13 Luglio 2026

La parrocchia di Loppiano, “palestra” di amore scambievole

A Loppiano, prima cittadella internazionale dei Focolari, don Giampietro Baldo (parroco di San Vito, nel cui territorio sorge questa realtà focolarina) vive con altri due sacerdoti una fraternità fatta di ascolto, servizio e gesti concreti. Una casa dove il Vangelo prende forma nella vita di ogni giorno.

La prima cosa che colpisce entrando nella casa dei sacerdoti di Loppiano è che non sembra una canonica. C’è chi cucina, chi apparecchia, chi sistema una sedia che scricchiola, chi organizza il rosario del mercoledì sera nelle case della zona. La cucina e il soggiorno sono vicini, quasi un unico ambiente, e questo aiuta a non separarsi troppo, a restare dentro una vita condivisa. «Anche l’ambiente aiuta a fare famiglia», racconta don Giampietro Baldo. «Di solito, nelle case normali, la cucina è da una parte e il salotto dall’altra. Qui invece siamo abituati a vivere insieme».

Don Giampietro è parroco di San Vito, la parrocchia della diocesi di Fiesole che comprende questo territorio sulle colline di Figline e Incisa Valdarno, nonché Rettore del Santuario Maria Theotokos. Una parrocchia speciale, perché dentro i suoi confini si trova Loppiano, la prima cittadella internazionale del Movimento dei Focolari e uno dei cuori pulsanti della vita del movimento. Siamo in un luogo nato negli anni Sessanta dal sogno di Chiara Lubich di dare forma concreta a una città in cui il Vangelo potesse diventare stile di vita, rapporti, lavoro, formazione, accoglienza. Una cittadella che ospita stabilmente circa mille persone provenienti da decine di Paesi diversi, dove giovani, famiglie, sacerdoti, religiosi e laici arrivano da tutto il mondo per fare esperienza di fraternità.

Il Movimento dei Focolari nasce dall’intuizione di Chiara Lubich e dal desiderio di vivere il Vangelo a partire da una parola precisa: «Che tutti siano uno». Don Giampietro lo spiega con semplicità: «Il carisma del Movimento dei Focolari è vivere il Vangelo, vivere l’amore fra di noi, costruire unità». Loppiano è il luogo dove questa intuizione prova a prendere forma nella vita quotidiana. «Qui ci sono persone di tantissime nazionalità diverse», racconta. «Vengono famiglie, giovani, adulti, per sperimentare e aiutarci a vivere questo amore scambievole».

L’espressione ritorna spesso nelle parole dei sacerdoti: amore scambievole, vissuto come un vero e proprio esercizio quotidiano. Don Giampietro lo lega al comandamento nuovo di Gesù, «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». Per Chiara Lubich, spiega, quella parola andava vissuta e concretizzata. Da qui l’idea di una cittadella con case, scuole, lavoro, luoghi di preghiera e relazioni fra generazioni e istituzioni diverse, dove il Vangelo potesse diventare visibile nella vita normale. In questo intreccio tra cittadella e parrocchia si vede anche quanto un movimento ecclesiale viva dentro la Chiesa e grazie alla Chiesa: il carisma dei Focolari trova spazio, accompagnamento e continuità anche attraverso la presenza dei sacerdoti e il loro servizio pastorale.

Dentro questa storia più grande, la ‘casa dei sacerdoti’ racconta una forma molto concreta di fraternità. Con don Giampietro vivono anche don Francesco Allegra e don Natale Monza. Non sono parroci della comunità di San Vito, ma condividono con lui la vita quotidiana e danno una mano preziosa nel servizio spirituale e pastorale. Arrivano da percorsi diversi, da diocesi diverse, da caratteri diversi. Don Francesco ha incontrato il Movimento dei Focolari nella Palermo degli anni Sessanta e a Loppiano è arrivato stabilmente nel 2000. Don Natale è arrivato da poco, dopo una lunga appartenenza al Movimento. Hanno età, ritmi e modi di fare differenti, ma provano ogni giorno a trasformare queste differenze in ricchezza.

«Siamo tre persone diverse», racconta don Francesco. «Ognuno ha una specificità, i doni di natura che Dio gli ha dato. Tante volte vedo Giampietro fare in un certo modo e io farei diversamente. Questa diversità diventa presto ricchezza». Poi aggiunge una frase semplice, forse la più eloquente: «Con Giampietro siamo da quattro anni insieme e non abbiamo mai litigato. Le diversità ce le diciamo, ci confrontiamo, ma abbiamo sempre trovato un modo per vivere in armonia, in vera fraternità».

Anche don Giampietro, parlando degli altri due, scende subito nel concreto. Don Natale, dice, è «molto spirituale, silenzioso, accogliente», uno che non alza mai la voce. Don Francesco invece è l’uomo dell’ordine e della cura pratica: sistema, aggiusta, rimette a posto. «Io sono il cuoco ufficiale», sorride don Giampietro. «Don Francesco ha una precisione e un ordine che io devo imparare tutti i giorni». È una fraternità fatta di piatti da preparare, strumenti da prendere in mano, messaggi da mandare, stanze da tenere vive.

Il ruolo di don Giampietro è particolare. Da una parte è parroco di un territorio esteso, con persone del posto e altre che arrivano a Loppiano per periodi più o meno lunghi. Dall’altra è inserito in una cittadella in cui molte attività formative sono portate avanti dal Movimento. Questo gli permette, racconta, di vivere il ministero in modo meno appesantito dalla burocrazia e più centrato sull’ascolto. «Abbiamo più tempo da dedicare alle persone, ai rapporti, che poi sono quelli che costruiscono la comunità». E ancora: «Qui veramente ci sentiamo più preti che da altre parti». Quel tempo diventa colloqui, confessioni, accompagnamento spirituale, presenza nelle case, cura dei rapporti. È qui che la vita dei sacerdoti sostiene la comunità più ampia e permette alla cittadella di restare pienamente innestata nella vita della Chiesa.

C’è poi una parola che, per don Giampietro, definisce questo stile di sacerdozio: “mariano”. Nel Movimento dei Focolari, nato da una donna e ancora oggi guidato da una presidente donna, racconta di aver scoperto «un modo nuovo di essere sacerdoti»: sacerdoti capaci più di ascoltare che di insegnare, più di accompagnare che di dirigere.

Le testimonianze di chi passa da Loppiano confermano che questa fraternità non resta chiusa nella casa dei sacerdoti. Antonietta Morales viene dal Venezuela ed è arrivata qui per la scuola Gen, un’esperienza formativa con giovani di tanti Paesi. «Sono arrivata qui in un momento difficile della mia vita», racconta. «Qui mi sono ritrovata con me stessa, ho scoperto di nuovo chi sono». Oggi vive con ragazze provenienti dalle Filippine, dal Brasile, dalla Spagna, dal Guatemala, dall’Irlanda, dall’Etiopia. Al mattino segue le lezioni, al pomeriggio lavora, la sera condivide la giornata con gli altri giovani.

Anche Niamh Mary McLaughlin, arrivata dalla Scozia, racconta un percorso simile. Dopo la laurea non sapeva bene che strada prendere. L’incontro internazionale Genfest, in Brasile, le ha acceso il desiderio di approfondire la vita dei Focolari. È arrivata a Loppiano per la scuola Gen, poi è rimasta a lavorare nell’accoglienza, accompagnando gruppi di giovani, ragazzi e bambini che passano dalla cittadella. Nel suo Paese, racconta, vivere apertamente la fede non è sempre facile. «È una cultura dove, se pratichi davvero la fede, senti quasi di doverti nascondere». A Loppiano ha trovato uno spazio in cui quel cammino poteva essere vissuto con libertà. E ora quella libertà, insieme all’esperienza di fraternità vissuta qui, potrà tornare con lei in Scozia, dentro la sua storia e nelle relazioni che incontrerà.

Alla fine, la cittadella immaginata da Chiara Lubich prende forma anche così: in una casa dove il Vangelo non viene soltanto spiegato, ma provato, aggiustato, cucinato, ascoltato. Un luogo in cui l’amore scambievole non resta un ideale astratto, ma diventa il modo concreto con cui stare al mondo, una relazione alla volta.

(testo, immagini e video di Daniel Tarozzi)

13 Luglio 2026
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