La riconciliazione (5). Accusare i propri peccati
Il cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere maggiore, ci sta regalando ancora un itinerario spirituale dedicato ai lettori della rivista Sovvenire e di questo sito. Al termine dell’anno giubilare, nel corso del quale siamo stati tutti invitati a riscoprire il sacramento della Riconciliazione, ecco la quinta puntata di un percorso in sei tappe per riscoprire questo fondamentale sacramento della vita cristiana: l'accusa dei peccati
Un atto di coraggio e verità per essere guariti
Si dice che san Leopoldo Mandic (nella foto qui sopra), un fraticello cappuccino che ha passato quasi tutta la sua vita in confessionale, fosse solito ripetere ai suoi penitenti: “Abbia fede, abbia fiducia, non abbia paura. Vede, anch’io sono un peccatore come lei. Se il “Padrone Iddio” non mi tenesse una mano sulla testa, farei come lei e anche peggio di lei”.
Questa fiducia è proprio quello che ci permette di confessare apertamente i nostri peccati, guardandoli in faccia e, semplicemente, presentandoli al sacerdote che è un peccatore anche lui e che, dunque, non si scandalizza di quello che possiamo dire. Il momento della cosiddetta “accusa dei peccati”, si sa, è quello più difficile: è uscire allo scoperto di fronte ad un altro, un uomo come me, che però in quel momento è là per essere il segno della Misericordia di Dio. L’accusa dei peccati è necessaria proprio per far conoscere al sacerdote quali sono le disposizioni con cui uno va a confessarsi e da che cosa chiede di essere assolto.
Di fronte a questo momento ci possono essere diverse fatiche. Qualcuno può avere la sensazione di dover compilare una specie di black list, ammettendo tutto “il nero” che c’è nella sua vita. E si vergogna. La vergogna che impedisce di dire tutti i propri peccati chiaramente è “il primo laccio”, diceva don Bosco ai suoi ragazzi, con cui il demonio ci vuole impedire di fare una buona confessione. Eppure, la vergogna, se la accolgo e la supero, può essere la prima grazia che il Signore mi fa, perché è il segno che sto riconoscendo quanto c’è di male nella mia vita e divento consapevole di aver parlato o agito in maniera riprovevole, o anche di non aver parlato e agito quando avrei dovuto, rimanendo indifferente.
Qualcun altro può sentirsi invece in imbarazzo perché non sa “come dire”…. Be’, la cosa più semplice è fare come fanno i bambini: dire con semplicità la verità dando un nome al mio peccato, senza girarci troppo attorno, senza ingigantire né sminuire. Se do un nome al mio peccato mi posso anche accorgere che proprio dentro quel peccato può agire la Misericordia di Dio.
Ad altri ancora succede di parlare di molte cose, scambiando la Confessione per una specie di dialogo psicologico, una sorta di sfogo interiore davanti ad uno che finalmente mi ascolta, oppure per un momento in cui ricevere buoni consigli. Senz’altro questo può essere importante e forse anche necessario, ma… non ha niente a che vedere con la Confessione, che dovrebbe essere il sacramento in cui mi metto davanti al Signore per domandargli perdono.
Qualcuno magari ancora pensa che l’accusa dei peccati sia una specie di scontrino per potersi accostare all’Eucarestia, come un pedaggio da pagare, una specie di umiliazione che bisogna attraversare. In questo caso mi dovrei chiedere: qual è l’immagine che ho di Dio? Forse non ho ancora fatto il cammino che dal dovere mi conduce all’amore, mi sento più uno schiavo che un figlio.
Infine, ci può essere qualcuno che dice “non so cosa confessare…” Qui forse c’è un problema di carenza di attenzione alla nostra vita (mi fermo mai a guardarmi dentro?) oppure un problema di “legame”. Se non mi sento in una relazione di amore con il Signore non posso avere il senso del peccato, al massimo quello della trasgressione ad una norma, che magari sento pure imposta dall’esterno. Se invece vivo in una relazione di amore con un Padre buono potrò avere la stessa fiducia della piccola Tersa che esclamava: “Un padre rimprovera forse il suo bambino che si accusa da sé, infliggendogli una penitenza? Certamente no! Se lo stringe anzi al proprio cuore”.
+ Angelo Card. De Donatis
Leggi la prima puntata: Perché confessarsi ancora oggi?
Leggi la seconda puntata: Lasciarsi guardare da Dio: l’esame di coscienza
Leggi la terza puntata: Una puntura benefica: il dolore dei peccati
Leggi la quarta puntata: Il proponimento, un “piccolo passo possibile”