2 Ottobre 2026

Otto giorni a piedi sulla via di San Francesco

Don Gianluca De Marco, responsabile della pastorale giovanile della diocesi di Novara, per l'ottavo centenario della morte di Francesco ha pensato di proporre ai ragazzi un'esperienza che li coinvolgesse integralmente.

La prima ora di cammino, ogni mattina, si fa in silenzio. Prima, giusto qualche minuto attorno alle Fonti francescane e tre o quattro domande da portarsi dietro per la giornata. Poi si parte e per un’ora nessuno parla. Solo dopo arrivano le Lodi recitate insieme e la condivisione, in coppia, con un compagno di cammino che ciascuno sceglie da sé.

È il pellegrinaggio sulla via di San Francesco che don Gianluca De Marco, direttore dell’ufficio per la pastorale giovanile della diocesi di Novara, ha fatto quest’anno con un gruppo di universitari, ultima tappa prima dei campi estivi con medie e superiori. In occasione degli ottocento anni dalla morte del Santo, l’idea era di portare quella storia dentro il corpo dei ragazzi, non soltanto nei loro appunti.

La sera, dopo cena, un altro giro di condivisione, questa volta a piccoli gruppi, per rileggere la giornata vissuta. Da quei giorni in cammino insieme, dice don Gianluca, siamo tornati a casa con una parola in particolare: autenticità. «Un’esperienza vera, dove nessuno di noi aveva maschere», racconta, «dove ciascuno poteva essere quello che era anche nella fatica, senza paura che le cose fossero usate contro di lui». A scuola, all’università, e per qualcuno già al lavoro, capita il contrario: bisogna difendersi, tutelare l’immagine che gli altri si sono fatti di te, stare dentro aspettative che non sempre sono le proprie. In cammino, per una settimana, quella guardia è caduta.

Vale anche per lui, prima che per gli altri. Su come nasca questa fiducia con i ragazzi non ha una ricetta pronta. Dice solo che un adulto di riferimento aiuta di più quando ammette di non essere perfetto, senza nasconderlo. «Sapere che anche tu, nel momento in cui sei ministro di misericordia per loro, sei anche tu misero, bisognoso di misericordia», spiega, «questo aiuta. Allora dicono: ok, possiamo cominciare a parlare».

Non sempre basta restare vicini. Don Gianluca ricorda un ragazzo accolto in oratorio, con fragilità sue, a cui aveva dato tempo e attenzione. Quando però gli è stato affidato un piccolo ruolo di animatore, con le prime regole che comportava, il ragazzo ha reagito male: cercava soprattutto un riconoscimento, uno spazio tutto suo. Il gruppo, in quel momento, non ha saputo fargli spazio, e il ragazzo se n’è andato. È rimasto un no con cui don Gianluca fa ancora i conti. È difficile dire «Io ti voglio bene lo stesso anche se tu non ci sei», ammette, «rispetto la tua libertà».

Un’altra prova gliel’ha data un profilo social nascosto, aperto da alcuni ragazzi per parlare male di lui e dell’oratorio. È facile farsi prendere dalla delusione e chiudere tutto, cacciare tutti. Poi, dopo un po’ di discernimento, «ho scelto la strada opposta: usare quella scoperta per educare, invece che per punire. La fiducia è tornata». Da solo, dice, non ci sarebbe arrivato. La frase che ripete più spesso è «mai da solo»: non solo altri preti, anche laici e famiglie, chi gli fa notare quello che lui da solo non vedrebbe.

Il compagno di viaggio, sulla via di San Francesco, ognuno lo sceglieva da sé. «Mai da solo», ripete don Gianluca. Vale per tutti i sacerdoti. Un’offerta per il sostentamento del clero è un modo per non lasciarli soli, per stare accanto a loro mentre loro restano accanto ai nostri ragazzi.

(di Luca Iacovone – foto di Michele Calanni)


2 Ottobre 2026
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