Don Salvatore e le due parrocchie che camminano insieme
A San Paolo di Civitate (FG), nella diocesi di San Severo, don Salvatore Ricci guida due comunità con identità forti, valorizzandone le differenze e creando nuovi spazi condivisi. Tra oratorio, famiglie, giovani e volontariato, in un territorio segnato da partenze e fragilità, la parrocchia diventa luogo di relazione e futuro.Quando arrivo davanti alla chiesa di San Paolo di Civitate, nel Foggiano, trovo già un piccolo assembramento. Non è l’uscita della messa, né una festa patronale. Sono persone che aspettano di raccontare. Catechiste, volontari, giovani dell’oratorio, famiglie. Ognuno ha un pezzo di storia da condividere, un’esperienza da nominare, un volto da indicare. Succede raramente che una comunità si presenti così, spontaneamente, quasi con urgenza. È uno di quei dettagli che raccontano molto prima ancora di iniziare le interviste.
Al centro di questo movimento c’è don Salvatore Ricci, parroco di due comunità dello stesso paese, Sant’Antonio di Padova e San Giovanni Battista, e contemporaneamente impegnato nella diocesi di San Severo come responsabile dell’ufficio per i beni culturali ecclesiastici. Due anime che convivono naturalmente: quella del sacerdote e quella dell’architetto, visto che la sua vocazione è arrivata in età adulta, dopo una laurea in architettura.
Ma a San Paolo di Civitate la teoria lascia presto spazio alla pratica quotidiana.
Questo piccolo centro della provincia di Foggia conosce bene le fragilità che segnano molte aree del Sud: giovani che partono, lavoro che manca, occasioni limitate. Eppure conserva qualcosa di prezioso: la densità delle relazioni. «Nel piccolo centro», racconta don Salvatore, «non saluti una persona per educazione, ma perché la conosci». È una terra in cui il sacerdote che passa per la benedizione delle case entra davvero nelle vite delle persone, ascolta problemi, raccoglie confidenze, intercetta fatiche che spesso non arrivano altrove.
Quattro anni fa è arrivato come parroco di Sant’Antonio. Due anni dopo il vescovo gli ha chiesto di guidare anche l’altra parrocchia del paese. Una scelta che poteva sembrare delicata, perché le due comunità hanno identità forti, storie diverse, appartenenze radicate. Lui ha scelto una strada precisa: custodire le differenze e creare spazi comuni.
«La presenza di un unico parroco», spiega, «significa valorizzare ciò che è caratteristico di ciascuna comunità». Così alcune attività mantengono la propria specificità, mentre i nuovi percorsi nascono già come esperienze condivise.
I risultati si vedono soprattutto nei giovani. L’oratorio è uno dei luoghi più vivi. Non soltanto per le attività organizzate, ma per ciò che rappresenta. Un punto di riferimento quotidiano in un territorio dove le alternative spesso sono poche.
Mattia, oggi volontario, racconta di aver iniziato da semplice frequentatore. «Venivo qui come uno dei ragazzi. Poi don Salvatore mi ha chiesto di partecipare al campo scuola come educatore. E da lì ho deciso di restare». Oggi accoglie adolescenti e preadolescenti che arrivano per stare insieme, giocare, parlare, trovare un posto dove sentirsi bene. «Molti si conoscono solo di vista, qui nascono amicizie vere».
Ludovica, che segue un gruppo di ragazzi più piccoli, racconta qualcosa di simile. «Per loro siamo un punto di riferimento. Ci raccontano problemi di scuola, amicizie, famiglia. Le attività servono anche a questo». Poi aggiunge una frase che restituisce bene il senso del servizio educativo: «Pensavo di insegnare qualcosa a loro. Alla fine sono loro che insegnano tanto a noi».
Anche il catechismo ha preso una forma più dinamica e condivisa. Le catechiste delle due parrocchie collaborano, i ragazzi si incontrano, si conoscono, vivono la comunità anche fuori dal percorso strettamente formativo.
«Da quando è arrivato don Salvatore», racconta una catechista, «si sono riattivati gruppi come l’Acr e i giovanissimi. I ragazzi si sentono parte della comunità».
La stessa energia si ritrova in ambiti molto diversi. C’è il gruppo famiglie, nato recentemente, dove coppie con più esperienza e coppie più giovani si confrontano sulla vita quotidiana, sulla relazione, persino sulla difficoltà della preghiera vissuta concretamente. C’è l’Unitalsi, che accompagna i malati nei pellegrinaggi e organizza momenti di vicinanza sul territorio. C’è una rete di gruppi che si alimentano a vicenda.
Rosetta Monaco racconta l’esperienza del pellegrinaggio a Lourdes come qualcosa che «ha dato molto più di quanto abbiamo dato noi». E parlando del parroco dice semplicemente: «Ha rigenerato un po’ la nostra parrocchia».
Forse il tratto che emerge con più chiarezza è proprio questo: la capacità di mettere in moto persone diverse, senza occupare tutto lo spazio.
Una catechista lo definisce così: «È una persona che non fa rumore, ma la sua presenza si sente». Ed è forse la descrizione più efficace.
A volte basta una stanza aperta, un gruppo che riparte, una chiacchierata davanti alla tv con dei ragazzi. A volte basta un sacerdote che continui a credere che un piccolo paese abbia ancora tutto da esprimere. E una comunità che decide di sostenerlo.
(testo, foto e video di Daniel Tarozzi)