5 Ottobre 2026

Imparare a restituire… quattro volte tanto

Don Andrea Zappulla, parroco di Brucoli, dirige l'Ufficio di pastorale penitenziaria dell'arcidiocesi di Siracusa ed è cappellano della casa di reclusione di Augusta. A lui si deve il laboratorio "Geppetto", creato in alta sicurezza, e una nuova casa per accogliere chi esce in permesso.

Nel reparto di alta sicurezza della casa di reclusione di Augusta-Brucoli c’è un detenuto che intaglia nel legno il volto di Rosario Livatino. Quando don Andrea Zappulla ha proposto quel soggetto, qualcuno gli ha chiesto chi fosse.

Il laboratorio si chiama Geppetto ed è nato in alta sicurezza, dove le attività sono poche. Dal legno vengono fuori presepi e bomboniere, che fruttano i soldi per andare avanti e per chi lì dentro non ha niente. Un anno i presepi sono arrivati in Vaticano, e qualche pezzo è andato in dono a Papa Francesco, che ha risposto con una lettera firmata a mano. Don Andrea quel reparto lo frequenta da tempo: dirige l’Ufficio di pastorale penitenziaria dell’arcidiocesi di Siracusa dal 2022, è cappellano della casa di reclusione da due, e da poche settimane è anche parroco di Brucoli (SR), la frazione dove il carcere si trova.

Prima ancora dei lavori in legno, ai ragazzi chiede di chiamare il male con il suo nome. Li chiama sempre così, ragazzi. «Non possiamo dire che non è successo niente», spiega. «Solo a partire dal nome del male che abbiamo compiuto possiamo scrivere un finale diverso». Quello che serve, dice, è la presenza, perché di parole i suoi ragazzi ne hanno già troppe. Davanti a lui qualcuno si permette di piangere, che nelle sezioni non si fa, perché mostrarsi vulnerabili costa caro. Vale anche per chi porta la divisa. Gli agenti lo prendevano in giro dicendo che a loro non pensa, e allora ha fatto fare i completini per la loro squadra di calcetto, con lo stemma della polizia penitenziaria accanto a quello del suo ufficio.

C’era un ragazzo che avevano messo in un progetto con una cooperativa, e che aveva cominciato a farsi vedere anche alle attività della cappellania. Uno in gamba. Su di lui avevano scommesso parecchio: si erano mossi con la direzione e con il magistrato per fargli avere i permessi e avvicinarlo alla madre malata di cuore. Poi in cella sono saltati fuori telefoni e droga. «Ti abbiamo dato tempo, strumenti, disponibilità, e poi, per un cellulare…», dice. Ammette di essersi sentito tradito. Per mesi si è chiesto quale segnale avesse sottovalutato. Ma a un certo punto c’è la loro libertà, e lì nessuno può mettersi al loro posto.

Un permesso, quando il magistrato lo concede, ha bisogno di un posto dove andare, e per molti quel posto non esiste. La casa che c’era prima somigliava al carcere, e a lui pareva che una struttura della Chiesa non potesse essere così. Ne ha fatta sistemare un’altra, luminosa, con lo spazio per il detenuto e quattro o cinque familiari. «Quando i magistrati sono venuti per il sopralluogo non credevano fosse uno spazio per detenuti», dice. «Uno mi ha detto che sembrava casa sua».  La chiamano Casa Zaccheo. Ci sono volontari che vanno a prendere i parenti alla stazione, e certe sere si fermano a cena.

Il nome della casa viene da quel “quattro volte tanto” che don Andrea spiega spesso ai ragazzi. Nella Legge era la misura fissata per chi rubava una pecora, e Zaccheo se la impone da solo, senza un giudice e senza che nessuno lo abbia accusato. Ci arriva dopo che Gesù si è fermato a casa sua, quando ancora non aveva promesso niente: prima qualcuno lo ha accolto, poi lui ha restituito più di quanto aveva preso. Un’offerta per il sostentamento del clero somiglia a quella sosta: arriva prima della promessa e accetta che qualche scommessa vada persa. Quello che don Andrea cerca, prima di ogni restituzione, è che i suoi ragazzi sentano di stargli a cuore. Il quattro volte tanto viene dopo. Intanto a Casa Zaccheo, per qualche giorno, un detenuto apre la porta ai suoi e li abbraccia.

(di Luca Iacovone – foto Michele Calanni)

5 Ottobre 2026
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