorni.

(testo, foto e video di Daniel Tarozzi

25 Febbraio 2026
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