2 Novembre 2026

Le realtà ultime (2). Sorella nostra morte

Nuovo ciclo di riflessioni firmate dal Penitenziere Maggiore, il card. Angelo De Donatis, dedicate alle "realtà ultime" della nostra fede, che la tradizione cristiana ha identificato col termine 'novissimi': morte, giudizio, inferno e paradiso. Un invito a riscoprire, con uno sguardo rinnovato, l'essenza di quello che crediamo. La seconda puntata affronta il tema della morte. Sarà pubblicata nel primo numero di Sovvenire del 2027, ma in occasione della Commemorazione dei defunti abbiamo deciso di anticiparla online.

«Tutti dobbiamo morire. Siamo come l’acqua che, sparsa sulla terra, non si può più raccogliere» (2 Sam 14,14). E san Francesco, nel Cantico delle creature, ci ricorda che dalla morte corporale «nullu homo vivente pò skappare». È una certezza che accompagna l’uomo da sempre.
Da sempre, però, l’uomo desidera anche prolungare la vita, quasi fino a renderla eterna. Nel mondo antico questo anelito si esprimeva attraverso miti, magia e alchimia. Oggi ha assunto forme nuove: i centri di ricerca biomedica hanno sostituito gli alambicchi degli alchimisti e si tenta in molti modi di rallentare l’orologio biologico, di conservare il corpo giovane e sano il più a lungo possibile. È un desiderio comprensibile. Ma le lancette della vita, alla fine, non possono essere fermate. Per ciascuno arriva quel tempo che pone fine al tempo: l’istante della nostra morte.

Eppure non siamo più abituati a parlarne. La nostra società tende spesso a nascondere la morte, medicalizzandola e cercando di “gestirla”; altre volte, al contrario, la spettacolarizza e la espone continuamente. In entrambi i casi rischiamo di non guardarla veramente in faccia, di non lasciarci interrogare dal suo mistero.
Gli antichi monaci custodivano il memento mori, «ricordati che devi morire», quasi facendo eco alla sapienza del Salmo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). Anche nell’antica Roma, secondo una tradizione divenuta proverbiale, al generale portato in trionfo veniva ricordata la sua condizione mortale: il successo non doveva fargli dimenticare di essere un uomo.
Per noi cristiani, tuttavia, il ricordo e la preparazione alla morte non dovrebbero essere soltanto fonte di paura o tristezza. San Giovanni Paolo II ricordava che Cristo ha saputo fare della morte «un atto di offerta, un atto di amore, un atto di riscatto e di liberazione dal peccato e dalla morte stessa». La morte rimane una realtà dolorosa, contro la quale la nostra natura si ribella; ma, attraversata da Cristo, può diventare l’ultimo atto della nostra consegna nelle mani del Padre.
Che cosa possiamo allora imparare dal ricordo della nostra morte? Anzitutto il senso del limite. Sapere che la mia vita ha un termine mi aiuta a riconoscere il valore del presente e a trasformare il tempo in una responsabilità e in un progetto. La sapienza dei santi insegna che il pensiero della morte può risignificare l’esistenza. Sant’Antonio abate invitava a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo: così cadono molte pretese, si ridimensionano le contese, diventa più facile perdonare e ciò che passa appare per quello che realmente è.
Sant’Ignazio, negli Esercizi spirituali, propone un criterio altrettanto concreto: immaginarsi in punto di morte e domandarsi quale scelta, guardando da quell’ora decisiva, avremmo desiderato aver compiuto. La morte interroga così la vita che stiamo vivendo. Ci costringe a distinguere ciò che passa da ciò che resta, ciò che è urgente da ciò che è veramente importante. La meditazione sulla morte non svaluta la vita: al contrario, ci insegna a celebrarla in ogni prezioso istante che ci è concesso.
Ma per il cristiano il ricordo della morte è, soprattutto, memoria della risurrezione. Il dies mortis dei santi è chiamato dies natalis: il giorno della nascita alla vita piena. San Paolo può dire: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21), e ancora: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo» (2 Tm 2,11). In Cristo, ciò che è autentico non viene annientato: viene portato a compimento.
Questo tempo ci è dato per scegliere ciò che vale e ciò che non passa. Possiamo allora chiedere la grazia di giungere alla morte non come a un muro, ma come a una porta. E forse fare nostre, nella semplicità della fede, le ultime parole attribuite al giovane san Domenico Savio, mentre sembrava fissare una finestra aperta sul cielo: «Oh, che bella cosa io vedo mai!».

+ Angelo card. De Donatis


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