5 Ottobre 2026

Lanuvio: anche lo sport per ritrovare se stessi

Don Nicola Garuccio, della diocesi di Albano, non sa giocare a calcio. Eppure, è proprio dal campo che gli arrivano le prime domande su Dio. Non sa giocare nemmeno a basket, ma la squadra gliel'hanno chiesta i ragazzi e lui, nella sua parrocchia di Lanuvio (RM), ha trovato allenatori e campo.

Don Nicola Garuccio è appena rientrato da due giorni in una comunità di recupero. C’erano le Olimpiadi estive, il torneo che riunisce ogni agosto trecentoquaranta ragazzi da comunità di tutta Italia, gare di pallavolo e altre discipline. Lo sport è parte del loro percorso di riabilitazione. Lui è stato lì con loro, ha ascoltato confessioni e guardato le partite.

Torna a Lanuvio (RM) nel pomeriggio. È parroco da qualche anno di Santa Maria Maggiore, nella diocesi di Albano, e nel frattempo ha cercato di rimettere in sesto l’Oratorio Don Bosco. Oggi ha centoventi animatori, un Club giovanile intitolato a Filippo Neri, e da quest’anno una squadra di calcio, nata soprattutto per portare via i ragazzi dai campetti di cemento del quartiere, dove lo sport, alle volte, incontra lo spaccio. Lui non gioca. Non sa giocare a niente, né a calcio né a basket, ammette, ride mentre lo dice. Ma la squadra gliel’hanno chiesta i ragazzi, e lui ha trovato allenatori e campo. Da quando è arrivato, i cresimandi sono passati da dieci a trenta l’anno. Quasi tutti conosciuti prima attraverso un pallone, il catechismo arriva subito dopo.
«La cosa che conta di più è ricordarsi il loro nome», dice. «Per stare in oratorio devi sederti su una panchina, non guardarli dalla finestra, e ascoltare quello che hanno da dire». All’inizio i ragazzi non capivano perché un adulto regalasse loro del tempo senza chiedere nulla in cambio. Chi te lo fa fare, gli domandavano.

Dalla panchina li vedi ridere, giocare e qualche volta ti accorgi di cose che fanno male. C’è una ragazza, ad esempio, che un anno fa aveva cominciato ad usare stupefacenti, anche negli spazi della parrocchia. Come prima cosa Don Nicola le vietò il campo vacanza, il premio che ogni anno riserva ai ragazzi più impegnati durante l’anno. Le offrì però un posto nel servizio civile della parrocchia, per poter continuare a seguirla. «Non si può mai chiudere del tutto una porta», dice. La ragazza oggi ha più rispetto per il suo don, anche se quel pizzico di risentimento, per il campo a cui non ha potuto partecipare, ogni tanto emerge ancora.
E sorprese inaspettate. C’è un ragazzo arrivato in oratorio come animatore, anche se non proveniva da un vissuto cristiano. Ha cominciato a fare domande, prima timide, su chi fosse Dio, su cosa fosse davvero la fede. Dopo due anni di volontariato, ha chiesto a don Nicola se poteva fare un passo in più. Ha seguito un percorso di catechesi, ed è stato battezzato e cresimato la notte di Pasqua, appena ventenne.
A fine agosto tocca di nuovo al mare, anche quest’anno. Don Nicola porta un gruppo di ragazzi sulla costa ionica calabrese, in un oratorio del suo paese d’origine, sette giorni che cominciano con la preghiera del mattino e finiscono con le passeggiate libere sul lungomare. Lui, che in quel paese è cresciuto e conosce quasi tutti, la sera li lascia camminare da soli lungo la passeggiata. «Quella libertà li fa sentire più adulti di quanto non siano davvero», dice don Nicola.
Quella fiducia, la libertà di lasciarli camminare da soli sapendo che qualcuno li aspetta, si regge anche su chi sostiene un prete come don Nicola. Un’offerta all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, anche piccola, gli dà il tempo per stare con i suoi ragazzi, un’estate dopo l’altra.

(di Luca Iacovone – foto Michele Calanni)

5 Ottobre 2026
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