Don Guido: tra carcere e parrocchia, col cuore di don Benzi
Dal servizio nel carcere di Frosinone fino alle mille attività delle sue due parrocchie di Veroli: la vita sacerdotale di don Guido Mangiapelo è segnata profondamente dallo stile del Servo di Dio don Oreste Benzi e dell'Associazione Papa Giovanni XXIII, alla quale appartiene anche lui. Ascolto dei poveri, accoglienza e gratuità sono i pilastri di uno stile di vita che rende felici.
Don Secontino Guido Mangiapelo, classe 1965, sacerdote dal 1991, nella diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino è punto di riferimento attivo nell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata dal Servo di Dio don Oreste Benzi, di cui nel 2025 si è celebrato il centenario dalla nascita. Don Guido non solo collabora con l’opera di don Benzi con ritiri spirituali per famiglie, gruppi di ascolto e accompagnamento, ma ogni giorno trasmette con la vita e con l’esempio lo spirito originario, l’accoglienza incondizionata e l’eredità dell’umile parroco riminese dalla tonaca lisa.
Con lo stile di don Benzi
“Quando sono diventato diacono – ricorda con commozione don Guido – ho vissuto un anno in un Pronto soccorso sociale nella Comunità di don Benzi a Rimini, e ho cominciato a conoscere questa realtà. Gesù Cristo m’invitava a dare ascolto ai poveri e io ero a un anno dal sacerdozio. La Comunità è un movimento di laici, che dà linfa ogni giorno al mio agire. La mia obbedienza al vescovo e il lasciarmi guidare anche dai responsabili della Comunità conferisce alla mia vita una grande libertà. La mia vocazione mi porta a vivere l’accoglienza: io per primo sono stato accolto in un ex convento, poi in una canonica parrocchiale, insieme ad adulti che provenivano anche dal carcere o dalla malattia mentale, e a giovani donne strappate alla tratta. Ho accumulato un grande bagaglio personale per il mio sacerdozio e il mio essere cristiano. Siamo tutti strumenti nelle mani di Dio e dobbiamo continuamente riscoprire la gratuità, di cui a volte siamo carenti”.
Chiara Carosi, 54 anni, romana, da tre è responsabile della comunità di don Benzi per Lazio, Campania e Sardegna. È felice d’interfacciarsi con don Guido per attività e percorsi diocesani. “Per 13 anni – racconta Chiara – sono stata in India e poi mi sono occupata della causa di beatificazione di don Oreste, raccogliendo i diari e i suoi scritti per la fase diocesana. Sono rientrata a Roma per la malattia del mio papà e ora sono a casa con i miei genitori. Abbiamo ricevuto il carisma di seguire Gesù povero e servo: la sequela si esprime proprio stando accanto agli ultimi, ai tossicodipendenti, ai reietti della società e di affiancare ogni forma di povertà. Per questo anche nell’accompagnare la malattia di mio padre ho l’occasione di seguire Gesù. La nostra esperienza nasce dall’incontro con l’altro, e don Oreste ci ha insegnato a trovarlo proprio nelle condizioni più difficili, come ad esempio il dramma della tratta. Nel Signore siamo una sola famiglia perché ci si salva insieme, ed è un dono reciproco. I poveri sono i nostri maestri: camminare con loro nell’esperienza quotidiana ci rende più umani”.
Il Vangelo anche dietro le sbarre
Tra i poveri ci sono anche i carcerati. Don Guido, tra i molti suoi impegni, coadiuva nella pastorale carceraria don Onofrio Cannata, classe 1972, direttore della Caritas diocesana e dell’Ufficio Migrantes per le diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri dal 2025, ma anche cappellano nel carcere di Frosinone. “Nel carcere – ci dice don Onofrio – incontriamo ogni giorno delle persone, che non possono essere ridotti agli errori che li hanno condotti a pagare un conto alla giustizia. Come sacerdoti, per di più, siamo chiamati a testimoniare proprio Gesù Cristo che si fa prossimo e a portare anche a loro un segno di speranza. Celebrare l’Eucarestia tra quelle mura è portare Cristo nelle periferie dell’umanità. Noi cappellani, poi, siamo chiamati ad essere la voce di chi non ha voce, in una società che è spesso disumanizzata. Nella Casa Circondariale Giuseppe Pagliei di Frosinone ci occupiamo di detenuti di ogni età, provenienza sociale e credo religioso e spesso non è facile: talvolta purtroppo vivono in condizioni igieniche precarie e patiscono un significativo tasso di sovraffollamento, come riconoscono i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, prima ancora degli episodi accaduti al suo interno e rimbalzati sulle cronache”.
“Anche il numero degli educatori – riprende don Guido – è pesantemente sottodimensionato e questa carenza penalizza anche le attività sportive, i corsi di alfabetizzazione e professionali, le sezioni di teatro, che si realizzano grazie a collaborazioni esterne. La proposta di Gesù Cristo per tutti noi credenti è quella di diventare santi, senza lasciarci vincere dalla paura né dalla fatica di vivere fino in fondo la nostra missione”.
Le parrocchie di Veroli
La missione, per don Guido, è anche quella di guidare le parrocchie di S. Maria del Giglio e S. Michele Arcangelo in Veroli, con i loro 3mila abitanti. “È bello circondarsi di anziani – dice ancora il parroco – ma anche di tante coppie giovani, grazie alle quali ho la fortuna di celebrare tanti battesimi. Le attività sono molteplici e impegnative, dal doposcuola fino alle due settimane estive del grest, e fino alle proposte musicali e canore anche di grande qualità, come l’Ensemble Corelli. Nella nostra comunità ci sono diverse etnie, soprattutto albanesi, rumeni e nordafricani ed è bello vederli partecipi in tanti, soprattutto nei momenti di festa, come a maggio per la festa patronale o per la fiaccolata notturna dalla Madonna del Giglio a Monte Nero, circa 40 minuti di cammino. Proprio la fiaccolata è una meravigliosa metafora della vita comunitaria: le persone scelgono di camminare insieme al buio, ognuno con la sua piccola fiamma e lo fanno in amicizia. In questo modo nessuno resta indietro, si rallenta per chi è stanco, si tende una mano a chi inciampa. Non è una gara, è un andare insieme credendo in qualcosa di più grande, che li protegge e li sprona. Che tu l’abbia fatto solo per amicizia o anche per devozione, alla fine in tutti resta la sensazione che il buio fosse meno buio, perché non l’hai affrontato da solo”.
“Un parrocchiano – conclude don Guido – una volta mi ha scritto che la parrocchia per lui non è un semplice luogo da frequentare, ma da abitare insieme agli altri fratelli e sorelle; questo non ci rende più singoli elementi, ma una grande famiglia: la famiglia dei figli di Dio. Qui non si è mai spettatori, ma membra attive, dove ognuno offre gratuitamente il proprio servizio”.
(di Sabina Leonetti)